Rosalie Montmasson

Che mascalzone quel Crispi! Bigamo preferì una aristocratica alla donna che lo aveva seguito e mantenuto per tanti anni

Sempre la stessa storia lei di umili orgini fedele e leale lo mantiene fino a quando lui non diventa deputato, viene mollata per una donna nobile con un ignobile sotterfugio

di Francesca Allegri

Che mascalzone quel Crispi! Bigamo preferì una aristocratica alla donna che lo aveva seguito e mantenuto per tanti anni

Come si sa gli uomini che fecero l’Italia unita furono, per lo più, grandi estimatori del bel sesso. Vittorio Emanuele II amava le donne, quasi quanto la caccia,  e gli piacevano procaci e un po’ popolane come la bella Rosina che condivise con lui molti anni di vita, di Garibaldi poi si narrano mirabilia di qua e di là dall’oceano, perfino Cavour, con quella sua aria da primo della classe, fu un noto tombeur de femmes, tanto fascinoso che una sua amante, Anna Giustiniani Schiafini, si uccise per amor suo. In ogni caso, però, lo furono tutti a viso aperto senza inganni e senza sotterfugi, ben diverso il caso di Francesco Crispi e della sua seconda moglie: Rosalie Montmasson. Crispi la conobbe quando era esiliato in Piemonte nel 1849 e quando la sua vita amorosa era già assai complessa: aveva sposato in prime nozze Rosina D’Angelo dalla quale aveva avuta una figlia e un figlio, ma la madre e ambedue i piccoli erano morti presto, come disgraziatamente accadeva piuttosto spesso all’epoca. Era seguita una relazione con Felicita Vella dalla quale aveva avuto un figlio che chiamò Tommaso come il padre, quasi a legittimarne  le origini.

Poi la disgrazia politica e la necessità dell’esilio dopo il fallimento dei moti siciliani del 1848, e in esilio conosce una bella ragazza di origini assai umili, si tratta di Rosalie.  Era nata nel 1823 da una modesta famiglia savoiarda, orfana presto di madre si era dovuta guadagnare la vita con ogni mezzo: ricamatrice, lavandaia, stiratrice e anche, infine, donna delle pulizie. Quanto Crispi la conosce è una ragazza bella e forte dal carattere aperto, coraggioso e impetuoso, forse anche troppo. Andranno presto a convivere e sarà lei che, per diverso tempo, manterrà la famiglia senza risparmiarsi ogni fatica.

La loro vita non è facile sia per le difficoltà economiche, ma anche perché si è fatta viva  Felicita, l’amante abbandonata, per riprendere i contatti con il figlio Tommaso che aveva seguito il padre a Torino; fra le due donne ci sarà un forte attrito tanto che la  Vella accuserà Rosalie di maltrattamenti nei confronti del ragazzo. Il cospiratore, in seguito a un fallito moto milanese nel 1853, è costretto a fuggire anche dal Piemonte fino a Malta e lei, fedele, lo segue qualche tempo dopo; proprio a Malta si sposano. Il matrimonio  fu celebrato dal prete italiano Luigi Marchetti e testimoni furono  Giorgio Tamajo amico di Crispi e l’orologiaio  Luigi Depetri che aveva con sé gli anelli, da quel momento in poi Crispi presenterà sempre Rosalie come sua moglie.

La loro vita errabonda continua  a Parigi con la donna sempre attenta al benessere del  marito, che praticamente mantiene. Il periodo di gloria della sua vita si avrà, tuttavia, al momento della spedizione dei Mille. Rosalie, ora ribattezzata Rosalia, sarà l’unica donna che partirà dallo scoglio di Quarto, nonostante sia Garibaldi sia Crispi tentino in ogni modo di scoraggiarla; la ragazza non è una donna facile: fedele, indefessa, coraggiosa ha, tuttavia, un carattere forte e caparbio e così niente può dissuaderla, pur essendo consapevole sia dell’estrema durezza sia dei rischi  veri e propri dell’impresa alla quale  si accinge. Combatterà con gli uomini per tutto il periodo della spedizione e non si tirerà indietro di fronte ad ogni pericolo e difficoltà.

Dopo l’unità italiana gli anni che avrebbero dovuto essere i migliori e che, invece, tali non furono. Il marito viene eletto al parlamento piemontese e i due si trasferiscono a Torino, per Rosalia un periodo nero; per quanto ormai  Crispi non sia più in pericolo e goda di una posizione prestigiosa, le difficoltà economiche sono sempre le stesse, anzi, se possibile, sono aumentate; Rosalia, per la posizione del marito, non può certo dedicarsi agli umili lavori che sono gli unici che sa fare. A poco a poco, tuttavia, la carriera di avvocato di Crispi decolla e le loro finanze migliorano, ma Torino è una città ostile; la Montmasson non è né carne né pesce, non è più la popolana della sua gioventù e, d’altronde, non fa parte nemmeno della così detta buona società che la allontana e la rifiuta: non è ricca, non è colta, non ha le giuste maniere.

La capitale si sposta a Firenze e con essa i Crispi, qui la loro vita familiare si fa più tranquilla: Firenze è una città pragmatica e pratica, gli snobismi vi hanno poco posto e Rosalia viene accettata per quello che è:  una donna spontanea, irruente e coraggiosa al di là delle sue origini più o meno raffinate; tuttavia la pace dura poco, quanto poco dura la capitale a Firenze, quando Crispi si trasferisce a Roma la loro unione è ormai in piena crisi: scenate fino quasi alla violenza soprattutto da parte di Lei sono attestate da molti testimoni. Si arriva quindi alla separazione, Rosalia se ne va, il loro matrimonio di fatto è finito; di fatto, ma non di diritto.

Altre relazioni ci saranno per l’uomo politico fino a quando nel 1878, chiedendo la dispensa dalle pubblicazioni, Crispi sposerà Lina Barbagallo, questa sì di nobili origini e dalla quale qualche anno prima aveva avuto una figlia. Poco dopo scoppia sui giornali uno scandalo che sconvolgerà l’Italia intera e con essa il governo, del quale Crispi faceva parte come Ministro degli interni. Crispi aveva celebrato il matrimonio con la Barbagallo in casa propria e soprattutto dopo aver chiesto l’esonero dalle pubblicazioni producendo un certificato medico che attestava come la futura moglie soffrisse di una grave malattia di cuore. L’omissione delle pubblicazioni è fatto raro e gravissimo; in questo caso, per esempio, mette la Montmasson nell’impossibilità di opporsi.

Il ministro degli interni è bigamo, questo scrivevano i giornali e la regina Margherita ricevette la Montmasson mentre si rifiutò di  stringere la mano del ministro. Enorme il clamore al punto che l’uomo politico fu costretto a presentare le dimissioni.  Di fronte a un fatto così grave, che adombra persino un illecito penale, viene coinvolta anche la magistratura e si istruisce un’inchiesta che tuttavia non darà luogo a procedere. È in questo momento che la figura di Crispi appare gravemente compromessa non solo dal punto di vista giuridico, ma soprattutto da quello morale per vari e diversi motivi. In primo luogo assai sospetto è il fatto che fosse stato chiesto l’esonero dalle pubblicazioni; quale ne fu il vero motivo? In che cosa ciò poteva nuocere alla nuova moglie se pure questa fosse stata veramente malata? Come poteva l’uomo politico sapere che le sue prime nozze non erano valide e da quando lo aveva saputo? Aveva sempre presentato a tutti, amici conoscenti colleghi, la Montmasson come moglie e lei stessa aveva sempre creduto in buona fede di esserlo; se poi Crispi avesse sospettato, o ancor peggio fosse stato consapevole, che le nozze non erano valide, il suo comportamento morale nei confronti di una donna, che gli aveva dedicato tutta la sua vita e tutte le sue energie, sarebbe stato assolutamente riprovevole perché l’avrebbe consapevolmente ingannata per anni.

L’istruttoria per indagare la legittimità delle nozze fu basata soltanto su testimoni che erano amici intimi dello stesso Crispi o su persone che di Crispi, nella sua notevole posizione politica, avevano bisogno o al quale erano riconoscenti. Le ragioni che compaiono nei documenti relativi al processo istruttorio appaiono, infine, assai speciose: il fatto che  il matrimonio fosse stato frettoloso, il fatto che fosse stato celebrato all’estero e con i soli testimoni e soprattutto il fatto che non fosse stato trascritto nell’allora regno di Napoli. La questione si pone quindi in questi termini, probabilmente nel regno di Napoli prima, e nell’ Italia unita dopo, il matrimonio, proprio a causa della mancata trascrizione, non aveva effetti civili cioè non implicava per esempio il diritto all’eredità del coniuge o altri diritti a favore dei figli, se ce ne fossero stati; ma questo non significa affatto che non fosse legittimo perché all’epoca vigeva ancora il rito tridentino considerato del tutto legittimo se celebrato da un religioso, indipendentemente dalla sua trascrizione nei registri civili, come era accaduto proprio nel caso dei Crispi.

Ma se, tuttavia, volessimo anche accettare il punto di vista dei giudici inquirenti, la figura di Crispi ne uscirebbe ugualmente compromessa per i motivi morali a cui abbiamo accennato. Forse l’unione con Rosalia era stata affrettata e certamente voluta assai più da lei che da lui, inoltre la Montmasson, al di là delle sue indubitabili doti di coraggio e lealtà, non doveva avere un carattere facile. È opportuno ricordare che Felicita Vella, madre dell’unico figlio maschio di Crispi, l’aveva accusata di aver maltrattato il piccolo Tommaso; le sue liti furibonde e violente erano a conoscenza di tutto l’entourage dell’uomo politico, e, infine, non va dimenticata la sua incapacità ad adattarsi a un nuovo modo di vita, tanto lontano dal suo; ma tutto ciò, se anche ci rende forse un po’ più comprensibile l’atteggiamento di Crispi nei suoi confronti, di certo non alleggerisce minimamente la riprovazione morale.

Come abbiamo detto, i giornali, naturalmente, ne fecero un caso che tenne banco per mesi  e che rischiò di compromettere  definitivamente la carriera politica del patriota siciliano; poi come spesso accade le cose furono messe a tacere e la vicenda si smorzò, anche perché non ci furono ripercussioni legali e la questione non arrivò mai in tribunale. La fatto risale al 1878 e Rosalia visse ancora per molti anni, fino al 1904, in una dignitosa povertà, poté contare, infatti, solo sulla sua pensione di garibaldina, unica donna fra mille uomini; alla morte fu sepolta nel cimitero monumentale del Verano e si rispettò la sua volontà di portare la camicia rossa della sua eroica gioventù. Il nipote fece incidere sulla lapide il suo nome: Rosalia Montmasson Crispi.

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