Editoriale

Brexit o della debolezza della politica

Ci sarebbe bisogno che la poltica recuperasse il potere di decidere invece è sottomessa alla finanza

Giovanni F.  Accolla

di Giovanni F.  Accolla

ppure, nonostante le tante (troppe) analisi ascoltate e lette sull'uscita dell'Inghilterra dall'Ue (o forse proprio per questo) continuo a credere che nella scelta degli inglesi l'Europa, in fondo, ci entri poco. Sì, insomma, la questione europea mi è sembrata piuttosto un grande pretesto, un'occasione ghiotta per dire no, per dissentire, per mandare a "quel paese" un establishment (seppure lì meno peggio altrove) da troppo tempo incapace di dare risposte alle istanze popolari e dei cosiddetti ceti medi.
A "fare i giochi" è un disagio oramai diffuso in buona parte dell'Occidente che presto credo si possa far sentire in Spagna, in Francia, in Italia e, forse, addirittura negli Stati Uniti.
Sono saltati tutti i vecchi criteri di rappresentanza, la distanza tra eletti ed elettori è oramai siderale. La sola promessa della democrazia non lusinga quasi più nessuno. Forse è il momento di ripensare tutto daccapo. Forse le idee politiche, liquidate come ideologie, sono state messe troppo presto in cantina. Forse sono state riposte perché erano finiti interpreti all'altezza e capaci di declinarle nella modernità. Il problema - dunque - è culturale, direi antropologico.
Debolezza degli uomini piuttosto che delle idee. La libertà di tutti, come il benessere diffuso, sarebbero dovuti essere dei privilegi che la classe dirigente avrebbe dovuto difendere guidando in tempo utile il cambiamento interno ad ogni Paese. Il guaio di tutto l’Occidente è la cronica mancanza di tale gruppo. Il tempo ha smascherato senza più appello una stortura sociale che si è rivelata gravissima. Abbiamo smarrito, non il modello, ma un qualsiasi modello culturale.
La politica ai tempi del postmoderno, come cosa migliore, ora sta proponendo populismi travestiti da democrazia partecipativa, tutto ormai  - analisi e proposta - è ridotto a sociologia.
Invece di essere un’occasione per fare finalmente i conti con la verità, in questo momento di crisi, vero, falso e verosimile si impastano, in un principio di scarnificazione del senso generale che va sotto il nome di semplificazione. Semplificando semplificando, siamo giunti alla dittatura del nulla, la politica ha smarrito il suo senso originario e neanche più il potere crede in essa.
Separatosi dalla politica (anche con un po’ di vergogna per esserne stata a lungo sodale), il potere - che è solo quello del denaro in qualunque sua articolazione - ha preso forma e sopravvento. Della politica il potere ora si serve come di una puttana.
Oggi chi crede che il potere sia ancora tout court il potere politico, sopravvaluta la politica e - soprattutto, distrazione più grave - sottovaluta il potere. E vota per uscire dall'Ue pensando di punire il potere, mentre colpisce solo la politica che, di fatto, non esercita alcun autentico potere di veto (mi si perdoni il bisticcio) sul potere.
Con questo, non assolvo la politica (o meglio, i politici), anzi, ma vorrei sottolineare come indebolire ulteriormente la politica, dunque le istituzioni europee significa, di fatto, dare al potere economico ulteriori alibi per un predominio che - per come dovrebbe essere l'Europa - non le competerebbe. Ci vorrebbe più politica, invece, per portare l'Europa e l'Occidente fuori dal guado, se ci fosse - ovviamente - qualche politico capace di assolvere al proprio autentico primogenito compito istituzionale: quello di guida e di protezione dei popoli e degli individui dal potere economico di pochi. Oligarchi totalmente privi di sentire politico e di cultura.

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