Editoriale

50 anni fa nasceva Totalità la rivista di Occhini e Bartolini

Durò solo tre anni ma segnò un 'epoca chiudendo la rivista alle soglie del '68 di se stessi dissero parafrasando Soffici, fummo allegri nella trincea di Totalità,

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

sciva giusto 50 anni  fa, per l’esattezza il 25 aprile 1966,  il primo numero del quindicinale Totalità. Tra i collaboratori della rivista: Barna Occhini, Roberto Mel (Melchionda), Sigfrido Bartolini, Mario Graziano Parri, Franco Ranieri, Carlo Francastello, Giorgio Savioli, Vintila Horia, Bruno Lenori, Emilio Gentile, Piero Operti, Julius Evola, Giuseppe Pensabene, Giano Accame, Armando Montanari, Bruno Sganga, Fausto Gianfranceschi, Pietro Gerbore, Gioacchino Contri, Didimo Cardarelli, Carlo De Risio.

Ricordiamo l’anniversario  attraverso la scheda  tratta dal libro di Mario Bozzi Sentieri, Dal neofascismo alla nuova destra – Le riviste 1944-1994 (Nuove Idee, Roma 2007).

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Totalità risente, nella scelta degli argomenti e nella impostazione grafica dell’impronta, di Barna Occhini, fondatore e animatore della testata. Occhini, critico d’arte e letterario, già direttore, durante la Rsi, di Italia e Civiltà, genero di Giovanni Papini, con Totalità si inserisce nel filone delle riviste "alla Toscana": polemiche e provocatorie, scanzonate ed anticonformiste. La collocazione "a destra" non ha chiari confini ideologici, ma è determinata dall’eterogenea pattuglia dei collaboratori e dalla "linea politica" data dagli articoli d’apertura di Occhini e dalle argute puntualizzazioni sotto pseudonimo. Su tutto, il concetto di "Totalità", così espresso, nella "Spiegazione d’apertura" (Totalità, N. 1, 25 aprile 1966), dallo stesso Occhini:

"Totalità, non totalitarismo. Proprio lo Stato totalitario contraddice l’esigenza della totalità, poiché esige, lui, la preminenza piena, assoluta dello Stato sui cittadini. Cioè nello Stato totalitario il cittadino è sacrificato allo Stato, lascia che lo Stato controlli e diriga ai propri fini ogni sua azione, quasi ogni suo gesto e quasi, si direbbe, ogni suo pensiero; cioè la sfera dell’iniziativa e della responsabilità si restringe nel cittadino sin quasi ad annullarsi del tutto. Nella totalità, invece, il cittadino non abdica allo Stato, la sua personalità è salva, non subisce sopraffazioni di indipendenza e di libertà. C’è lo Stato e c’è il cittadino, coordinati l’uno all’altro, l’uno in funzione dell’altro, senza scompensi né squilibri".

Totalità dunque come "visione multilaterale, integrale", nella varietà delle classi, nella loro dinamica, ma anche nella loro, magari inconsapevole, collaborazione, con il fine di "promuovere l’individuo" e "promuovere, appunto, la collettività, e fondere l’uno con l’altra", "sollecitare lo spirito nazionale e altresì lo spirito sopranazionale", comprendere le ragioni dell’uguaglianza sia "le ragioni, in natura e in diritto, della diseguaglianza, le ragioni, cioè, di una differenziazione, di una, in conseguenza, gerarchia". L’ambizione di Occhini è quella di favorire la crescita di un "principio di equilibrio, di unità, di sintesi", rispetto ad una realtà varia, dinamica, di conflitto.

"Polemica, ma non faziosa", secondo lo spirito del suo animatore, Totalità puntualizza le vicende più immediatamente politiche (dalla debolezza del governo di centro-sinistra alla ricostruzione del mancato tentativo di Fernando Tambroni nel dare vita, sul finire del 1960, ad una scissione della Dc, con la creazione di un partito di stampo neo-gollista, dall’esperienza, presidenzialista. di Randolfo Pacciardi alla "rivoluzione nazionale" dei militari greci).

Emerge, sempre più, una concezione "non necessariamente reazionaria" della Destra, insieme selettiva e dinamica ("Quel che preme, in ultima analisi - scrive Occhini, "Destra e Sinistra", Totalità, N. 4, 10 giugno 1966 - è che le forze che la Destra rappresenta, forze prevalentemente di selezione, di élite, esplichino pienamente, nel loro ordine primario, le loro attitudini e qualità; ma non col risultato, poniamo, che si veda circolare un certo numero di miliardari nel bel mezzo di una società di indigenti"), che tuttavia non disdegna di denunciare le "Aberrazioni democratiche" (Totalità, N. 19, 25 novembre 1967), le quali provocano la decadenza del Parlamento, della scuola, dello spettacolo, della Chiesa, dell’arte.

Il richiamo è alla qualità delle scelte contro una "mediocrità aurea, ma grigia, vile, filistea, corrotta". Scrive Barna Occhini ("Orientamenti", Totalità, N. 20, 10 dicembre 1967): "Poco importa se uno sia liberale, comunista o fascista se è l’uno o l’altro fiaccamente, aridamente, senza nessuna seria, intima partecipazione. Se una rivoluzione ridesta un popolo, ne rianima le energie, lo reintegra nella storia, venga 1a rivoluzione, di qualunque tipo e colore sia. Se un regime totalitario è per raccogliere, unire, fondere e potenziare tutte 1e volontà e le capacità di una nazione, al fine di produrre uno sforzo eccezionale, per un risul­tato eccezionale, ben venga il regime totalitario".

Le "provocazioni" estetico-politiche della rivista si manifestano anche nel settore letterario e della critica artistica, dove si attacca la pseudo arte della IX Quadriennale (Sigfrido Bartolini), si giudica Moravia "imbecille e impertinente" (Il Polemico), si denuncia la crisi degli intellettuali marxisti (Roberto Melchionda), mentre - d’altra parte - vengono pubblicati inediti di Giovanni Papini, Domenico Giuliotti, Henri Bergson. Miguel Unamuno e, più in generale, si recensiscono le opere di Prezzolini, Evola, Céline, il tutto arricchito dalle xilografie originali di Sigfrido Bartolini (ne vengono pubblicate 115).

Quasi a rimarcare l’"impoliticità" della propria esperienza, Totalità pubblica il suo "Congedo provvisorio" (N. 7-8, 10 aprile 1968) alla vigilia delle elezioni politiche: "quando - si legge nella nota redazionale - anziché sparire, spuntano e proliferano, per concorrere a questa nostrana quinquennale olimpiade della stupidità e della menzogna, ogni sorta di fogli, fogliastri, fogliacci, è una bella affermazione, ci sembra, di originalità, ritirarsi, mettersi in disparte e tacere".

A sottolineare il tono disincantato del "sodalizio" la nota così conclude: "Fra tante battaglie combattute in questi due anni, fra tanti sdegni, e anche fra tante riflessioni e meditazioni, abbiamo pure trovato il modo di divagarci, di scherzare, di essere allegri. Parafrasando un motto di Ardengo Soffici riferito nell’ultimo numero di Totalità dell’amico Barna Occhini, gli storici futuri potranno dire di noi: Furono allegri nella trincea di Totalità".

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da ghorio il 28/04/2016 15:48:17

    Anche se questa rivista non l'ho mai letta ,a suo tempo, debbo dire sono queste riviste che mancano all'area di centrodestra. Sarebbe ora e tempo che si arrivasse ad una nuova stagione di riviste e magari qualche settimanale battagliero, come erano le riviste degli anni 60/70 e 80. E' mai possibile che in quest'area non ci sia un editore disposto ad investire?

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