Editoriale

Il valore politico dei referendum: il centrodestra ha gestito male quello sulle trivelle, pensi bene al voto di ottobre

Il centrodestra ha dimostrato di non avere capito la partita in gioco e di non essere riuscito a comunicare con i suoi elettori, frastornati tra i puristi dell’industrialismo ad oltranza e de “L’Ecologia che inquina l’economia”

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

hi  non aveva capito, illudendosi che il referendum “sulle trivelle” avesse una semplice valenza “tecnica”,  è servito. A mezz’ora dalla chiusura delle urne, sono state le reazioni, tutto sommato stizzite,  di Matteo Renzi, a confermare  il valore politico dell’appuntamento di domenica 17 aprile e gli inevitabili strascichi interni ed esterni al partito del premier.

Malgrado il quorum mancato e la sostanziale vittoria degli astensionisti, Renzi non ha risparmiato critiche feroci nei confronti di quanti hanno voluto il referendum. In prima fila quelli del suo partito, a cominciare dal Presidente della Puglia, Michele Emiliano, che ha subito rilanciato: “I 14 milioni di elettori sono più dei voti presi dal Pd alle Europee. Renzi impari a rispettare chi come me è stato eletto dal popolo”. “Abbiamo frenato le lobby”, ha aggiunto  il governatore pugliese, che qualche giorno fa, in un’intervista a “La Stampa” aveva accusato Renzi di  essere espressione del “partito dei petrolieri” e di “…  aver sposato la parte peggiore del Paese contro la nostra storia”.

Al di là delle lotte fratricide interne al Pd, il centrodestra non può, d’altro canto,  trincerarsi dietro il “bel risultato”. Non guasterebbe  una seria riflessione e magari un po’ di autocritica. 

Innanzitutto, pur  con tutti i distinguo del caso, il centrodestra ha  dimostrato di non avere capito la partita in gioco e  di non essere riuscito a comunicare con i suoi elettori, frastornati tra i puristi dell’industrialismo ad oltranza e de “L’Ecologia che inquina l’economia” (titolo di un  aureo libretto, a firma Franco Battaglia, distribuito da “il Giornale”) e chi spingeva per un voto politico e “trasversale”.

Solo Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono stati espliciti nella loro dichiarazione di voto per il “Sì”. Renato Brunetta, che ora canta quasi-vittoria,  si è espresso per il “No”. Così come molti di Forza Italia. Non pervenuta l’opinione di Silvio Berlusconi.

Si eviti di lanciare strali di leso industrialismo verso i referendari di centrodestra. E’ fuori luogo. I due presidenti di Regione, retti da maggioranze di centro destra, che hanno avvallato il referendum (Luca Zaia del Veneto e Giovanni Toti della Liguria) non appartengono certamente ad una cultura anti industrialista.

Non si faccia l’errore, ad urne aperte, di mischiare pere con mele  come fa Brunetta, il quale  dopo essersi esposto per il “No”, ora paventa improbabili trasposizioni tra i votanti del 17 aprile e quelli del referendum sulla riforma costituzionale: “… se si riuscisse a portare al referendum confermativo di ottobre tutti quelli che hanno votato alle trivelle, vincerebbe  il No alla ‘schiforma’ Renzi-Boschi”.

In politica non c’è niente di scontato. Il referendum di ottobre va preparato con cura.  Vanno ben specificate le ragioni del “No” e va smontata – da subito – la falsa propaganda renziana. Ma vanno anche date risposte concrete  al pasticciaccio della riformetta Renzi-Boschi.

Il centrodestra piuttosto che dividersi, già in partenza, in comitati e comitatini, dovrebbe allora avere  la lucidità di costruire, da subito,  una proposta condivisa, magari autoconvocando una “Costituente per il cambiamento”, fatta di costituzionalisti e di esperti, in grado di enucleare un progetto alternativo a quello di Renzi.  Intrupparsi nella schiera dei conservatori del vecchio ordine costituzionale sarebbe un errore gravissimo. Per questo – a differenza di quanto avvenuto per il referendum “sulle trivelle” -  ci vogliono argomenti forti per invitare alla mobilitazione e poi al voto. 

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