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Editoriale

Ma quando cominceremo a ribellarci alle vessazioni di chi governa? Basterebbe anche una rivolta ideale

In Francia si stanno ribellando all'ipotesi di Jobs act , da noi tutti inchinati ai voleri di chi comanda se almeno ci fossero élites che si impegnassero a guidare una riscossa del paese intorpidito

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

a Francia è in subbuglio. La Tour Eiffel è chiusa, le scuole occupate, i trasporti in tilt, le piazze percorse dalla protesta contro l’esecutivo “di sinistra” che vuole introdurre il “Jobs Act” all’italiana: più flessibilità sul lavoro e meno diritti. Gli studenti ed i lavoratori francesi hanno ragione. Visti i risultati della riforma renziana la flexsecurity, evocata da Francois Hollande e compagni, è, al netto delle decontribuzioni, un fallimento. Onore ai francesi che almeno – per dirla con il “Bartali” di Paolo Conte – “si incazzano”.

Avremmo voluto e vorremmo una medesima reattività in casa nostra. Il “Bel Paese” conferma invece la sua condizione letargica. In meno di cinque anni gli italiani hanno incassato l’espropriazione di un governo legittimo, una riforma delle pensioni lacrime e sangue, tasse a gogò, riduzione delle tutele sul lavoro, schiaffi dall’Europa.

E poi tanti bei “conflitti d’interesse”, dispensati a piene dalle periferie al governo centrale, dalle Regioni a Roma. Ultimo episodio, quello della ministra dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, dimissionaria a seguito dell’inchiesta sugli impianti petroliferi Eni in Basilicata. Al centro della vicenda una conversazione in cui la Guidi ed  il suo compagno Gianluca Gemelli parlano di un emendamento – bocciato nello “sblocca Italia” – da inserire di nuovo nella legge di stabilità. Un emendamento “nell’interesse di Total”, annotano gli investigatori, e che poi sarà approvato.

Il vero dramma è che siamo all’assuefazione e alla letargia di massa. Con l’aggravante – come scriveva Giuseppe Prezzolini, nel suo “Codice della vita italiana” – che l’italiano ha un culto atavico per la furbizia e per quanti la praticano, a cominciare dai potenti. Ad essa l’italiano guarda con deferenza, pronto ad imparare la lezione. La rincorre, se ne fa scudo, ovunque sia possibile, pronto a dimenticarsi del corrotto di turno, magari invidiandolo un po’.

Del resto, quando tutto si riduce a calcolo, a statistica, a “spread”, quando a prevalere è un individualismo straccione, senza richiami alti, senza destini comuni e condivisi, è facile che a farsi strada sia il liberi-tutti, con i risultati che vediamo.

Sul che-fare la partita è aperta, ma non facile. Indignarsi non basta. Di auspici purtroppo sono zeppe le cronache. Denunciare è importante, ma non sufficiente. L’unica speranza è una Rivolta Ideale in grado di orientare se non proprio “le masse” almeno le élites sulla via di un destino condiviso, di una nuova etica collettiva, di un senso autentico del rigore e dello Stato.

Sempre che le élites vogliano crederci ed impegnarsi veramente. In gioco non ci sono solo gli interessi  di qualche minoranza, ma l’esistenza stessa dell’Italia.

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