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Il guitto

Ma in fondo, è stata una degna conclusione...

Celebrazioni superficiali e formali dell' Unità d'Italia deludenti e al volte fuorvianti dal punto di vista storico

di Domenico Del Nero

Ma in fondo, è stata una degna conclusione...

Il guitto de' guitti, Enrico Benigni

Scandalizzarsi perché un guitto  conclude finalmente il carrozzone retorico e ipocrita delle celebrazioni dell’unità italiana? E perché mai? Anzitutto, verrebbe da dire che in Italia da tempo si ha la sgradevole sensazione di assistere a una farsa grottesca, che è appunto lo spettacolo pietoso e indegno offerto da una classe politica che, pochi mesi or sono, non ha saputo far di meglio che abdicare al proprio compito per  mettersi nelle “amorevoli” mani di banchieri & c. Se il paragone non fosse irriverente, tornerebbe alla mente la pietosa scena del 12 maggio 1797, quando un pavido e tremante Ludovico Manin, insieme a una minoranza del Maggior Consiglio, pose fine agli oltre mille anni di storia della Serenissima Repubblica di Venezia, cedendo il potere ai fantocci dei francesi (con buona pace del Foscolo). 

Ma persino Manin e gli ultimi, indegni eredi del patriziato veneto appaiono dei giganti al confronto della classe politica italiana, specie quella di questi ultimi decenni. Perché scandalizzarsi di un possibile governo dei comici, considerando i buffoni super pagati che da anni, in modo squisitamente trasversale, fanno pessima mostra di sé negli scanni parlamentari e nei seggioloni ministeriali, con poche, benemerite ma purtroppo insufficienti eccezioni?

Ma non è tanto questo il problema, anche se certo queste cose fanno male e dovrebbero spingere per davvero le persone di buon senso e buona volontà a chiedere un azzeramento totale di una classe dirigente che è ormai solo una casta intenta a proteggere se stessa e i propri ignobili privilegi, senza essere minimamente capace di tutelare quelli della comunità nazionale.  E’ stata la stessa “liturgia” tutta laica (e anche forse, un pochino massonica?) di questi festeggiamenti che dà la nausea a chiunque abbia un minimo di senso della storia e della memoria storica. 

Lo stesso Benigni che, in spregio a qualsiasi obbiettività, si è permesso di sputazzare i suoi insipidi lazzi su quello che fu uno degli stati più civili della storia, ovvero il granducato di Toscana, può benissimo usare il tricolore come foulard, dimenticando che, nel bene e nel male, oggi quella bandiera è una delle pochissime cose ancora capaci di dare  un senso alla parola “italiano”, nel plauso di un presidente della repubblica che – non dimentichiamolo – è nato politicamente e cresciuto in un partito che guardava più al Don che al Piave e alla Pravda che a Roma; senza dimenticare il suo servo encomio ai carri armati sovietici che soffocarono la rivolta di Ungheria. In un paese civile, un simile personaggio non sarebbe dovuto diventare neppure presidente di un consiglio circoscrizionale, ma tant’è …

Questo anniversario poteva e doveva avere un senso se, proprio dando ormai per scontata e acquisita  l’unità nazionale,se  si fosse dato inizio a una seria revisione storica che rivalutasse, ad esempio, la tragedia del meridione, che si vide scippata la propria indipendenza e la propria avanzatissima civiltà; rivalutando anche gli stessi sovrani preunitari, che nella grande maggioranza dei casi non furono affatto i “tiranni” sanguinari  su cui ancora oggi si accaniscono gli stupidari di testo scolastici (e non solo). 


E chiarendo magari, una volta per tutte, che il problema del superamento del particolarismo e della frammentazione  era sentito da tutti, dagli stessi sovrani preunitari come Ferdinando II di Borbone  o Leopoldo II di Toscana, i quali ci cedettero al punto da lasciarsi coinvolgere nella cosiddetta “prima guerra di indipendenza” ma che certo non erano disposti a mettere in gioco i loro stati soltanto per favorire le mire espansionistiche del regno di Sardegna.  

Chiarire insomma che la strada che si è poi concretamente realizzata non era la sola e forse neppure la migliore possibile, senza per questo rimettere in discussione ciò che ormai è stato fatto e cementato dal sangue di due guerre mondiali; ma semplicemente in omaggio alla verità storica e per capire che la cosiddetta questione meridionale non è certo un retaggio “borbonico” (anzi!) ma è stata creata proprio da un processo di unificazione che badava molto di più a colonizzare che ad unire.

E visto che si blatera tanto di Europa, di radici europee etc, non sarebbe male anche riconoscere il ruolo di altissima civiltà a quell’impero Asburgico al quale, molto più che ai “conquistatori” piemontesi, certe regioni del nord  Italia devono oggi i presupposti storici della loro fortunata condizione; Francesco Giuseppe sarà anche stato un nostro nemico per determinate contingenze storiche,  ma non per questo non fu un grande sovrano ancor oggi giustamente molto più rimpianto e ammirato dei piccoli re sabaudi; e non sarebbe male, a questo proposito, un confronto tra un Francesco II di Borbone che, tradito e abbandonato dalle alte gerarchie del suo regno si rinchiuse con i suoi soldati a Gaeta donando un raggio di gloria alla fine della sua dinastia e un Vittorio Emanuele III che fuggì dalla sua capitale dopo un armistizio che causò lo sbandamento e le tragedie ben note. Ma invece, come sempre … squilli di tromba e soprattutto, di insopportabili tromboni.

I comici al governo? Benigni premier? Ma tra comici e buffoni, c’è poi tutta questa grande differenza?

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 21/12/2012 20:36:17

    No, nessuna differenza, per rispondere alla domanda finale. Forse nel compenso, qualche differenza c'è. I comici famosi come Benigni hanno sicuramente cachet parecchio alti, ma penso che, a questo proposito, i nostri fantocci politici riescano a batterli di diverse lunghezze, a furia di rimborsi, rimborsini e sconti vari, da aggiungere a tutti gli stipendi che prendono. I comici fanno ridere, e partono dalla realtà, esagerandola, deformandola per strappare la risata. I politici distorcono, esasperano, violentano la realtà per la loro ansia e fama di potere, spingendoci all'ansia, all'angoscia e al desiderio di non far più parte della loro stessa terra. Ogni tanto si fanno ridere dietro, ma è proprio solo perché non si può piangere sempre. Ho letto con piacere l'articolo, soprattutto per l'excursus storico del nostro recente passato, che mi fa sempre sorgere una domanda: ma perché, per noi Italiani, è così difficile occuparci di cose serie e importanti come il governo di un paese e dei suoi cittadini, senza riuscire a sporcarlo con la corruzione dei propri interessi singoli? Se confronto il nostro "spirito" politico (perdonatemi l'accostamento indegno della parola politico a spirito) con quello di altri paesi, mi piange il cuore. Siamo davvero i discendenti degli antichi Romani? Oppure il nostro DNA si è corrotto e putrefatto per strada?

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