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Parla Valentuomo

Giovanni Belardelli, «Corriere della Sera» 25 marzo 2015   

Dovendo scegliere il nuovo amministratore delegato dell’Auditorium di Roma, il sindaco Ignazio Marino ha fornito una prova ulteriore della vacua anglomania che si è impadronita del nostro ceto dirigente, politici in prima fila. Data l’importanza dell’incarico (e di riflesso della retribuzione: 200 mila euro), nulla da obiettare sul fatto che si allarghi la ricerca oltre i confini nazionali, provvedendo a pubblicizzare il bando con un’inserzione sul Financial Times . Lascia invece esterrefatti che tra i requisiti di ammissione, come ha notato Paolo Fallai sulle pagine romane del Corriere , vi sia — testuale — «possedere un’ottima conoscenza della lingua inglese e una conoscenza dell’italiano». Per la precisione, andando avanti nella lettura, si scopre che, per dirigere una delle più importanti istituzioni culturali della Capitale (e del Paese), basta avere una semplice conoscenza «di base» dell’italiano. Siamo alle solite insomma. Per sembrare evoluti e moderni, non ci limitiamo a chiedere come è ovvio la conoscenza dell’inglese, ma che questa sia — a Roma! — nettamente superiore alla conoscenza dell’italiano. Dietro la apparente anglofilia fa capolino quel diffuso e ridicolo provincialismo che caratterizza tanti altri episodi del genere. Dalla scelta del nuovo logo della Capitale, Rome&you, all’intitolazione del sito per gli eventi legati all’Expo lanciato dal ministro Dario Franceschini: VeryBello! È un uso dell’inglese letteralmente insensato, giacché i turisti vengono da noi perché l’Italia è l’Italia, e non per certe provinciali mascherature english . Dovremmo semmai fare in modo che, nelle nostre città d’arte, coloro che hanno a che fare con i turisti conoscano almeno un inglese di base. Ma su questo è ancora notte fonda, soprattutto a Roma. Qui può perfino accadere che una turista, avendo subìto un furto, vada in un centralissimo commissariato per la denuncia e si trovi di fronte dei poliziotti che, non capendo una parola del suo inglese, le dicano perentoriamente: «Lei è a Roma e deve parlare in italiano». Davvero uno strano modo, non c’è che dire, di favorire il turismo. Nella speranza che il sindaco Marino riesca ad affrontare efficacemente il problema dell’inglese (non) parlato ai piani bassi, diciamo così, della Capitale, torniamo un momento a quello che giustamente richiede sia parlato ai piani alti dell’Auditorium ma — ecco il punto — a scapito dell’italiano. Torniamoci perché c’è qualche altra cosa nel bando che non convince. All’aspirante amministratore delegato si chiedono requisiti pertinenti, tipo l’esperienza decennale nel management di istituzioni culturali, e altri del tutto vaghi od ovvi, dalla moralità necessaria a svolgere le proprie funzioni fino alla «intelligenza emotiva». Ma a suscitare perplessità è soprattutto ciò che si legge a proposito del colloquio che dovranno sostenere i candidati che abbiano superato la preselezione e tra i quali saranno individuati i cinque della rosa finale (sarà poi il sindaco a scegliere uno di loro): «I madrelingua inglesi saranno tenuti a dimostrare la conoscenza base della lingua italiana». Si noti che non è invece previsto alcunché di analogo per i madrelingua tedeschi, francesi, giapponesi e via elencando, che pure è del tutto lecito aspettarsi facciano domanda. Tanto valeva, allora, scrivere nel bando che il prossimo amministratore delegato dell’Auditorium dovrà essere anglofono, no?

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