Il film del momento

50 sfumature di noia e di fallimento del femminismo

La pellicola è lenta, bruttina, inefficace, ma il pubblico in sala in maggioranza femminile con reazioni.... imbarazzanti ci dicono molto sulla nostra società

di Emanuele Mastrangelo

50 sfumature di noia e di fallimento del femminismo

La locandina del film

Ci sono film che la critica aspetta affilando le lame sulla cote. “50 sfumature di grigio” è uno di questi, ed è stato uno sparare sulla Croce Rossa. Lento, deludente per chi s’aspettava un “Histoire d’O” del XXI secolo, recitato in maniera approssimativa e con un incipit da filmetto adolescenziale. Tralasciamo poi tutti i difetti insiti nel soggetto originale, il libro campione di vendite della E. L. James (al secolo Erika Leonard). Un film del tutto antierotico. Dunque, per il genere che voleva rappresentare, un completo buco nell’acqua. Eppure forse, è giusto spezzare qualche lancia per un paio di meriti che però potrebbero valergli una sufficienza (un sei meno-meno, va’). Meriti meta-cinematografici, come l’impatto sul pubblico in sala, con tutte le considerazioni antropologiche che ne conseguono, e un aspetto nella caratterizzazione dei personaggi che per lui è l’equivalente di quei dieci giusti che mancarono a Sodoma.

Com’era prevedibile, lo spettacolo migliore di “50 sfumature di grigio” è stato il pubblico. E in particolare il pubblico femminile, essendo i maschi in minoranza e per lo più trascinati dalle loro metà alquanto controvoglia. Un pubblico pronto ad applaudire il personaggio di Christian Grey, il fascinoso, ricco, bello, giovane e talentuoso dominatore che cerca di trasformare la protagonista, Anastasia Steele, nella sua schiava, tentando nello stesso tempo di non innamorarsene troppo. “50 sfumature” è il film che ha sepolto sessant’anni di femminismo in un colpo solo. Grey è l’idolo del pubblico femminile perché ricco, figo e stronzo. Lui “non fa l’amore, scopa forte” (applausi in sala). Grey trasforma la più castigata delle donne in una aspirante schiava: oh lettori, se da voi la vostra fidanzata non si fa dare nemmeno uno schiaffetto sul sedere, da Grey sarebbe disposta a farsi frustare a sangue. Ora, tralasciamo tutte le menate sociologiche che hanno voluto vedere in questo romanzo e nel relativo film un colpo di coda del machismo che quale “falsa coscienza di genere” affliggerebbe le donne impedendo la luminosa marcia verso la liberazione sessuale. Un copione già letto e visto ai tempi dello scandaloso (e ben più esplicito) “Histoire d’O”, la cui autrice negli anni Cinquanta fu sottoposta a una crocefissione mediatica da parte del movimento femminista, con l’ovvio codazzo di polemiche e luoghi comuni, primo fra tutti quello (riecheggiata anche nel caso della James) che il romanzo sarebbe stato opera di “negri” e l’autrice avrebbe messo solo la firma in calce al dattiloscritto originale.

La realtà è che il pubblico femminile stava nelle sale e ha letto i romanzi per Grey e non tanto per identificarsi in Anastasia (ma qui gioca anche l’istintiva gelosia muliebre per “quella smorfiosa”: generica etichetta per qualunque possibile rivale). Andare su un qualunque forum di fan su internet (non femminista) per credere. Gli indignati del fallocentrismo avranno di che sbizzarrirsi fra grattacieli, auto di grossa cilindrata e mezzi aeronautici come presunte metafore della virilità del protagonista. Vero o no, il dominatore Grey piace alle donne e piace per motivi che sono molto meno perversi che la sua passione per il BDSM. E questo spiega anche le cronache di questi giorni con piccanti racconti di spettatrici allontanate dalla sala per masturbazione molesta, davanti a un film che di spunti a prima vista ne ha dati davvero pochini… Dunque, “50 sfumature” mette a nudo al di qua dello schermo tutti i limiti del femminismo, che ha cercato di costruire una donna “assoluta”, svincolata dalla realtà dimenticando che siamo tutti fatti prima di carne e solo parecchio poi di ideologia. “Puoi dire quello che vuoi, ma il tuo corpo dice il contrario”.

Veniamo poi a quel merito nel film stesso, uno dei pochi se non l’unico, tuttavia forse sufficiente a non lasciar cadere nel dimenticatoio dei flop questa pellicola. “50 sfumature” si trascina lento per tutti i sui 125 minuti, esasperante, quasi. La “ricompensa” per tutto questo sciupio di celluloide è in un paio di scene “topiche”, che alla fine lasciano l’amaro in bocca: si poteva fare di meglio. Eppure questa esasperante lentezza va a diventare un ingrediente essenziale di una delle caratteristiche della protagonista, che è – appunto – ciò che ci interessa salvare in tutto il film. Anastasia Steele come Psiche o come la moglie di Barbablu: una donna che vuole a tutti i costi impicciarsi dei fatti dell’amante anche quando è stato loro ripetuto fino alla noia di non farlo. A differenza però delle trame del mito di Amore e Psiche e della favola di Barbablu non è la rivelazione finale a separare i due amanti: in “50 sfumature” Anastasia – in maniera perfettamente realistica – non fa altro che cercare di indagare i recessi della sessualità perversa di Grey, il suo passato, il suo inconscio. Non riesce a “sospendere l’incredulità” e a lasciarsi andare, e dunque fa esattamente il contrario di quello che lo slogan del film (l’ammiccante “perdi il controllo”) promette. Esacerbante, coi suoi occhioni liquidi, Anastasia incarna assai bene quel vizio della curiosità (anche questo prettamente femminile, come Bertoldo ci ricorda…) che, specialmente se fatto con psicanalisi da bar, riesce ad ammazzare qualunque romance. Che, ci si deve ricordare bene, si basa in grandissima parte sulla sospensione d’ogni domanda, sull’abbandono e su una certa dose d’incoscienza. Il continuo, snervante tentativo di Anastasia di “farsi i fatti” di Grey, di cercare un qualche rapporto di causa-effetto fra il suo passato e le sue passioni, il voler, appunto, svelare a tutti i costi la realtà di cui è fatto (come Psiche con la lampada chinata sul volto di Amore addormentato), riescono a uccidere l’erotismo durante tutta la durata della pellicola.

Il che – ovviamente – è un siluro sotto la linea di galleggiamento per un film che pretenderebbe d’essere erotico. D’altra parte è l’involontario tocco di spietato realismo che dice tantissimo su come siamo fatti, noi uomini e noi donne. Alla fine, a un pessimo film che comunque è riuscito a dare un simile spunto di riflessione va concesso l’onore delle armi.

PS. Magari se la sono goduta solo gli “addetti ai lavori”, ma anche la scena del ferramenta contribuisce alla sufficienza per questo film. Anche se, nella realtà, dietro i banconi dei ferramenta italiani belle rag

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