Renzo Martinelli

Due nuove sfide:11 settembre (1683)e Mussolini

Il regista italiano più interessante, intelligente, colto e controcorrente racconta il suo cinema e si scopre che...

di Pier Luigi Manieri

Due nuove sfide:11 settembre (1683)e Mussolini

Per intervistarlo mi chiede un incontro diretto anziche telefonico, perché:” guardandoci negli occhi, la conversazione è più vera”. Gli uffici della Martinelli film si trovano, chissà fino a che punto casualmente, nei pressi di via Mario Fani,balzata alle cronache e da lì nell’immaginario collettivo generazionale a causa del rapimento Moro, poi raccontato proprio dallo stesso cineasta in piazza delle cinque Lune. Sono sobri ed insieme eleganti, gli ambienti in cui prendono corpo le sue suggestioni filmiche, somigliano ai lavori cinematografici  che Martinelli realizza a partire da Porzus, che fu il caso cinematografico dell’edizione del 1997 del Festival del Cinema di Venezia.

Un caffè fumante e cominciamo, ripercorrendo una carriera per molte ragioni unica,che ha spesso diviso le opinioni, cominciata col cinema in forma breve a sfondo commerciale (video clip e spot pubblicitari) e proseguita affrontando alcune pagine spesso in chiaroscuro,in alcuni casi esaltanti (Primo Carnera, Barbarossa),in altri da condannare(Porzus, Vajont), ma sempre significative della  nostra storia.

Che ricordi ha della sua prima fase della carriera di regista di videoclip nei quali ha diretto tra gli altri Franco Battiato, Alice, Alan Parson, Pino Daniele e   Van Halen?

Ai tempi il videoclip era un’ottima scuola, giravamo in 35mm, quindi avevamo l’opportunità di lavorare su prodotti professionali ed allo stesso tempo di allenarci e sperimentare.E’ stato un periodo gratificante, si prestava molta attenzione all’immagine. Il mio stile ho cominciato a definirlo così

Si è occupato anche di regia di spot pubblicitari, linguaggio visivo vicino per sintesi, simbolismo e eleganza al videoclip, oggi in che direzione stanno andando questi linguaggi?

Riguardo i videoclip, non saprei con precisione perché non li seguo più. Sulla pubblicità, posso dire che è in un periodo di grande contrazione economica, a differenza di venticinque anni fa, in cui c’erano grandi budget a disposizione, anche cinque-seicento milioni, cifre importanti ancora oggi. Quelle erano le cifre che caratterizzavano quel periodo è grazie a quelle che m’è stato consentito nel tempo di acquistare le attrezzature con cui ora realizzo i miei film.

In generale comunque sono d’accordo: entrambi i linguaggi hanno  l’esigenza di creare una storia in breve tempo, lavorare su questo tipo di condizione mi è stato di enorme aiuto nel cinema. Ed in entrambi si esaltano la forma, l’estetica, le luci. Un altro elemento non meno importante è che si lavorava molto sull’aspetto tecnico, che  era privilegiato  sulla storia. Ho fatto tanta esperienza sulla macchina da presa, ancora oggi la maneggio io personalmente, non potrei delegare  un altro al mio posto. Il mio punto di vista è solo il mio. Posseggo quattro macchine da presa che dirigo direttamente, averle di proprietà non solo mi consente di ridurre i costi di produzione ma soprattutto di dare un’impronta del tutto personale ai miei film. Le mie produzioni, lo sono interamente e nel senso più stretto del termine, in quanto posseggo la strumentazione necessaria per fare il film,oltre al fatto che c’investo in prima persona.

Personalmente riconosco al suo cinema una certa personale eleganza, cifra stilistica che ne definisce lo stile in particolare apprezzo molto le lente panoramiche e la fotografia sospesa tra luce ed ombra.

La ringrazio. Credo che nasca dalla pittura. Alcuni grandi pittori olandesi non mandavano i loro operai al porto a comprare i pigmenti. Ci andavano loro. Il Perugino miscelava personalmente l’argento per le armature.  Questo consentiva loro di dare la propria intensità al colore, alla luce e alle ombre. In genere i miei colleghi usano per le riprese soltanto un obiettivo che è uno zoom 20/100. Io invece  non uso mai zoom ma ottiche fisse. Ho quindi un’estensione di ottiche che va  da 6mm a 1600mm(supertele ndr). Questo a mio parere è ciò che crea la differenza qualitativa d’immagine tra un film e l’altro. Mi piace immaginare e raccontare storie grandi piene di forza evocativa. In questo senso, la fotografia ed il movimento di macchina sono fondamentali.

Lei da Porzus in poi porta sullo schermo vicende vere o immaginarie  legate alla nostra storia ma che il suo linguaggio rende universali e cinematografiche. Come si colloca il suo cinema nel panorama italiano rispetto   a tanto minimalismo contemporaneo di maniera?

Uno dei comandamenti che cerco sempre di rispettare è quello di tenere lo spettatore ben inchiodato sulla poltrona. Il regista non ha alcun diritto di annoiarlo con le proprie elucubrazioni. Inoltre credo che il cinema abbia un valore maieutico, quindi che debba tirar fuori attraverso la storia la verità che è stata rimossa o dimenticata. Il mio interesse è quello di riportare in luce, attraverso la finzione cinematografica certe mistificazioni, per esempio: da tre anni con la mia casa di produzione stiamo lavorando ad un progetto sulla vicenda di Ustica. Nel mio cinema do rappresentazione del vero attraverso la spettacolarizzazione, questo aspetto dipende dal fatto che mi piace il cinema che coinvolge e fa sognare lo spettatore. Forse ho più affinità con altre scuole, dove si può coniugare la storia col grande cinema, pensiamo a Scorsese e Stone. In America ci sono una decina di cineasti che coniugano il tema con lo spettacolo, io vado in quella direzione e infatti vengo tacciato di voler fare l’americano. Intendo in  Italia, all’estero i miei film sono molto rispettati. Attualmente in Italia sono ben visti solo due tipologie di film, quello che lei definisce minimalista contemporaneo e la commedia. Prima o poi potrei prendere in considerazione la possibilità di farne una. Potrebbe giovare alla mia serenità professionale(sorride).

Perché il cinema italiano contemporaneo oggi all’estero è  marginale?

Mah, direi perché racconta storie che non hanno un respiro che possa interessare al di fuori di qua. Inoltre da noi siamo in una fase in cui tutti si sentono autorizzati a fare i registi: lo fanno le fidanzate, i comici, i cantanti. Credo che la qualità inevitabilmente ne risenta.

Da Moro al Vajont, dal fondamentalismo islamico in Italia a pagine gloriose della nostra storia come Barbarossa e  meno edificanti come in Porzus, cosa ricerca col cinema e nel cinema Renzo Martinelli?

Mah, la vera funzione del regista è quella di evocare la verità. Il regista “sente” il proprio tempo, e comunica la realtà attraverso la ricerca della verità.

Io non riesco a scrivere una sceneggiatura senza lo stimolo forte di ricerca. Le fonti sono essenziali per il mio lavoro. Una gran quantità di tempo della preparazione di un film, la dedico proprio alla ricerca. Combino i miei interessi e sfrutto i miei studi (ha 3 lauree n.d.r),per andare il più vicino possibile all’autenticità di ciò che poi i miei film raccontano. In Piazza delle cinque Lune, per girare la scena del rapimento di Moro, abbiamo ricostruito la sequenza proprio in via Mario Fani, in parte per avere maggior realismo, in parte per “vedere”  la verità, dei fatti. In questo momento con la mia casa di produzione stiamo lavorando sulla ricostruzione della vera morte di Mussolini. Siamo vicinissimi al quadro completo, quando avrò terminato la ricostruzione dei fatti, capirò quanto sarà possibile realizzarne un film, abbiamo già cominciato a ricevere i soliti consigli a lasciar perdere ….

Come valuta le critiche di cui Barbarossa è stato oggetto?

 E’ un episodio particolare, dovendo attribuire al film una valenza politica, il film è stato massacrato per questioni che non hanno nulla a che fare con la sua qualità.

Ma la questione va vista in altri termini: mentre che so, i francesi hanno una storia condivisa, noi neghiamo, distorciamo, la storia in funzione delle nostre convinzioni. Le foibe non erano nei libri di storia, la stessa resistenza è stata raccontata unilateralmente. Tornando a Barbarossa, i critici hanno parlato del film con dei preconcetti. Io ho solo dato rappresentazione di un episodio della nostra storia. Nelle mie intenzioni c’era solo quella di fare un film epico, e credo anche di esserci riuscito. Barbarossa andava valutato per la sua qualità, che poteva esserci oppure no, ma non per altre strumentalizzazioni.

 Sono d’accordo: se Barbarossa è un pessimo film, è giusto che venga giudicato per quello che è. Ma se è un bel film, si è linciato un autore per ragioni che nulla hanno a che vedere col suo lavoro. E questo tipo di censura rimanda a certe pratiche non proprio democratiche. Aggiungerei che nessuno vedendo Braveheart ha pensato ad un film a favore della causa  scozzese pro devoluzione, hanno tutti pensato quello che era giusto: grande film sul senso della libertà. Mi chiedo come mai venga applicato un diverso metro di valutazione per due pellicole che vanno nello stesso solco. Forse è più facile puntare l’indice verso alcuni autori che altri. Comunque,si ritiene un regista scomodo, incompreso o boicottato?

Ah! Mah…forse scomodo. Tocco dei temi che qualche callo lo pestano. Poi ognuno fa il proprio mestiere. Io faccio il regista, cerco di pormi di fronte alla questione a mente libera per arrivare a cogliere il senso dell’avvenimento. Ogni mio film per me deve avere questa prerogativa. Lo stesso vale per la pellicola che stiamo ultimando:”September eleven”.Riguardo alla critica, ritengo che dovrebbe avere sempre quella serenità di giudizio che ogni film merita

Per Barbarossa il ricorso alla tecnologia è stato massiccio: In post produzione sono state trattate digitalmente circa 800 inquadrature e per la prima volta in Italia è stato utilizzato un sistema per la replicazione digitale che ha conferito  alle scene di massa un maggiore realismo, che strumentazione era?

E’ un software, il Crowd replication, utilissimo per le scene di massa perchè consente di replicare e di moltiplicare uomini e cavalli. Oggi la tecnologia ci consente di ottimizzare certe esigenze di scena, per esempio: in September 11 ho utilizzato il Set Extension, che mi ha consentito di estendere le mura di Vienna

Andrea Laia  in  Primo Carnera fu una scelta  probabilmente  dettata dalle dimensioni eccezionali del pugile ma che francamente non m’ha convinto molto.  L’ho trovato piuttosto inespressivo

Beh, nella ricerca dell’attore dovevo tener conto di tre aspetti fondamentali: doveva essere alto due metri, perché Carnera misurava questa altezza; saper boxare, perché con la boxe non si può mentire e sapere l’inglese perché il film era pensato per l’estero. Andrea effettivamente rispondeva a tutti e tre i requisiti: è alto oltre i due metri, ha praticato la boxe a livello giovanile e parla inglese.

Ci parli di F Murray Abrham.

Mi è molto facile parlare di lui, prima di tutto perché siamo amici da tanti anni e poi perché è una persona bellissima. Murray è un attore vero. E’ un professionista eccezionale, arriva puntualissimo, conosce a memoria non solo tutte le sue battute ma anche quelle degli altri. Con lui è sempre buona la prima, quindi risparmio pure pellicola. E poi, col suo talento sublime aggiunge valore al mio scritto. E’ l’attore ideale, è facilissimo lavorare con lui.

Oltre a F Murray Abrham lei ha diretto stelle internazionali come Harvey Keytel, Rutger Hauer, Burt Young, Donald Sutherland, Giancarlo Giannini, Giuseppe Cederna, e Laura Morante. A dispetto di certa critica, gli attori sembrano apprezzare decisamente i suoi lavori, che interpreti sono questi altri?

Gli altri devo farli innamorare dell’idea. Devo stimolare il loro interesse e poi,contemporaneamente lasciarli esprimere e  controllarli. Il set è come una nave, di cui il regista è il capitano. Hauer è molto pratico e legnoso, va guidato passo passo. Harvey Keytel invece è un istrionico, va lasciato libero perché è un attore straordinario ma anche controllato altrimenti ti può stravolgere il senso della scena. Lui appartiene alla stessa  scuola di De Niro e Al Pacino, in cui l’interpretazione è quasi interamente improvvisazione. E’ abituato a lavorare con registi come Scorsese, che puntano molto su quello stile. Scorsese gli illustra la scena e quello che vuole raggiungere, poi  lascia che improvvisino i movimenti, e l’interazione con gli altri attori. Scorsese piazza numerose cineprese e riprende tutto da ogni angolazione, in questo modo trova il punto di vista che gli occorre. Il che va benissimo quando tutti gli attori hanno quello stesso stile, altrimenti può essere problematico.

E qualche problemino effettivamente me l’ha procurato perché, se nelle scene con Murray tutto filava perfettamente, in quanto essendo assolutamente in grado d’improvvisare lo assecondava,  la  Jane March invece era semplicemente terrorizzata! Lei è quel genere d’interprete che si attacca al copione e ci si attiene completamente, lui stravolgeva ogni cosa, lei rimaneva lì impietrita, ricordo che mi guardava smarrita e sconvolta in cerca di aiuto! Con Murray per fortuna è tutto molto più armonico, voglio raccontarle un episodio che rende bene quanto sia amato e stimato nell’ambiente del cinema: un paio d’anni fa mi ha invitato a New York alla premiazione in cui è stato proclamato miglior attore shakespeariano al mondo, era presente il gotha del cinema americano e tutti si rivolgevano a lui quasi con deferenza

Un’ultima battuta, so che non vuole rilasciare dichiarazioni circa  September Eleven 1683, tuttavia trovo molto suggestiva  la sua tesi che tutto parta da lì. A questo proposito, può darci una piccola anticipazione?

E’ il tentativo di andare all’origine di un malessere. E’ un film legato idealmente al Mercante di Pietre, che rappresenta l’oggi. Con September eleven inquadriamo quello che secondo molti esperti è il fattore scatenante che poi quattro secoli dopo avrebbe innescato fatti tragici come le torri gemelle. La sconfitta di Vienna che segnò anche l’inizio del declino dell’impero Ottomano.

Oggi il mondo islamico vive qualcosa di molto simile: la cultura mussulmana è rimasta sconosciuta per secoli. Una sorta d’ impermeabilizzazione  ha mantenute intatte tutta una serie di norme racchiuse nella Sharia, dove ancora occorrono due donne per equiparare in tribunale la parola di un uomo. O come in Arabia Saudita, dove le donne non possono avere la patente. Con Internet questo mondo sta implodendo, questa implosione può generare effetti come gli attentati ma anche come la primavera Araba, che è un grande segnale di risveglio. Dove poi porterà è ancora presto per dirlo.

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    5 commenti per questo articolo

  • Inserito da am78 il 21/02/2012 17:39:36

    Bello, complimenti! "Porzus" me lo ricordo, e forse sono uno dei pochi che l'ha visto all'epoca.....

  • Inserito da emma consoli il 20/02/2012 18:10:46

    Caro Manieri, che piacere leggere di nuovo un suo articolo. Proprio alcuni giorni fa ho scritto alla redazione per sapere di Lei. Bellissima intervista, come sempre.Molto sfaccettata e ricca di spunti. Devo dire che effettivamente il titolo non le rende giustizia. Buon lavoro Emma Consoli

  • Inserito da Pier Luigi Manieri il 20/02/2012 13:49:10

    Carissimi DoupleP e Rick, per prima cosa, vi ringrazio dei giudizi lusinghieri. E’ pleonastico dire che per chi svolge una professione che ha a che fare col pubblico,ricevere attestati d’apprezzamento è decisamente incoraggiante e motivante oltre che gratificante. Anche perché,consentitemi una battuta, lasciano pensare che uno non si stia perdendo tempo e cosa più importante,che non lo faccia perdere a chi legge. Detto ciò, per consuetudine non rispondo mai ai commenti dei lettori,siano essi positivi che negativi ma nella fattispecie mi consento una deroga in quanto è necessaria una precisazione rispetto alle vs. osservazioni che come qualsiasi giudizio, su questa testata trovano cittadinanza; tale precisazione è che non avendo composto il titolo e sottotitolo non posso rispondere in merito ad una scelta che non mi appartiene. Non è una scappatoia per tirarmi fuori dalla questione ma semplicemente il dato di fatto. Esattamente come ogni testata, Totalità.it ha al suo interno una serie di figure specifiche, tra queste c’è il titolista che è appunto colui che è”titolato”(scusatemi il gioco di parole) a costruire il titolo del pezzo. Pertanto posso solo rispondere per ciò che scrivo io. Nel salutarvi, consentitemi solo un piccolo rilievo:è un sacrosanto diritto esprimere le proprie opinioni, siano esse a favore o contro, tuttavia un pizzico di attenzione in più verso la forma non ci starebbe male, francamente un paio di espressioni mi sono sembrate eccessive. Grazie nuovamente per le belle parole e buona lettura. Pier Luigi Manieri

  • Inserito da doublepi il 19/02/2012 19:07:17

    Gentile Manieri, mi rivolgo a Lei come autore, prendendo spunto dal precedente commento. In effetti, anche a me il titolo del Suo articolo è sembrato fuorviante; basandosi sulla descrizione non si capisce che è un' intervista a Renzo Martinelli. L'intervista comunque è interessante. Saluti Piero

  • Inserito da rick il 18/02/2012 18:49:54

    Gentile redazione, avevo già scritto in mattinata ma forse ho sbagliato procedura,nel frattempo ho riletto l'intervista a Martinelli e recupertato Barbarossa e devo riconoscere che effetivamente è un bel film. Come avevo già scritto,non amo particolarmente i suoi film, avevo però trovato molto interessante il pezzo di Manieriinfatti avevo scritto per complimentarmi che m'aveva convinto a riscoprirne qualche titolo a partire da Barbarossa.Un pezzo ben fatto, che scava affondo al tema e ci mostra un personaggio interessante e a mio modo di vedere sincero. Ma se posso permettermi,come avevo già scritto, c'è un punto che non condivido proprio, cioè il titolo e il sottotitolo(si chiama così?)che hanno toni da fanzine "due nouve sfide-il regista italiano più intelligente, colto,interessante"col ricorso a frasi fatte e assolutismi da basso giornalismo che banalizzano e non incoraggiano la lettura. Io stesso ho continuato a leggere unicamente perchè apprezzando molto lo stile di Manieri non mi sono fatto fermare dalla prima impressione.Spero con la mia lettera di non risultare offensivo. Saluti, Rick

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