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Editoriale

Coaching e vision, la strategia americana di Renzi il motivatore

Come un allenatore il premier guida la squadra Italia con determinazione. Tante conferenze stampa, tanto ottimismo, ma i goal li fanno gli altri

Simonetta  Bartolini

di Simonetta  Bartolini

on possiamo sottrarci, le ultime ore dell'anno pretendono bilanci, anche se tirare le somme del 2014 rischia di trasformarsi in un noioso cahier des dolèances. Allora, ecco, proviamo a fare un bilancio dei dieci mesi renziani dal punto di vista della sua strategia comunicativa (i fatti come tutti sanno o latitano o sono disastrosi quindi caliamo un pietoso velo).

Dunque la strategia comunicativa. Renzi è fantastico, non solo sa comunicare facendo passare per fatti le sole intenzioni, ma, quel che è più importante, conosce i meccanismi della leadership artificiale. Niente di improvvisato, nessuna dote naturale, si tratta di una precisa tecnica messa a punto da un gruppo di psicologi americani e usata dalle grandi aziende per motivare dipendenti e dirigenti.

La chiamano coaching, e insegna ad avere una visione , ma ovviamente si chiama "vision", crea quella volontà di raggiungere il risultato avendolo preventivamente individuato con chiarezza, il motto è più o meno: avrai la vita che vuoi, nel caso di Renzi avrai la politica che vuoi.

Naturalmente la figura principale in questo processo di pianificazione è il coach, l'allenatore, il motivatore, colui che mostra la strada allontanando non solo il pessimismo ma anche i pessimisti, i gufi nella versione fiorentina dell'ex sindaco di Firenze.

 Non c'è spazio, nel coaching renziano, per il pessimista e non vale il detto che questi  sia solo un ottimista ben informato, perché non si tratta neppure di essere ottimisti, o di mettersi poco credibili occhiali rosa per guardare la realtà, a dire il vero non conta neppure esser ben informati sui fatti. 

 No, cari lettori, nel modello psicologico renziano/americano la disposizione di ciascuno nei confronti di una sfida, di un confronto, di un impegno deve essere quella del colono del vecchio West: pensare poco, agire molto...con le parole (siamo pur sempre nel mondo 2.0 e non nelle praterie dell'800), non cercare di risolvere il problemi, ma baipassarli (infatti Renzi non adotta il problem solving): perché porsi di fronte ad un problema cercandone la soluzione significa perdere tanto tempo nella comprensione del meccanismo che ne sta alla base e poi impegnarsi in una complessa operazione di soluzione, che però vale solo per quello specifico problema, e di fronte al prossimo occorre ricominciare.

No, il problem solving non può andare bene per Renzi e per l'Italia, troppi i problemi, a volerli risolvere tutti c'è da perdere la testa!

E allora ecco il nostro Premier, che si cala nel ruolo di motivatore, insegna ai suoi a parlare di visione (fateci caso ascoltateli , anche se è dura, quando intervengono nei talk show), a mostrarsi sempre sorridenti (la Boschi in particolare lo ha preso in parola e declina il sorriso in tutti i modi possibili), stigmatizza i "gufi" che non condividono il suo approccio e con un po' di ingenuità tutta italiana si preoccupano di far seguire i fatti alle parole, o si lamentano se ciò non avviene. 

Così con baldanza "visionaria" mette in vendita le auto blu, stabilisce numeri e tempi del break even. Stabilisce con la solita concretezza "visionaria" i tempi delle riforme, una al mese, e nel giro di un anno l'Italia sarà un'altra.

Con "visionaria" attitudine pragmatica stabilisce di coinvolgere tutti (ricordate, il buon motivatore non esclude nessuno e soprattutto fa sì che nessuno si senta escluso) e stila con Berlusconi il patto del Nazareno.

In Europa adatta la "visione" ai partners, e se questi non si fanno coinvolgere, li manda al diavolo con concreta simpatica jattanza.

Renzi sa che, perché il coaching funzioni, occorre un linguaggio adatto, spiritoso, sbarazzino, e soprattutto denso di slogan insipidi ma pervasivi, funziona bene il modello baci perugina ognuno sdegna quei foglietti che stanno fra la stagnola e il cioccolato, ma nessuno omette di leggerli, magari solo per sorriderne o ...

E il coaching funziona, non sono stupidi quelli che lo hanno messo a punto, non è un caso che le maggiori aziende se ne servano per i propri dipendenti.

Il coaching funziona anche perché Renzi ha avuto la genialità di applicarlo nel posto giusto (un paese allo sbando, senza più ideali e neppure idee, preoccupato per i propri soldi e impaurito dai maledetti tecnocrati della finanza europea); nel contesto più adatto (la politica che fa rima con corruzione e privilegio, dove destra sinistra e centro non hanno più significato).

Ma soprattutto Renzi ha avuto l'intelligenza di usare lo strumento "aziendale" per eccellenza proprio contro il campione del modello Italia-azienda, Berlusconi, che è rimasto indietro, o forse non ha creduto che quel giochetto degli psicologi americani potesse funzionare per prendere in mano le redini del paese.

Ecco, nel vuoto pneumatico di una politica logorata, Renzi si è proposto come grande motivatore, l'allenatore della squadra destinata a vincere la coppa del mondo con sicura baldanza.

Peccato che fino ad ora il portiere ha preso un goal al minuto e la palla non è mai stata passata all'attaccante.



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    2 commenti per questo articolo

  • Inserito da Gatto il 07/01/2015 18:42:34

    Dovremmo tenere in considerazione che un buono scritto deve esserlo di per sè, senza ricorrere a false informazioni che poggiano su un'ironia gratuita. E' stata una buona occasione per scrivere un'articolo sul mio sito e chiarire i luoghi comuni che qui sono stati sviscerati. L'ho intitolato infatti "Coaching pret-a-portèr"...

  • Inserito da hallie73 il 06/01/2015 16:28:13

    Come formatrice e coach credo necessario evidenziare che l'articolo travisa completamente il significato del coaching e ne diffonde un'idea sbagliata, confondendolo con una strategia di comunicazione. Il coaching ha a che fare innanzitutto con lo sviluppo personale e con il raggiungimento di obiettivi concreti e misurabili. La figura del coach è assimilabile al quella di un allenatore (non per niente il coaching nasce e si sviluppa in contesti di agonismo sportivo), che aiuta il cliente a scoprire e a valorizzare il proprio potenziale per raggiungere determinati scopi. Nulla ha a che vedere con il bypassare i problemi né con il modello baci perugina. Il coach a volte può trovarsi a rivestire il ruolo di motivatore, ma è solo una delle tante funzioni che può svolgere nell'accompagnare il cliente verso il raggiungimento dei propri obiettivi (il che potrebbe richiedere anche l'impiego di tecniche di problem solving). E' vero che il coaching è utilizzato in ambito aziendale per valorizzare le risorse e i team ed è utilizzato proprio perché produce risultati assolutamente concreti. E' altrettanto vero che l'utilizzo di questo strumento si va sempre più diffondendo anche in altri ambiti, tanto che ormai il life coaching è diffuso quanto il business coaching.

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