RITRATTO DI UNA GENERAZIONE MUTA: ROMANZO

Andavamo a letto dopo carosello

Capitolo IV. Essere senza tempo. II. La realtà stretta (con intermezzo)

di Giovanni F.  Accolla

Andavamo a letto dopo carosello

Viviamo in una realtà stretta: questo è l’unico enunciato che non avrei dubbi a sottoscrivere. La rovina delle mie passate vacanze estive fu la pubblicità (sono serio, giuro). Bellezze in esaltanti bikini posavano plasticamente ad ogni incrocio stradale. Magnifiche! E dove sono? Nella realtà, dico, con chi si accoppiano quelle femmine di una razza paradossale? Su quale spiagge appoggiano i loro fenomenali culi? La realtà ha fatto da nutrice all’iper‑realtà: roba da rovinarsi la salute, l’esistenza; roba da dannarsi per la vita.

Io non sono una volpe, neanche un leone, ma una pulce, un microbo: né furbo né forte, io cerco solo la via tra queste macerie. Accuso la crudeltà dell’essere, la caducità e pur comprendendo l’assurdo, veglierò fino alla consunzione. Magari fermo in un cantuccio remoto, se non io, i miei occhi continueranno a sbirciare. Son fatto così. E ciò che si è, lo si è soltanto per testardaggine, capriccio, vanità: la creazione stessa è una commedia da somatizzare (o sodomizzare, secondo i gusti). Ecco perché ognuno somiglia sempre ai propri atti, alle proprie fissazioni: Marta ad un comodo giaciglio, Michele a una bottiglia di liquore dal colore chiaro e dal gusto deciso, io, al mio disegno ben calcato del niente. Mica si può pensare senza aver l’illusione di creare un mondo, ritagliarlo, insomma, intorno alla propria misera misura!

Qualche mio amico, frutto di sporadiche scorribande mondane dei miei vent’anni, mi accusava di avere smanie metafisiche: ti prendi troppo sul serio, mi dicevano, senza avere un’idea, neppur vaga, di cosa fosse la serietà. In vero, serio e grave il solo sconforto che mi do quando mi penso e la vita guardo soltanto. Il fatto che la maggior parte degli esseri umani più che comprendere anelano possedere: la loro felicità non sarà mai un’estasi dell’identità, una pienezza priva di avvenimenti. Io ero il perenne schiavo sempre ribelle al padrone, ma mai per questo libero. Cazzo, però, se mi ribellavo, sognavo, e sperando mi sbagliavo: il desiderio, ahinoi, non basta a sé stesso.

I miei amici ed io siamo ancora incatenati alle diversità e al bisogno di agire. Perché abbiamo ancora una concezione del mondo, un giudizio da esercitare e, così citiamo i nostri profeti, ognuno i suoi, tutti per lo più sbagliati. Io ero il campione, il recordman assoluto, che andava in giro come un cretino a chiedere se anche gli altri avessero la sensazione di vivere come in prigione. A proposito, chi ha scritto che se non esistessero le prigioni ci renderemmo conto di vivere tutti in galera?

L’uomo è precipitato in una realtà inautentica e deviata: la società (vallo a capire il significato segreto di questa parola) ha deliberato un sostituto delle realtà, l’indefinito collettivo. Una non misura che accontenta il buon senso comune, la mascherata della democrazia paternalistica. Ecco, non c’è scelta, o meglio la scelta è ristretta tra accettare e non operare scelte: tutto è violento, anche respirare è, in un certo senso, una violenza sugli altri, un attività che spinge al sotterfugio furbetto. Essere la violenza, impersonificarla, o scomparire con un gesto asciutto che libera sé e gli altri da sé. Non c’è altro sul nostro divelto orizzonte.

Per quel che mi riguarda, già solo smettere di precipitare, mi parrebbe un miraggio, un meta sensazionale. I miei rapporti sono sempre goffi e superficiali: la verità è un fatto che mi riguarda sempre meno, vorrei dire un giorno, come scrisse Flaubert: “sono un mistico e non credo in nulla”. Ma mi lacero ora, come allora, tra dogma e aporia. Vivo il presente come se fosse l’unica minestra che passa il convento in cui sono rinchiuso per volontà dei miei genitori. Mi tocca vivere, pagare bollette, adoperarmi per sbarcare il lunario, piangere, frignare, pregare un qualche dio che mi venga a liberare.

3. La storia non ha più ragion d’essere

L’attualità minaccia la fine del mondo, oggi, ogni giorno, di giorno in giorno, e non c’è tempo, non c’è più tempo.

Bene, anzi male: anzi, né bene né male. Questo sguardo all’indietro m’ha dato la misura dello stare fermo, ma forse, mi dico, soltanto chi sta fermo fugge per davvero. Mi sento come se andassi su di una bicicletta con la catena sganciata dalla corona: mi reggo in una surplace improbabile, di cui non conosco la durata. Quando sarò col culo a terra? Suppongo presto.

La storia non ha più ragion d’essere: ci logoriamo in una crudeltà sciocca senza alcun progetto. E non c’è storia senza progetto. Sono oltre cinquant’anni che sembriamo degli idioti che coltivano fiori nei cimiteri: si piange il morto per fregare il vivo, ci si appassiona, ultimamente, soltanto durante i funerali. E penso a quando ero ragazzino, a quando quelli della mia età, o soltanto poco più grandi, scannavano la gente - poliziotti, giornalisti, magistrati - perché credevano, perché era impellente, colpire al cuore dello Stato.

- Non uccidevamo gli uomini, ma ciò che essi rappresentavano - ho sentito dire - colpivamo i simboli del potere, senza riflettere, neanche un minuto, sull’eventualità che anch’essi erano degli esseri umani con una vita, degli affetti…

Che tristezza a vederli adesso, quelli della mia generazione, ed io compreso, che occhi spenti, che sorriso stanco, che imbarazzo e che mortificazione. Perfino quelli che sono caduti in piedi, quelli che non hanno smesso un istante di essere protagonisti: che ribrezzo a vederli mentre rilasciano interviste al telegiornale. Credevano di lottare contro il potere, credevano di poterne identificare i simboli: la storia è morta, il potere è oramai una nebulosa che ha accerchiato anche loro stessi, il potere non si rappresenta. Per rimettere in moto di nuovo la storia, ci vorrebbe un’altra Auschwitz, un altro Hitler, un altro Stalin, un altro potere perentorio e, insomma, simbolico per quanto assoluta e algida sia la sua violenza.

Altro che guerre, altro che secessioni. La storia ha bisogno di protagonisti degni della sua scena. Oggi i più accorti lo sanno: solo quella sbracata ed esaltata ideologia piccolo borghese d’un tempo, poteva far credere che il potere esibisse ancora i suoi simboli, le sue credenziali. Così, hanno ucciso solo degli uomini. Buoni o cattivi che fossero stati, essi non rappresentavano altro che loro stessi, il dolore loro di essere vivi, la fatica che ognuno cerca per farsene una ragione, un punto d’onore per non morire fessi o più stupidi di quanto si sia nati.

L’equilibrio mi viene a mancare, dio, quant’è instabile questa mia bicicletta, come è precaria la mia stessa ragione. Chiedo scusa, ma non conosco neppure più la conoscenza: tutto mi sembra ridursi ad intuizione, e l’esperienza mi si confonde col sogno. Metto parole su parole, anch’io confondo l’opera con la vita, seppure non voglio, per quanto abbia ben compreso che non c’è opera di valore per un uomo privo di valore. Ecco, ancora oggi, come ieri ancora, invoco un Dio: uno straccio di nesso, un ricordo trascendente, un autentico dominio. Magari l’illusione che tutto ciò che facciamo si svolge nient’altro che a posteriori, per cui vivere, allora, non è che ripetere un gioco già fatto, passarsi il testimone tra padre e figlio, ripercorrere la creazione a nostro modo. Ogni principio sarà pure un vincolo, un sacrifico quotidiano, ma forse si trasformerà in un dolore a cui inchinarsi per ricevere la benedizione. E non c’è tempo, non c’è più tempo, oggi come allora.

 

-                         La generazione che non c’è (intermezzo)

 

Parafrasando una nota poesia americana, in un certo senso divenuta il manifesto dei giovani degli anni Sessanta, potrei dire che ho visto le migliori menti della mia generazione pietire un posto al ministero, montarsi la testa per un contratto con il telegiornale. Che ho visto le migliori menti della mia generazione tradire gli amici in tribunale, passare le notti con le membra tumefatte nei commissariati. Che ho visto le migliori menti della mia generazione corrotte dal potere, obnubilarsi dal dolore durante un funerale. Che le ho viste uccidere e poi pentirsi d’aver procurato tanto male. Ma tutto questo non basta per pensare davvero alla mia generazione, non è affatto sufficiente per raccontare che, di fatto, quella generazione esiste per davvero.

 

Fuggiti i maestri, scomparse le giustificazioni, chi non è morto, chi non ha lasciato il meglio di sé in galera, per sopravvivere s’è dovuto appiattire sulle scelte e sulle vite degli altri, servire pazientemente i più anziani in un apprendistato per divenirne uguale. Stessi vestiti, stesse maniere, si è trattato soltanto di un reclutamento: i posti sono gli stessi, quelli dei padri, la logica è ancora quella delle bande. Come si dice nella matematica: cambiando i fattori, il risultato rimane invariato. Infatti, santa matematica, tutto è rimasto uguale.

 

Ma, mi domando, la mia generazione, a patto che fosse esistita, aveva qualcosa da dire, un’intelligenza da spendere per un mondo migliore? Aveva, veramente, qualcosa da dare? O, forse, le cose sono andate così, con una dispersione, per una effettiva mancanza di valore? Oltre al coraggio, l’ardore giovanile; quelli che oggi hanno all’incirca cinquant’anni, avrebbero mai potuto legare il proprio nome ad un progetto inedito da realizzare?

 

Non so rispondere. Ripeto, tra quelli che, per così dire, ce l’hanno fatta, nessuno ha portato un che di caratterizzante, una cifra che rivelasse il proprio stile. Si è proceduto per emulazione. Sicché i cinquantenni del duemila sono la copia (solo un po’ più ingenua e, delle volte, più confusa ed ignorante) di quelli di oggi.

 

Semmai qualcuno leggerà quanto sto scrivendo inorridirà al mio pensiero, ma credo che coloro che meglio rappresentano il nulla e il poco della mia generazione siano i cosiddetti terroristi di destra: Nar, Terza Posizione e altre sigle della bislacca galassia post-fascista. Perché? Presto detto: essi non avevano nei loro feroci atti, alcun progetto, procedevano per rabbia, eccesso di energia e disperazione. Essi odiavano, erano, a loro modo, dei moralisti, ma non credevano nell’effetto di alcuna aggregazione ideologica e morale. Era la logica del clan a tenerli uniti e a farli dividere, a farli, per fino ammazzare tra loro. Lo hanno chiamato “spontaneismo armato” il loro modo di procedere: esisteva un piccolo gruppo di latitanti e, di volta in volta, qualcuno, senza neppure avere mandati di cattura da parte della polizia, decideva di darsi alla clandestinità. Decideva, cioè, di unirsi agli altri in una esistenza fuori dalle regole e priva della normale identità.

 

 Facevano rapine per autofinanziarsi, e, fino ad un certo punto, non erano diversi dai delinquenti comuni. Vi si differenziavano per età, e spesso, ma non obbligatoriamente, per ceto sociale. Borghesi, figli della piccola e media borghesia cittadina, questi ragazzi, allora poco più che diciottenni, vissero la loro disperazione generazionale in un paradossale rifiuto di ogni regola sociale e civile, sposandosi, tutto sommato, al suicidio e all’omicidio come segno di disprezzo per la realtà circostante, e forse, per ogni tipo di realtà esistente. Ma il fatto più caratterizzante, a mio avviso, è che essi non proponevano niente in luogo di quel rifiuto. Per loro e per il mondo, avevano soltanto la loro intima disperazione.

 

Ognuno di quei ragazzi aveva soltanto promesso a sé stesso di non mollare, di non farsi risucchiare nella normalità e non seppero far altro che ergersi loro stessi a norma. Non c’erano ragioni da far rispettare, né, tanto meno, da propagandare: vittime e nel contempo carnefici, essi vivevano in un sogno, o un delirio, se si vuole, che li cullava, o li sbatacchiava, tra l’onnipotenza e la mania di persecuzione. Come unica missione che si prefiggevano, avevano quella di pareggiare i conti: rimediare agli sgarbi, a loro avviso, ricevuti dal potere e dai loro ex‑amici. Uccisero effettivi delatori, e anche quelli soltanto sospettati tali, uccisero poliziotti e magistrati, anche a casaccio. Con la stessa logica avrebbero potuto eliminare chiunque: stelle della canzone popolare, suore, travestiti, ubriaconi, giornalisti ed avvocati.

 

Niente di precostituito, come si può ben verificare, una autentica magnifica follia e basta, un delirio che bastò a sé stesso e che non ha giustificazioni apparenti. Ma umanamente questi ragazzi, sono molto più esemplari per intendere la loro generazione che è pure la mia; assolutamente più interessanti di coloro che, da ultimi, finirono con emulare le gesta della sinistra eversiva, delle Brigate Rosse, insomma. I ventenni che aderirono alle BR nelle stagioni finali, quando, cioè, tutti i capi storici erano in prigione e l’omicidio di Aldo Moro si era consumato, in realtà andavano alla guerra più o meno come i ragazzini della repubblica di Salò: per poter anche loro avere una divisa e un distintivo, una storia privata da confondere con quello che sembrava essere un mito.

 

Uno dei dati oggettivi, che accomuna le cause di effetti diversi, fu, soprattutto, la mancanza di forza centripeta della storia, una mancanza ancor oggi cronica. La mia generazione è una generazione di deragliati: da una parte, coloro che furono attratti dal solco del brigatismo, vi finirono nella speranza utopica di rifondare un senso alla storia, del proletariato, del comunismo, nei più puri (mentre in molti altri casi nel tentativo di far confluire le istanze private in quelle più generali); dall’altra, i cosiddetti fascisti, si diedero all’eversione per un senso di assoluto sradicamento, di impotenza oggettiva nei confronti di una realtà immutabile, soffocante. Come dicevo, in luogo dell’ideologia, questo gruppo di ragazzi violenti visse la rivolta individuale fino all’immolazione. Sul di fuori, sul mondo, incisero più per reazione che per azione, non avendo alcun progetto e, del resto, neanche un nemico chiaro e riconoscibile.

 

 La vicenda di alcuni di loro, il suicidio in carcere di un ventenne dopo la cattura, quello di un altro coetaneo consumato per sottrarsi all’arresto delle forze di polizia, danno, secondo me, la misura di quale fosse la disperazione privata di ognuno di questi ragazzi e quanto in loro fosse esiguo lo spazio per una speranza di vita normale. Anche sul versante, per così dire, processuale, la scarsa quantità di pentiti che questo gruppo ha prodotto (coloro che si sono pentiti mi sembra lo abbiano fato per puro opportunismo), dimostra che essi non hanno nulla di cui pentirsi, se non dal punto di vista personale della loro propria coscienza. Ci si può dissociare, certo, dai principi della lotta armata, ma per pentirsi ci vuole uno straccio d’idea da riporre e non, come nel loro caso, un’assenza, un buco, un’emorragia esistenziale. Ed io lo so bene.

Clicca qui per il I parag. -Cap. IV http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=6222&categoria=1&sezione=7&rubrica=27

Clicca qui per il II parag. -Cap. III http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=6187&categoria=1&sezione=7&rubrica=27

Clicca qui per il I parag. -Cap. III http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=6132&categoria=1&sezione=7&rubrica=27

Clicca qui per il II parag. -Cap. II http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=6084&categoria=1&sezione=7&rubrica=27

Clicca qui per il I parag. -Cap. II http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=6045&categoria=1&sezione=7&rubrica=27

Clicca qui per il II.  parag. -Cap.I :http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=5999&categoria=1&sezione=7&rubrica=27

Clicca qui per il I.  parag.-Cap. I. : http://www.totalita.it/articolo.asp?rticolo=5976&categoria=1&sezione=7&rubrica=27 

Piaciuto questo Articolo? Condividilo...

Inserisci un Commento

Nickname (richiesto)
Email (non pubblicata, richiesta) *
Website (non pubblicato, facoltativo)
Capc

inserisci il codice

Inserendo il commento dichiaro di aver letto l'informativa privacy di questo sito ed averne accettate le condizioni.