Caterina d'Aragona

La prima moglie di Enrico VIII, vittima eroica dell'eterno desiderio maschile di compagne sempre più giovani e seducenti

Ad aggravare la complicata situazione della regina c'erano la sua cultura e la sua intelligenza, doti che difficilmente gli uomini perdonano alle proprie mogli

di Francesca Allegri

La prima moglie di Enrico VIII, vittima eroica dell'eterno desiderio maschile di compagne sempre più giovani e seducenti

Caterina D'Aragona

L’uomo non giovane, ma ancora giovane, potente e fisicamente ancora vigoroso, che, dopo un matrimonio ventennale, lascia la moglie per una ragazza poco più che adolescente e vivace è un topos ricorrente nei romanzi, nei film e, anche, nella vita. Insomma una banalità; ma quando quest’uomo si chiama Enrico VIII e la fanciulla Anna Bolena, le conseguenze furono, per lo meno, vistose. Certo che questa fu solo una delle cause, e forse non la più importante, dello scisma anglicano, ma è quella che nei libri di storia viene  nominata con maggiore frequenza.

Anna Bolena, per dirla come nell’incipit di Via col vento “non era una bellezza, ma raramente gli uomini che cadevano sotto il suo fascino se ne accorgevano”, i suoi detrattori la chiamavano infatti: la puttana dagli occhi sporgenti. Possiamo forse immaginarla come una specie di Bette Davis, anche lei con gli occhi sporgenti, non bellissima, ma dotata di charme unico; era stata educata in Francia, parlava le lingue, sapeva suonare e cantare, componeva musica.

E la moglie? I più sanno solo che da lei il marito divorziò, poco altro, ma di altro, invece, ce n’è assai. Questa in breve la sua storia.

Era giunta in Inghilterra dalla lontana Spagna appena sedicenne nel 1501 per andare in moglie ad Arturo, figlio di Enrico VII, ed erede al trono. Proveniva da una delle famiglie più importanti dell’intera Europa, e quindi del mondo: il padre Ferdinando d’Aragona e la madre Isabella di Castiglia.

Anche per lei si può parlare della migliore educazione possibile: maestri italiani, teologia, lingue straniere, latino, musica, danza, ricamo. E poi il fisico, tutti quelli che la conobbero da giovane la descrivono come molto graziosa: bellissimi capelli biondi lunghi fino alla vita, pelle rosata allora indice sicuro di bellezza, non alta, ma dall’incedere dignitoso e regale.

Ad Arturo piacque immediatamente, di lei non sappiamo. Il matrimonio tuttavia durò poco, il giovane, cagionevole fin dall’infanzia, si ammalò gravemente e morì. Comincia così un periodo difficile per la giovanissima principessa, il suocero la tiene quasi prigioniera, in gravi ristrettezze economiche, quasi come ostaggio affinché il padre Ferdinando paghi l’intero ammontare della dote.

Già in questa occasione, conoscendo poco la lingua, sola fra gente straniera, con un basso tenore di vita al quale non era abituata, Caterina dà prova di sé: coraggio, forza d’animo, inflessibilità. Poi, come Dio vuole, il suocero muore e si trova una soluzione che soddisfa tutti: il nuovo re Enrico VIII la sposerà e avrà intera la dote, insieme a una ragazza assolutamente in grado, per educazione, cultura e intelligenza di stargli accanto come regina. E intelligente, adatta al ruolo, colta Caterina lo era, eccome!

Corrispondeva con i maggiori dotti dell’epoca che la tenevano in non poca stima, fra questi Erasmo da Rotterdam; si occupava con intelligenza dell’educazione femminile alla quale all’epoca nessuno pensava; era religiosissima e pia, ma assolutamente non bigotta. Il popolo la amava moltissimo e continuò a farlo anche dopo il divorzio.

Dopo venti anni di vita matrimoniale e il fatale incontro con la Bolena, Enrico VIII fu preso da scrupoli morali insostenibili, ancorché tardivi. Basandosi su un passo della Bibbia non poté non essere assalito dal tormentoso dubbio che il suo matrimonio con la moglie del fratello non fosse stato un empio sacrilegio. 

Seguono appelli al Papa, commissioni, procedimenti per appurare la scottante verità. Caterina sosterrà sempre, ed Enrico non ebbe mai la forza di smentirla pubblicamente, che quello con Arturo non era stato un vero matrimonio perché mai consumato, abbiamo ragione di crederle.

Forte di questa, che probabilmente era la verità, la regina mostrò tutta la sua tempra, Moglie era e moglie sarebbe rimasta! No al ritiro dignitoso, e anche prestigioso, oltre che dotato di ogni comodità e lusso, in un convento a sua scelta, rimanendo quasi una specie di mater familias da tutti fatta segno di indiscusso omaggio.

Era regina e, per se stessa, lo sarebbe rimasta fino alla morte. Si ha dunque un’istruttoria in cui il re, fingendo disperazione e rimorso di coscienza, afferma che suo desiderio sarebbe quello di rimanere per sempre legato a Caterina, ma davanti ad un sacrilegio deve piegarsi. E qui il grande colpo di teatro che tutti spiazza: Caterina nella prima e unica udienza alla quale accetta di partecipare, si getta ai piedi di Enrico e pronuncia le celebri parole riportate anche da Shakespeare, quasi alla lettera da fonti dell’epoca, in Enrico VIII: Sire per l’amore che c’è stato fra noi vi supplico, rendetemi giustizia e diritto, abbiate compassione e pietà di me, poiché io sono una povera donna, una straniera, nata al di fuori del vostro regno. Io non ho amici qui e ancor meno difensori imparziali. Con quel che segue.

Macché povera donna! Invece una forza di carattere, un coraggio da leoni, una furbizia senza pari; in un attimo Caterina spariglia le carte; se la ripudierà, Enrico avrà abbandonato una moglie fedele, che giura di essere arrivata vergine al matrimonio e che non verrà mai apertamente smentita, una donna sola e straniera; una donna forse sola, ma amatissima dal popolo che ampiamente  aveva beneficato. Grande personalità, grande regina.

Naturalmente le cose poi andranno come dovevano andare, Caterina sarà ripudiata e si consumerà lo scisma, ma certo rimane il ricordo di questa dama che si riappropria di una personalità tutt’altro che scialba ed incolore.

Ecco qui l’ultima lettera che scrisse a colui che considerava ancora suo marito, pochi giorni prima di morire.

A Enrico VIII, 1535

Mio Signore e  Caro Marito, mi affido a voi. L'ora della mia morte si avvicina  velocemente ed essendo questa la mia condizione, il tenero amore che vi porto mi spinge a ricordarvi, con queste mie parole, della salute e salvaguardia della vostra anima, che dovete preferire sopra a ogni altra cosa mondana e  prima della cura e salvaguardia  del vostro stesso corpo per il quale avete gettato me in molti affanni  e voi stesso in cure continue.

Da parte mia vi perdono di tutto, sì, questo è il mio desiderio e prego devotamente Dio perché anche Egli voglia  perdonarvi.

Per il resto vi affido nostra figlia Maria e vi raccomando di essere per lei un buon padre, come ho sempre desiderato. Vi prego inoltre, a nome delle mie dame di compagnia, di assegnare loro una dote, che non sarà molto poiché sono solo tre. Per quanto riguarda tutti gli altri miei servitori, vi chiedo di dare loro un anno di paga in più rispetto a quello che è loro dovuto, così che non rimangano senza mezzi di sostentamento.

Per ultima cosa, giuro che i miei occhi desiderano voi sopra ogni altra cosa.

 

Poco più di un anno dopo Anna Bolena lasciava la testa sul patibolo ed Enrico si risposava con Jane Seymour.

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