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Buribuncologia

Dopo Sussi e Biribissi ecco i buribunchi e Kostrubonko

Resta la graziosa parola, goffa e comica, ideale a descrivere noi stessi in certe puerili ambizioni

di Piccolo da Chioggia

Dopo Sussi e Biribissi ecco i buribunchi e Kostrubonko

Mircea Eliade - Carl Schmitt

Il giurista Carl Schmitt ha scritto un’interessante storia delle conquiste marinare. Ne avevo dato una rapida lettura della versione voltata nella nostra lingua riconoscendo immediatamente lo stile di un vero scrittore, clamorosamente lontano, distaccato dalla cappa di illeggibilità che aleggia intorno ai tomi dei filosofi del diritto. Incuriosito da sempre della navigazione a vapore e del suo sviluppo mi ero rammaricato alla fine del suo volumetto che pochi fossero i cenni tecnici e di cronologia sull’avvento delle caldaie espiranti attraverso i fumaioli, bravi ad affumicare le vele sulle navi. Di ruote, eliche queste a vite o a pale mi pareva addirittura di saperne di più lungo le mie navigazioni sull’internet, alla cerca di antiche litografie, note, documenti che raccontassero il delicato passo dalle vele gonfiate dal vento, alla nave mossa dalle macchine nella stiva. Avevo trovato persino una bella litografia a colori del Preussischer Kulturbesitz che raffigurava il primo naviglio a ruota sulla Sprea berlinese: era il 1816, nel tempo della regina Luisa, la Königin Louise, così cara ai Prussiani pel coraggio mostrato di fronte a Napoleone. Del giurista non ho letto se non poche altre righe, i suoi argomenti vogliono lettura attenta e concentrata, e di fatto sconsigliano l’avvicinarsi alla mia pratica ormai divenuta l’arte della più beata superficialità. Leggevo in un suo scritto della triade teorica di “Staat, Bewegung, Volk” e subito mi dilettava l’idea di piallare questa ponderosa tripartizione in snelli assi che si adattino all’ingegnosa carpenteria indeuropea elevata dal professor Georges Dumézil in gloria del Pantheon Vedico e Romano e Scandinavo: Staat? Sovranità sotto la tutela di Giove ottimo massimo! Bewegung? Il “moto”, l’atto della decisione, si diparte da Marte il legionario. Volk? Quirinus, il nume che rappresenta la comunità ordinata del popolo romano. Ma qui mi arrestavo per non costringermi all’immersione nei trattati ostici di entrambi gli autori.

In uno scritto sulla preparazione della “Greschka”, il bollito di grano saraceno tipico delle popolazioni slave, raccontavo che essa mi era stata praticamente imposta come necessaria da una lettrice, Federica, che associa allo studio del russo, di cui è buona traduttrice, capacità ai fornelli che frantumano la favola secondo la quale donne scrittrici siano assai mal disposte verso la “res coquinaria”. Favola che volteggia nel cielo delle nuvole vuote senza realtà. Come scrivevo, è a questa cuoca e scrittrice che devo la lettura obbligata di quasi tutta l’opera omnia di Michele Bulgakov. Succede sovente che a chi traduce vengano donati libri sugli argomenti più strampalati. A Frau Federica un compaesano buontempone aveva regalato un ponderoso tomo sugli autori della “rivoluzione conservatrice”, in pratica una raccolta di capitoli che mi sembrano, ora al ricordo, la gigantesca raccolta di glosse ai testi altrettanto estesi di Carl Schmitt ed altri. Ho scritto così perché la traduttrice, nell’impossibilità materiale di leggere il regalo lo aveva trasmesso a me che doverosamente lo scorrevo per poi regalarlo, lei approvando, ad altri ancora.

Dal tomo, autore ne era un professore italiano che ha il raro privilegio di esser docente in un’università tedesca, ricavavo solo alcune note a margine che mi trascrivevo diligentemente: Eusepio il teologo imperiale bisantino, il passo dell’imperator romano che da Heliosmimetes diviene Christosmimetes, il Sol invictus del tempo i cui si venerano ancor per poco gli Dei olimpici che diviene il Sol iustitiae cristiano. Appunti brevissimi tali quali li riporto qui e il cui valore è solo dato dalle immagini che possano suggerire ad una fantasia perennemente in bilico fra lettura distratta e pura divagazione. 

Annotavo dall’opera anche una parola che trovavo dilettevole: Buribunken. Si riferiva al titolo d’una satira scritta da Carl Schmitt nel 1917. Essa ha per argomento una nuova disciplina da chiamarsi “buribuncologia” e riguarda coloro i quali scrivono, in ossequio ad una sentenza derivata da una pseudosentenza, questa essendo: penso dunque sono, in tedesco ich denke also bin ich, quella essendo: io scrivo, ovvero io pubblico, dunque sono; in tedesco ich publiziere also bin ich. Dilettevoli le divagazioni che si possono fare pur senza aver letto il testo intero della satira che mi è apparso per il vero un po’ ostico. I buribunchi sono dunque coloro che traggono lor ragione di essere e conferma di sé dal veder le proprie scritture trasposte in bei caratteri di stampa, questi ultimi vivi e neri, sul candore della pagina.  Promessa di perennità ma solo fino a che la si ha, la pagina, sotto gli occhi. Una satira che abbraccia, e qui l’autore non risparmiava sé stesso, tutti coloro che scrivono e che in quest’atto ripongono la propria ambizione di essere strumenti d’uno Weltgeist, che traduco senza troppi scrupoli di Kulturkritik e filologia: “spirito del mondo”. Riporto un altro tratto dai “Buribunken” di Schmitt: …in mir erfasst, schreibend, der Weltgeist sich selbst, so dass ich, mich selbst erfassend, gleichzeitig den Weltgeist erfasse…ovvero: in me lo spirito del mondo abbraccia, scrivendo, sé stesso così che io abbracciando me stesso, abbraccio ad un tempo lo spirito del mondo. 

Se rammento il verso dall’Infinito del grande Leopardi Io nel pensier mi fingo E muto in “io nello scriver mi fingo”, posso comprender ben più in profondità la disciplina della “buribuncologia” e gli aspetti tragicomici dei suoi rappresentanti, i “buribunchi

Ma era soprattutto il termine ad avermi gradevolmente incuriosito. La disciplina in sé, il carattere semiserio della satira et cetera, cedono come ho detto ogni interpretazione e studio al possente verso leopardiano. Resta la graziosa parola, goffa e comica, ideale a descrivere noi stessi in certe puerili ambizioni. Non so se il nostro tesoro linguistico macini col tempo anche i buribunchi. Ma non sarebbe male in fondo: la filiazione è di rango, attende ora un novelliere italiano che elevi il termine così goffo ma simpatico a vocabolo del racconto. Come samosviero, isvoscia e altri che potremo incontrare per questo sentiero addentrato nel bosco d’una cultura né ufficiale né accademica. Diretta discendente degli exploit delle riviste fiorentine Lacerba, La Voce e della prima Totalità.

Il lettore si ricorda di sicuro i due protagonisti d’una celeberrima “pinocchiata” di Paolo Lorenzini, il Collodi nipote: Sussi e Biribissi. Il suono di questi due nomignoli non può obliarsi. Ecco che sotto il loro mantello acustico di simpatici figurini voglio associare due goffe compagnie: quella dei Buribunchi e Kostrubonko. I primi si è visto chi sono, il secondo è una divinità popolare russa festeggiata a cavallo di primavera ed estate e della quale si legge in alcune linee del trattato di storia delle religioni di Eliade. Rappresenta un dio della vegetazione che dopo l’inverno finalmente risorge e porta le messi. Scrive lo studioso romeno: “in Russia si celebra la morte e la risurrezione di Kostrubonko, altro nome secondo Alexander Brueckner, una autorità della filologia slava, della stessa divinità popolare della primavera autenticamente slava. Un coro di giovani donne canta

È morto, è morto, il nostro Kostrubonko,

è morto! Colui che ci è caro è morto!

Ma improvvisamente una delle giovani comincia a gridare

Risuscitato! Il nostro Kostrubonko è risuscitato!

Colui che ci è caro è risuscitato!

Quantunque secondo uno specialista come il Brueckner, il rito e il nome della divinità siano autenticamente protoslavi, il lamento delle fanciulle seguito dalla gioia per la resurrezione di Kostrubonko ricorda il modello tradizionale del dramma delle divinità orientali della vegetazione.”

Non è proponibile Kostrubonko al nostro tesoro linguistico, ma la curiosa assonanza delle due compagnie associate, Sussi e Biribissi e Buribunchi e Kostrubonko è di quelle che si rammentano. Non fosse che per la dilettevole goffaggine che sta in curioso antagonismo con l’origine più che mai seria dei termini: i due figurini della favola, i burattini allegorici d’una satira rimarchevole, e un nume russo. Fantasticare serve a rammentare e Totalità vuol pure dire officina della lingua.

Poscritto

L’associare i due figurini della favola di Collodi nipote, il primo grasso e piccolo, il secondo allampanato, con i buribunchi e poi col nume russo è dovuto solo unicamente al suono dei nomi che si allitterano in alternanza. Tuttavia una tenuissima trama può legare le figure: se Sussi e Biribissi, che nelle loro avventure maldestre sono accompagnati da un gatto saggio e prodigo di buoni consigli, Buricchio, rappresentano la strana compagnia di due soggetti agli antipodi, i buribunchi e Kostrubonko sono anch’essi associazione di caratteri agli antipodi, per quanto questo avvenga in un senso non più di favola per fanciulli: i buribunchi, tesi senza tregua allo scrivere attraverso il quale si manifesta, a lor credere, lo spirito del mondo, gonfiano di lettere le pagine d’un presunto romanzo cosmico. Kostrubonko, molto più saggio, segue il ritmo delle stagioni come gli uccelli viatori: scompare d’autunno, riappare in primavera. I buribunchi credono di “essere”: ich publiziere, also bin ich, Kostrubonko “è” un nume.   

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