Comitato direttivo
Giovanni F. Accolla, Franco Cardini, Domenico Del Nero, Giordano Bruno Guerri, Gennaro Malgieri, Gennaro Sangiuliano, Mirella Serri, Marcello Veneziani.
Sul treno che dal Veronese porta alla Vicenza palladiana, quando le colline beriche si mostrano sempre più nitide all’occhio nel lento digradare verso Lonigo, riconoscibile dalle guglie della cattedrale che svettano di lontano, e sono chiare fra i filari di alberi che popolano in vaga disposizione la pianura verso mezzogiorno, vuol dire che si è in vista di quella breccia che separa la cresta di Montecchio Maggiore che è già Prealpe dalla collina più settentrionale del massiccio berico. Su quest’ultimo declivio, di poco laterale e rivolto ad occidente se ne sta arroccato un paesello: Brendola.
È bello, nei dì del marzo o dell’aprile quando le nubi che volteggiano sui colli berici sono cariche ancora di freddi colori alpini e, violacee, brunite, grigie accendono il verde cupo e magnifico d’una primavera nascente, passeggiare per le vie di questa località che sveltissime sboccano nel bosco comunale o nelle piccole campagne collinari.
A piedi dalla biblioteca del paese e per un sentierino sterrato e tortuoso salivo spesso alla chiesa dell’Arcangelo per proseguire poi, appunto, verso il bosco. Sulla spianata antistante la porta della chiesa davo un occhio alla pianura arginata dai Lessini a settentrione e digradante in un poetico indistinto grigio e celeste a mezzogiorno, dove le nubi sempre più basse e cupe finivano per confondersi nei campi lontanissimi. Mi avevano detto che oltre, nei giorni di aria limpida, si poteva scorrere coll’occhio tutta la cresta dell’Appennino modenese. Con uno sguardo in alto, al campanile della chiesa, si rammentavano come dalla lezione di zoologia applicata, le accorte manovre di frenata e accostamento dei piccioni alla grondaia dove sostavano fra un volo e l’altro.
Proprio sulla metà del sentierino il gioiello architettonico di Alvise da Montagnana, coi suoi archi, la semplice ripartizione delle superfici, le conchiglie sovrastate dai gioiosi pinnacoli spartiva la mia passeggiata: salendo era la sua facciata candida a venirmi incontro ed aprire la scenografia indicibile di paesaggi e nubi che presto avrei ammirato.
Di passaggio a Verona, trovavo nel Castelvecchio degli Scaligeri la conferenza d’un professore di Mosca. Argomento, gli architetti italiani in Russia. C’ero capitato quasi per caso e non certo per moto spontaneo. Di ottobre, con le ultime giornate a mite tepore è più bello verso il tramonto camminare ed osservare i giochi di luce nel cielo e vedere come la stagione appaia quasi simmetrica a quella del freddo marzo quando i dì si sono allungati e il chiarore si stende anche sull’ora del ritorno in stazione. Il professore, per fortuna dato il mio tempo a disposizione, non si dilungava in preamboli o girandole retoriche. Il suo italiano era quello perfetto di uno studioso di rango e raccontava dell’arrivo a Mosca dei primi nostri costruttori, ancora nel tempo del medioevo slavo, avanguardia di quell’altro arrivo che qualche secolo dopo eleva Pietroburgo a città fortezza costellata di architetture bianche e oro specchiantisi nei quieti canali.
Nominato era anche Alvise Novy, l’italiano cui la capitale di Moscovia deve la bella cattedrale dell’Arcangelo Michele entro le mura del Cremlino. Come si può immaginare non erano molti gli astanti e potevo avvicinare, alla fine, dopo un breve riassunto tenuto nella sua lingua per i pochi russi presenti, il professore al quale dicevo che l’Alvise Novy di cui aveva parlato io lo conoscevo bene ma da altra via, visto che la candida facciata della sua chiesetta in Revese di Brendola mi veniva incontro ad ogni salita verso la chiesa con il campanile, a poca distanza dalla casa dove villeggiavo.
Il professore fu subito interessato al mio racconto e quando gli domandai se avesse mai visto il bel gioiello berico di Alvise Lamberti, alla sua risposta, negativa dato che nemmeno ne conosceva l’esistenza, io mi ingegnai di tracciare a penna su di un foglietto trovato lì per lì l’itinerario approssimativo che doveva seguire per arrivarvi. Gli segnalavo anche una costruzione gemella ridotta però alla sola facciata, quasi uguale a quella di Revese, che si apre sul lato del Santuario della Madonna dei Miracoli in quel di Lonigo. Con qualche tratto a penna, ricordo, non potendo farlo a voce cercavo di richiamare alla mia memoria le linee più caratteristiche della costruzione per renderle intelligibili allo studioso russo onde nel suo viaggio la potesse riconoscere immediatamente dall’automobile.
Ecco che ricevo posta da Mosca. Sono passati vari mesi dall’ottobre e il professore mi racconta del viaggio sulle colline beriche. Riconosce, mi dice, nella mano del costruttore di Revese il futuro maestro della cattedrale del Cremlino e mi chiede se non sappia, io, come trovare uno scritto apparso nel 1944, a dicembre, su “Le tre Venezie” intorno a Lamberti da Montagnana. Autore ne era un notevolissimo maestro di antichità bizantine, Sergio Bettini. Sono lusingato dalla lettera dove il professore mi ringrazia di avergli fatto scoprire un gioiello del quale ignorava l’esistenza e si dichiara felice di potermi ricambiare qualora avessi io una qualche richiesta bibliografica da soddisfare nelle sterminate biblioteche della grande capitale russa. E una richiesta per il vero l’avrei…
Dal piazzale della chiesa verso sera, quando le correnti si fanno più blande mi diletto a lanciare i miei aeromodelli. Di balsa o di carta e non radiocomandati. Scesi in fantasiose virate intermesse da eleganti planate rettilinee che sono la gioia dell’occhio, questi modelli sarebbero il più perfetto correttivo per gli aumenti di peso d’un ghiottone impenitente. Come le ciliegie primaverili una planata tira l’altra ma fra le due si deve scendere le scalette e il sentiero sul declivio e darsi a cercare dove si sia infrattato il velivolo. È un allenamento ginnico efficace, non v’è dubbio…
Dalla Marciana di Venezia ricevo le fotocopie dell’articolo del 44. Le leggo: il bravo Lamberti da Montagnana fu attivo a Monteortone, non lontano quindi da Chioggia, e poi in Ferrara e Venezia, dove si formava sull’esempio dei Lombardo per le sculture e del Coducci per l’architettura. Chiamato nella capitale del regno d’Oriente, vi arrivò per la via della Crimea preceduto dalla fama di maestro della sua arte che forse lo obbligò a soste intermedie: un suo portale si ammira nell’accesso di un tempio ortodosso nella penisola sul Mar Nero. Invio le fotocopie all’indirizzo di Mosca sempre meditando su cosa vorrei ricevere in cambio. Ma sono desolato: non so il russo e ora qualsiasi lettura mi fa balenare ricordi di fatica e di studio. Inutili alla vita pratica e dispendiosi d’energia.
Invio una letterina colla richiesta di fotocopie di piani di costruzione per aeroplanini di carta. È vero che i russi hanno un’aviazione di tutto rispetto e questa si deve riverberare anche nelle sue possibilità minime. Avranno di sicuro riviste e giornali anche d’epoca. Così almeno credo...
Mi preparo ad esibire i miei nuovi modelli nell’aria che sovrastando carezza il tetto della chiesetta di Lamberti. L’aeroplanino di carta è un’arte…
Inserito da Zorral il 03/07/2026 11:21:17
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Inserito da ghorio il 15/03/2014 12:38:08
Non sono esperto di architettura e di aereonautica ma ho letto, con tanta attenzione, l'articolo di Piccolo da Chioggia. Non conosco bene la zona descritta ma lo stile letterario è sicuramente di prim'ordine e pertanto mi congratulo con l'autore, con l'impegno di leggere e commentare i suoi scritti.
Inserito da piccolo da Chioggia il 13/03/2014 22:57:05
mi piacerebbe veder un video dei tuoi aerini di carta. lo puoi pubblicare su youtube?
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