Editoriale

Rottamato il parlamento si rischia di rottamare anche l’Italia?

Come giustamente ha detto qualcuno, più che alla vigilia della Terza Repubblica sembra di essere ripiombati nella Prima...

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

opo avere “rottamato”  la vecchia classe dirigente del  Partito Democratico, Matteo Renzi ha contemporaneamente “rottamato” il governo,  presieduto da un  suo sodale di partito (Enrico Letta),  e messo in un angolo il Parlamento, su cui – fino a prova contraria – si regge ancora il sistema costituzionale italiano. Complice dell’operazione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,  che, prendendo per buono l’ordine del giorno votato dalla direzione del Pd, con cui si dava il benservito a Letta  e si indicava il nome del nuovo Presidente del Consiglio,  ha  rifiutato che il confronto politico si trasferisse nelle sedi deputate (la Camera ed il Senato)  aprendo,  al Quirinale, le più inutili consultazioni della storia repubblicana, visto che il nome del presidente incaricato era già stato deciso in casa Pd. 

Fin qui i fatti.

 Come giustamente ha detto qualcuno, più che alla vigilia della  Terza Repubblica  sembra di essere ripiombati nella Prima, quella dove a  decidere le sorti dei governi era il confronto  interno tra le diverse correnti della Democrazia Cristiana e a prevalere le logiche partitocratiche. 

Sull’argomento esistono pagine esemplari di Carlo Costamagna, inascoltato profeta delle storture della nascente Italia repubblicana, quella in cui – scriveva, sessant’anni fa  Costamagna – bisognava parlare di “parlamentarismo illusorio”, laddove la Costituzione si basa  formalmente sul principio parlamentare, in quanto il governo riceve in modo espresso la fiducia delle camere, “ma lascia senz’ombra di disciplina il fenomeno capitale dei partiti, i quali prendono ciascuno per proprio conto le decisioni supreme nel segreto dei propri “esecutivi”, fuori dal parlamento, ormai composto da delegati e dipendenti”.

E’ solo per forzare la mano, in un contesto  che lo vedeva largamente maggioritario, che Renzi ha voluto la diretta streaming, ma il concetto non cambia:  che cosa infatti  autorizza  un partito, espressione di un quarto   dei voti espressi (elezioni politiche 2013) a vedere assunta  una sua decisione interna come vincolante per lo stesso Presidente della Repubblica ?  E’ legittima la sfiducia extra parlamentare espressa dalla Direzione del Pd contro il suo Presidente del Consiglio in carica ?  Che fine ha fatto il mitico impedimento al “vincolo di mandato” , garanzia costituzionale  di libertà per il parlamentari ? L’impressione è che dietro il “decisionismo” renziano,  sostenuto da un’abile campagna mediatica, ci sia qualcosa di più rispetto ad un mero passaggio di testimone, interno al Pd.

Con la “rottamazione” del  parlamento ad essere delegittimato è il diritto che i cittadini hanno di vedere rappresentata, in modo trasparente, la propria volontà (che non può evidentemente essere surrogata dalle “primarie” di un partito) e  resi palesi gli orientamenti dei “rappresentanti del popolo”, che avrebbero dovuto spiegare le ragioni della “rottamazione” di Letta, le critiche al suo operato, il senso della svolta in atto, la quale sembra rispondere a “logiche” non solo extraparlamentari ma perfino extranazionali.

A leggere, in rete, potete trovare una ridda di pettegolezzi  – come ha argutamente sintetizzato Paolo Guzzanti, su “il Giornale” -  “…sulle  pretese connessioni tra Matteo Renzi e la Cia, il Dipartimento di Stato, le immancabili ‘lobby ebraiche’”… Al di là delle “dietrologie” e proprio per sgombrare il campo da ogni equivoco, a noi basterebbe – in premessa -  ascoltare dal Presidente del Consiglio incaricato parole chiarificatrici sul rapporto, tutto da ridefinire, tra l’Italia e l’Unione Europea, sulla ripresa di sovranità, monetaria e non solo, da parte del nostro Paese, sulla difesa dei nostri interessi finanziari  di fronte agli attacchi speculativi,  sulla tutela delle attività produttive strategiche nazionali.

Non vorremmo insomma che, dietro il solito tormentone sulle  “liberalizzazioni” (condivise trasversalmente dal Pd renziano e dal Nuovo Centro Destra alfaniano) si nascondesse la volontà di “rottamare” gli ultimi scampoli  di un sistema produttivo già fortemente “colonizzato”, riducendo definitivamente  l’Italia – come denunciava, il Poeta “interventista” – ad essere “un museo, un albergo, una villeggiatura, un orizzonte ridipinto col blu di Prussia per le lune di miele internazionali, un mercato dilettoso ove si compra e si vende, si froda e si baratta”. Ma purtroppo niente di più.

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