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Una finestra sulla storia

L'attentato a Togliatti. L’Italia tra pericolo rosso e anticomunismo intransigente

Un’Italia dicotomica, quindi, quella del secondo dopoguerra. Un’Italia divisa da logiche e metodi contrapposti

di Ivan Buttignon

L'attentato a Togliatti. L’Italia tra pericolo rosso e anticomunismo intransigente

Nel pantano politico in cui si trova l’Italia oggi, tra governi tecnici senza tecnica e opposizioni forcone e forcaiole è difficile immaginare lo scenario politico dell’Italia dell’immediato secondo dopoguerra. Scenario scandito da un governi autorevoli, a tratti autoritari, e opposizioni talvolta imprudenti ma sempre intelligenti sul piano strategico e operativo. Quel che succede attorno all’attentato a Palmiro Togliatti è un assaggio efficace di quanto si dispiega politicamente nell’Italia di quell’epoca.

Gli anni della prima Legislatura repubblicana non sono semplici per il PCI, sottoposto com’è al fuoco incrociato di Governo e Chiesa. Il Governo non esita a usare la “celere” scelbiana, praticando una sistematica repressione delle iniziative di protesta, seppur numerosissime, nelle fabbriche e nelle campagne organizzate dal PCI e dalla CGIL. Comunisti e socialisti si sentono oggetto di una repressione ordita da Scelba. La percezione è motivata soprattutto dal modo cruento in cui le manifestazioni delle Sinistre sono represse. Durante le operazioni di ordine pubblico vengono uccisi ben 150 manifestanti; i feriti si conteranno a migliaia. La Chiesa, che ha già avuto un ruolo decisivo nelle elezioni del 1948, prosegue con la propaganda contro il PCI e la CGIL. Propaganda che culmina con la scomunica di coloro che si dichiarano comunisti o appoggiano le liste socialcomuniste. L’unità con i socialisti nella CGIL e nelle Amministrazioni rosse presenti soprattutto in Emilia, Toscana ed Umbria, l’organizzazione marxista-leninista, le lotte nelle fabbriche del centro-nord e soprattutto nelle campagne del Mezzogiorno, accompagnati da una forte penetrazione nella cultura e nella società italiana, evitano al PCI di cadere in uno stato di isolamento.

Dopo le elezioni, la situazione peggiora ulteriormente. La società italiana viene attraversata da uno spirito di crociata. La Chiesa insiste con la pressione psicologica nei confronti dei cattolici italiani. Soprattutto sui ceti medi e sui contadini, chiamati a respingere “Il pericolo comunista”. Indice fedele del clima violento che infesta il Paese è la perquisizione della polizia nella federazione del PCI di Torino. Questa, come altre sezioni, viene messa a soqquadro dagli agenti che sequestrano gli iscritti al Fronte. Siamo a maggio e dopo un paio di mesi la situazione precipita.

Il 14 luglio Antonio Pallante, giovane universitario del catanese legato alla mafia, formalmente liberale ma nella sostanza ammiratore di Hitler, in piazza Montecitorio spara al segretario del PCI Palmiro Togliatti. La rivoltella di Pallante vibra quattro colpi cui tre feriscono gravemente il leader comunista. Le conseguenze sociali saranno terribili, tanto che in Italia si sfiora la guerra civile. Può aver ragione Pons quando spiega che “La dipendenza dell’Urss portò il PCI ad agire su un terreno più arretrato di quello del 1944, in quanto il Cominform rimise in discussione la principale conquista del dopoguerra: la scelta che il partito comunista non fosse più il “partito della guerra civile”. La rivolta infatti è ancora più accanita rispetto all’omologa esperienza della “guerra di Troilo” (così definita dall’omonimo libro di Carlo Troilo) dell’anno precedente. 

“L’Unità” presenta “il grandioso e unanime sciopero di protesta” come l’”inizio di una nuova battaglia per la libertà”.

In Parlamento Nenni punta il dito contro De Gasperi e definisce il Governo “una dittatura parlamentare già macchiata di sangue”.

A Torino la reazione alla notizia è immediata. Tutti i tram finiscono nelle rimesse, tutti i negozi vengono chiusi, le fabbriche occupate e presidiate dagli operai.

A Mirafiori gli operai occupano gli stabilimenti e fanno sedici ostaggi. Uno di questi è Valletta, sequestrato in presenza del tecnico americano Oscar Cox_. Nonostante gli “sten” che gli operai portano a tracolla, Valletta preannuncia loro il licenziamento non appena la situazione sarà calmata. L’amministratore delegato della Fiat manterrà la promessa, ma non denuncerà per sequestro di persona gli operai che l’hanno chiuso nel suo ufficio. Proprio da lì chiede un aereo che serve a portare Aldo Togliatti a Roma dal padre.

La sera Giovanni Agnelli, Senatore e vicepresidente della FIAT, chiede a Scelba di abbandonare il piano di liberazione di Valletta.

La scelta moderata di Agnelli paga. I dirigenti delle strutture partitiche e sindacali di sinistra hanno il merito di domare le masse e di placare le rivolte, diffuse ormai in tutto il territorio nazionale. Lo stesso Togliatti, nonostante le gravissime condizioni in cui versa, raccomanda di non perdere la testa e non fare sciocchezze.

Nel frattempo, i dirigenti della CGIL continuano nell’opera di desistenza (per la seconda volta, dopo il caso Troilo, l’opera moderatrice delle Camere del Lavoro riesce a evitare atti inconsulti) e gli operai meno politicizzati iniziano a temere per gli sviluppi della vicenda. Si inizia a puntare verso la “normalizzazione”.

L’occupazione dura in tutto 46 ore. A mezzogiorno del 16 luglio è tutto finito, nonostante il giorno dopo “l’Unità” spieghi che “la battaglia si sviluppa senza soste contro il governo e i traditori dei lavoratori”.

Le forze di sinistra e in generale quelle popolari cessano di contrastare il processo di restaurazione. Quel processo indotto dalle componenti politiche che giudicano reazionarie. E che reazionarie si dimostreranno due giorni dopo. Il 18 luglio, infatti, il governo De Gasperi avvia la repressione, che il comunista Terracini non tarda ad attribuire al “governo della guerra civile”. 

Centinaia di operai, definiti dai comunisti “vittime di Scelba” vengono arrestati e processati, a partire dalle “zone calde”. La grande repressione tra il luglio del ’48 e la prima metà del ’50 conosce questi drammatici dati: “62 lavoratori uccisi, di cui 48 comunisti, 3126 feriti, di cui 2637 comunisti; 92.169 fermati, fra cui 73.870 comunisti”. La frattura dura molto più a lungo. 

Come termina allora la vicenda? Lo ricorda il postfascista Giano Accame: “Per più di dieci anni l’Italia restò spaccata in due da una rigida intransigenza anticomunista, di cui fecero le spese anche i socialisti e la Cgil”. 

Un’Italia dicotomica, quindi, quella del secondo dopoguerra. Un’Italia divisa da logiche e metodi contrapposti. Ma, sempre improntata su visioni collettive e non particolaristiche della politica.

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