Anni '70 sempre più incredibili

Quando Gianni Agnelli fu costretto a rinunciare al partito Repubblicano

La Dc pretese il fratello umberto nelle liste in cambio di una Fiat parastatale

di Ivan Buttignon

Quando Gianni Agnelli fu costretto a rinunciare al partito Repubblicano

Memorabili, i middle-Seventy, gli anni attorno al ‘75. Anni strong, come il rock che passa la radio. Led Zeppelin, Deep Purple, Queen in sottofondo, mentre Nixon viene travolto dallo scandalo Watergate e Jimmy Carter fa capolino alla Presidenza degli Stati Uniti; come pretendente, intanto. E poi c’è quel Brzezinski, indicato da tutti come il nuovo Kissinger, ma più equilibrato.

In Italia si respira un clima strano, l’atmosfera odora di acre. È l’aroma della paura alitato dagli elettori anticomunisti. Silenziosa o meno, è la maggioranza.

Alle elezioni regionali del 1975 il risultato è scontato. La Democrazia Cristiana non frena ma frana, il Partito Comunista Italiano sfonda. Enrico Berlinguer, leader del partito vincente, gusta il miele del trionfo. Logora il partito cattolico; svilisce le correnti antagoniste all’interno del PCI; all’estero, la stampa è sempre impressionata, spesso ammirata. Può ben dirlo, l’Enrico. Il compromesso storico funziona alla grande.

E Brzezinski, ormai indiscussa autorità mondiale, confida ai giornalisti italiani, a patto che non lo scrivano, che il partito di Berlinguer può fare il suo ingresso nell’area di governo. Gli americani lo permettono. E permettono anche che Giorgio Napolitano tenga conferenze nelle università americane. Di più: lo invitato espressamente.

I tempi sono cambiati, eccome. Il “Time” pubblica un’intervista con Berlinguer: quando i tempi saranno maturi – spiega lì il capo del PCI – si recherà negli Stati Uniti per spiegare ai leader politici americani le nuove idee e le nuove strategie dei comunisti italiani.

In Italia Aldo Sandulli, ex presidente della Corte Costituzionale, lancia un appello al PLI, al PRI e al PSDI. Chiede loro: “perché non vi unite in nome di un’alleanza laica?” Se la DC va in frantumi e il PCI singrossa sempre più, tanto vale giocare d’anticipo e creare un nuovo blocco politico. Un blocco che un domani, chissà, sostituirà il partito cattolico, assorbendone uno a uno i voti in caduta libera. E magari non solo i suoi. Un blocco dominato dal PRI, il partito di Agnelli e di La Malfa, che entusiasma una sempre più larga parte degli italiani.

Sull’alleanza laica si fa molto chiasso, ma poi, quando si tratta di presentarsi alle elezioni, tutto si risolve in una bolla di sapone. I principali leader si tirano indietro. Hanno paura di perdere posizioni di potere. La Malfa mastica un “Meschini!”, più inorridito che deluso. E pensa a vendicarsi. Come? Semplice: basta inserire Agnelli, e magari anche Carli, nelle liste repubblicane.

Un’operazione del genere costa alla DC più o meno un milione di voti, e Fanfani lo intuisce subito. Spaventatissimo ma con fare conciliatorio (diciamo pure democristiano), il leader scudocriciato propone un patto al collega repubblicano: “Noi garantiamo al partito repubblicano trecentomila voti in più e voi rinunciate alla candidatura Agnelli”. Trecentomila contro un milione? Ma per favore! Forte anche del sostegno di Carlo De Benedetti e di Eugenio Scalfari, La Malfa non si accontenta del piatto di lenticchie e getta all’aria le trattative.

Giocata (male) la carota, alla DC non rimane che il bastone. Spende così l’ultima carta: far paura ad Agnelli costringendolo a ritirarsi. In alternativa, avrebbe sollevato contro la FIAT la tempesta economica che l’avrebbe travolta.

Gianni Agnelli trascorre giornate tormentate, ma alla fine cede. Il gioco non vale la candela. Chiama allora Vittorio Chiusano, il suo consigliere, e gli chiede di rassicurare i democristiani: non si presenta più nelle liste repubblicane.

Ma la DC non vuole vincere, vuole stravincere. Non gli basta un Agnelli fuori dai giochi. Vuole recidere il legame tra il patron della FIAT e l’Edera. Gli elettori devono anzi sapere (ma non è vero) che Agnelli tifa per il partito cattolico. Gianni deve allora consegnare alla DC, come ostaggio, suo fratello Umberto, che nelle liste democristiane è costretto a candidarsi. Così, grazie all’egida di Giulio Andreotti, l’ostaggio finisce nelle liste romane.

Dulcis in fundo. Umberto, una volta eletto, penserà davvero di poter fare politica. Ne sarà così convinto che indirà un convegno di senatori democristiani a Roma, all’Hotel Hilton, per ragionare attorno al rinnovamento del partito. In tutta risposta sarà ammonito: lui è lì per fare presenza, non politica. Alle successive elezioni, avrà il buon gusto di non ripresentarsi. E così finirà, tra diktat e veti incrociati, un progetto politico, laico e liberale, che poteva sostituirsi alla DC.

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