Editoriale

Italia infelix? Dal 28 al 45mo posto

Il rapporto mondiale sulla felicità, basato sugli indicatori come il lavoro, il prodotto interno lordo, la sicurezza, ci declassa lasciandoci poche speranze per il futuro

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

opo essere stato il “Bel Paese” per antonomasia, l’Italia si scopre “infelix”. A dircelo è l’ennesimo Rapporto mondiale sulla Felicità 2013, elaborato dalle Nazioni Unite,  che ha declassato  l’Italia al 45mo posto  (su 156) della graduatoria mondiale, superata da  Paesi un tempo considerati “depressi”, quale il Messico e la Colombia. L’anno scorso eravamo a quota 28 e la tendenza al ribasso,  registrata sulla base  della percezione dell’”indice di felicità” da parte degli italiani,  non sembra destinata ad invertirsi.

A determinare la graduatoria sono stati utilizzati i seguenti parametri: l’autovalutazione, il prodotto interno lordo pro-capite, l’aspettativa di vita, il sostegno sociale, la percezione della corruzione, la diffusione della generosità e la libertà di fare le proprie scelte. Dati oggettivi, quindi, e valutazioni individuali, raccolti attraverso un’ indagine svolta nel biennio 2010-2012, che tiene in considerazione anche la capacità degli individui, delle comunità e dei governi di soddisfare le aspettative.

In apparenza  un’analisi puntigliosa, seppure giocata intorno ad un “sentiment” (la “percezione”) , che fa emergere componenti emotive e territorialmente disomogenee, molto rilevanti per un Paese parcelizzato qual è  il nostro.

D’altro canto,  la lettura che ne è stata fatta, incentrata sulla crisi del welfare “made in Italy” e sul caos delle nostre città, appare troppo rigida rispetto ad un “infelicità” che non nasce solo dalla carenza di taluni dei nostri servizi   sociali (anche se – ad esempio – nel settore della sanità le risposte di sistema sono tutt’altro che negative), ma da una sorta di depressione sottile, provocata   dal  “disorientamento” del nostro popolo.

Su questo versante non ci sono servizi che tengano. Il discorso è antropologico, culturale ed insieme politico.

Esso riguarda intanto la tenuta  di quelle istituzioni e di quei riferimenti etico-esistenziali che, per secoli, hanno sostenuto socialmente e psicologicamente  le esistenze degli italiani. Pensiamo alla famiglia, a taluni  principi etici  (l’etica della vita, del rispetto, dell’onore, del lavoro), al senso del sacro. Pensiamo alla consapevolezza  del nostro essere “comunità nazionale”, dotata di  memorie condivise e   di valori diffusi, elementi che spesso  vivono localmente , ma vengono ad essere dispersi e non percepiti a livello più vasto.  Mettiamo in conto anche un’oggettiva crisi della politica, con la perdita di credibilità della classe dirigente,   la  disaffezione al voto e  con   la conseguente  difficoltà ad orientare  e a dare speranza al sistema-Paese.

Da tutto questo insieme di questioni non risolte  proviene “l’infelicità italiana”. Infelicità complessa e non facilmente risolvibile con i pannicelli caldi del welfare, che certamente possono lenire alcuni “acciacchi”, ma non guarire  i mali di fondo di una società, che dovrebbe intanto  sapersi guardare  nel profondo evitando  facili semplificazioni sociologiche. A crisi complessa risposte complesse, dunque. Ad “infelicità” emergente analisi adeguate da parte del mondo della cultura, della comunicazione, della politica. Ne va, in fondo, del nostro destino nazionale, che è, in tutta evidenza,  qualcosa di più di del nostro posto nella  graduatoria di qualche rapporto annuale.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da ghorio il 12/09/2013 20:54:18

    L'espressione "Bel Paese", caro Bozzi Sentieri, l'abbiamo copiata da Dante, Petrarca e l'abate Stoppani ma che l'Italia fosse "Il Bel Paese" per antonomasia ce lo siamo tramandati nei secoli. La felicità è un'altra cosa. Sicuramente viviamo in un'epoca dove vige l'individualismo e la cosiddetta "Agorà" dei miei tempi di ragazzino ,inizio anni 60, è purtroppo tramontata. Noi italiani non possiamo essere felici con una classe politica che pensa ai suoi privilegi da mantenere. LO stato sociale non esiste o quasi: in qualsiasi settore, in primis sanità, per visite specialistiche, etc bisogna sempre pagare i privati, altrimenti l'attesa è di mesi e mesi. Certo un altro discorso è l'orgoglio di essere italiani ma ultimamente anche questo incomincia ad attenuarsi, perchè non si vive solo di panorami suggestivi. Quanto ai rapporti annuali, a parte che ignoravo che l'Onu si occupasse anche della felicità dei popoli,sono sempre opinabili.

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