Editoriale

Il solito difetto italiano per non cambiare, invocare l'emergenza su altri fronti e non fare le riforme necessarie

«Con il presidenzialismo non si mangia», è una comoda formuletta che di volta in volta si è applicata a tutto quel che la politica non vuole affrontare e cambiare

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

logan ad effetto, ma superficiale,  quello di chi dice “il presidenzialismo non si mangia”. Senza  negare  la drammatica condizione delle famiglie italiane, strette tra disoccupazione, rischio povertà, precarietà giovanile, la risposta presidenzialista, lungi dall’essere archiviata con una battuta, può  essere un passaggio importante sulla strade delle risposte alla crisi. Crisi – non dimentichiamolo – che va certamente  considerata nella sua globalità, insieme  politica e sociale, economica e culturale, ma sulla quale  le incertezze della politica e le debolezze del nostro sistema istituzionale hanno giocato e continuano a giocare un ruolo determinante.

Charles de Gaulle, che di queste “cose” se ne intendeva, scrive, nel capitolo dedicato all’economia  delle “Memorie della speranza”: “La politica e l’economia sono legate l’una all’altra come l’azione e la vita. Se l’opera nazionale che sto iniziando esige l’adesione degli animi, implica evidentemente che il Paese abbia i mezzi per la sua realizzazione”.

L’intuizione  è di stretta attualità in un’Italia che sembra  voglia finalmente affrontare il nodo  delle proprie,  storiche debolezze istituzionali. E lo è ancora di più  allorché si sappia correttamente individuare, tra gli  argini della politica e dell’economia, la “via diritta” lungo la quale avviare la tanto attesa stagione delle riforme “di sistema”.

De Gaulle lo aveva intuito e correttamente incarnato a cavallo tra Anni Cinquanta ed Anni Sessanta  del Novecento, quando, con la Quinta Repubblica, aveva risolto i grandi problemi della governabilità, della crisi algerina, della recessione economica, attraverso un’audace riforma delle istituzioni in senso presidenzialista. La sua non fu solo un’opera di ingegneria costituzionale. Fu evidentemente qualcosa di più, allorché nell’affrontare e risolvere, in Francia, i tanti problemi contingenti, lasciati sul campo dalla rissosità partitocratica, egli riuscì anche a creare un clima di fiducia intorno alle istituzioni rinnovate, con una conseguente “espansione nella stabilità” dell’economia e del tenore di vita dei suoi cittadini.

A cinquant’anni di distanza da quella che può essere considerata come l’ultima, grande riforma costituzionale realizzata in Europa, non è superfluo ricordare l’esperienza d’Oltralpe a chi pensa di risolvere tutto nella  battuta “il presidenzialismo non si mangia”.

Politica ed economia, riforma del sistema della rappresenta e riforma “di sistema”, nel senso di grande modernizzazione nazionale: su questi crinali va collocato il confronto intorno alla crisi italiana, non slegando il dato politico (le riforme istituzionali)  da un contesto più vasto, ma coniugandolo con quello economico-sociale.

E’ infatti a dir poco meccanicistico pensare di risolvere i problemi economico-sociali non considerando il quadro complessivo entro cui essi si collocano e non mettendo le  istituzioni in grado di rispondere alle attuali emergenze e alle sfide che attendono il sistema-Paese.

A tutto ciò il presidenzialismo può essere  utile, pur nella consapevolezza che, alla fine, sono gli uomini, le classi dirigenti a fare la differenza. Come scriveva Giuseppe Mazzini “Gli uomini buoni fanno buone le organizzazioni cattive, i malvagi fanno tristi le buone”. Ma questo è un altro problema, a cui la riforma istituzionale può forse dare qualche risposta, favorendo la selezione/crescita di una classe dirigente all’altezza dei tempi.  Anche se – per ora - un de Gaulle italiano non sembra comparire all’orizzonte…

 


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