8 marzo 1933

Anna Perenna, la luna e la morte della vecchia Quaresima

Allegoria della giornata internazionale della donna

di Marina Cepeda Fuentes

Anna Perenna, la luna e la morte della vecchia Quaresima

Quaresima, Forlimpopoli

Il prossimo lunedì 11 marzo, finirà l’ultima luna invernale. Una luna vecchia, che segna la fine dell’inverno e sarà sostituita fra  qualche giorno dalla luna nuova di primavera, che possiamo immaginare giovane  e  ridente. Nell’antica Roma questo momento di passaggio dall’inverno alla primavera, che nel calendario arcaico era anche il passaggio da un anno all’altro, veniva festeggiato verso la metà del mese, alle idi  di  marzo,  che  originariamente quando il calendario era lunare, cadeva al plenilunio.

Lo si festeggiava con un’allegra usanza: al mattino la folla si avviava verso un bosco sacro alla dea Anna Perenna, al primo miglio della via Flaminia, nei pressi del ponte Milvio.  Era una scampagnata fuori porta: ci si accampava sui prati  coperti di margherite,  si piantavano tende e si costruivano  rustiche capanne con fronde e rami. Racconta Ovidio nei “Fasti”:

«Li scalda il sole e il vino; e ognuno si augura  tanti anni quanti  bicchieri trinca, e li conta bevendo. Cantano anche  canzoni  imparate a teatro gesticolando come attori e intrecciando  rustiche danze, e l’azzimata amica  danza con la chioma scomposta. Al ritorno barcollano mentre i passanti ridendo  esclamano: -come sono felici!».

Ma chi era in realtà Anna Perenna? Alcuni   studiosi  sostengono   che  essa   fosse originariamente  una dea etrusca che presiedeva alla crescita degli esseri  viventi, ma, come scrive Alfredo Cattabiani nel suo “Calendario” (Mondadori), è stato  Ovidio a metterci sulla buona strada affermando che la misteriosa dea era «la Luna che l’anno completa con i  mesi».

E come affermava  Ovidio,  la festa in suo onore aveva lo scopo di propiziarsi questa divinità dallo strano nome, Anna Perenna: perché in latino il verbo  “annare” significava “introdurre  nel nuovo anno” e “perannare” “accompagnare per tutto l’anno”. Sicché Anna Perenna era la Luna nuova, colei che   introduceva nel nuovo anno  i Romani e li accompagnava con le sue fasi per  tutti i dodici mesi.  Era insomma l’immagine visibile della Grande Madre celeste che con la  sua luce abbracciava amorevolmente le creature terrestri nutrendole e proteggendole.

D’altronde, afferma Cattabiani, se è vero che Anna, derivando  dal verbo “annare”, è  la personificazione  femminile dell’anno,   in sanscrito, un’altra lingua indo-europea, quello stesso nome è l’essenza vitale del cosmo, analoga alle acque che a loro volta sono apparentate alla Luna: di “Anna”, dicono gli induisti, “ogni vita in terra è materiata e sostenuta e da essa assorbita”. E perciò  la dea indù  Annapurna è la luce che sazia ogni essere.

E forse in quella “Luce” risiede la spiegazione di un misterioso detto che riguardano questo  mese: “Far lume a marzo”. Si tratta di un’antica usanza contadina: negli ultimi giorni di febbraio e nei primi di marzo si accendono nei campi, all’imbrunire, dei grandi fuochi: si bruciano le erbe secche dell’inverno, insieme con i tralci  della vite tagliati  durante la potatura e ora secchi. La cenere servirà  a concimare i campi. Ma non occorre dimenticare che una volta, proprio a primi di marzo, per simboleggiare la nascita del nuovo anno, le Vestali accendevano il nuovo fuoco  nel tempio di Vesta, la dea della Terra,  la Nutrice.

Su Anna Perenna fiorirono poi varie leggende dove  appariva di volta in volta o come una vecchia rugosa e benefica oppure come una fanciulla, una ninfa.  Quelle sue immagini che parrebbero contraddittorie, simboleggiano in realtà la Luna Madre Natura nei due volti: di giovinetta, quando è preposta all’inizio dell’anno, e di vecchia, quando lo conclude. Vecchia, come la buona Befana oppure come la scarna  Quaresima, ambedue bruciate o segate per propiziare la nuova annata agricola.

Un’altra Madre Natura è infatti la Vecchia di Mezzaquaresima che in questi giorni e fino al 18 marzo, percorre  sopra un carro le vie di Forlimpopoli nelle sembianze di un pupazzo gigantesco dalla faccia di vecchia grinzosa e rugosa, i capelli di stoppa e una cuffia in capo. In mano tiene una rocca per filare e porta appese al collo  sfilze di salsicce, ciambelle, dolci e frutta fresca.

Il carro è accompagnato da un corteo di maschere che lanciano sulla folla coriandoli e confetti, come in una sorta di ritorno al Carnevale. Quando il corteo si ferma sulla piazza principale,  si sega il pupazzo da cui esce una ragazza che distribuisce doni contenuti nel simulacro: giocattoli palloni,  dolciumi, frutta e leccornie varie sono lanciati alla folla che si accalca per impadronirsi di qualche pezzo.

Le origini della “Festa di  Segavecchia” di Forlimpopoli, si perdono nella storia: ci sono documenti che ne attestano la presenza già nel 1300, ma le radici sembrano ancora più antiche e potrebbero  risalire agli antichi riti celtici del ciclo  vita-morte-vita. Si tratta di   una delle tante feste dell’Italia, soprattutto settentrionale, in cui si sega o si brucia un pupazzo a metà della Quaresima, come ad esempio a  Cotignola, dove domenica prossima 10 marzo alle ore 17 ci sarà in piazza la  lettura della sentenza di condanna a morte della Quaresima e il rogo della Segavecchia.

 Anche a Treviso e a Tambre, in provincia di Belluno, “se brusa la veccia”,  mentre  a Bergamo si accende  “Il rogo della vecchia”. In alcune località la Vecchia muore il giovedì di Mezzaquaresima, come a Manerba, sul Garda,  dove ieri sera è stata bruciata al grido di “Brüsom la Vecia!”.

Il rito di bruciare o segare la Vecchia a metà del periodo quaresimale, un rito propiziatorio di fertilità e fecondità della Grande Madre Terra dove è permesso anche “mangiar di grasso”,  è descritto in versi da Luigi Crisostomo Ferrucci che nel 1852 scriveva nella “Scala di vita”:

Nel giorno che dimezza il pio digiuno,

Di venti e venti, in piazza si raduna

Gran turba di fanciulli, e gode ognuno

Agitare e gonfiar nacchere, corni,

Cembali e pive, finché sale alcuno

A Segar mezza fra non degni scorni

Una befana misera che porta

Di varie frutta il seno e i fianchi adorni.

Ebbene, come spiega Alfredo Cattabiani nel “Lunario” (Mondadori), la Chiesa aveva avversato a lungo quest’usanza che, conficcata nel mezzo della Quaresima, sembrava interromperne il carattere purificatorio e penitenziale. Poi cercò di ritualizzarla in chiave quaresimale, come testimonia Michelangelo Buonarroti il giovane, membro dell’Accademia della Crusca, nella sua “Cicalata” raccontando di come a metà Quaresima una vecchia ebbe voglia di mangiare un salsicciotto bolognese e perciò fu processata e condannata a morire segata a metà:

«A costei... una volta... nel tempo della Quaresima... venne voglia di un salsicciotto bolognese e, procacciatolo tutto intero, crudo crudo, in una volta sel trangugiò. Fu scoperta alla Mozzalingua, la quale in breve processatala, la condannò ad essere segata viva, e perché le Fate le addimandassero in dono la vita di lei, non vi fu modo a scamparla dalla mala ventura. Venuta dunque la mattina che ella doveva morire, chiese a coloro, che a guastar la menavano, acciocché ella non fosse riconosciuta, che di alcuna cosa la volessero trasfigurare: i segatori, tolta la spugna, e tuffatala in quel calamajo, dove e’ dovevan tigner le corde per far la riga e segarla direttamente, la le fregarono al viso, e un vestire, che pareva da monaca, indosso le misero; e poscia, fattane una tacca, i denti appiccativi alla sega, segarono lei... senza niuna misericordia».

Il processo alla Vecchia era dunque interpretato religiosamente come il processo alle orge gastronomiche del Carnevale, e dunque come esaltazione della purificazione e dell’astinenza quaresimale. Ma era anche un “memento mori” impersonato nella “vecchia” per far rammentare alle  donne che hanno come unico obbiettivo la propria  bellezza, che essa  finisce presto, perché il tempo passa in un soffio. E lo testimoniano questi antichi versi anonimi degli “Scherzi morali” per il rito della vecchia segata a Cremona:

Donne, voi gite altere

Che la vostra beltade il mondo adori

E con pronto volere

Quasi vittima a voi s’offrono i cori:

Ma pazze se ’l credete,

Che tutt’oro non è quel che risplende.

Cangia le sue vicende

Il tempo e alfin vi coglie nella rete.

Ed ecco in un baleno

Di vostra lieta fronte

Turbato il bel sereno,

E solo a scherni e a onte

L’egra vita soggiace, e ’l fasto altero

Altro non è che un soffio, un’ombra, uno zero.

Insomma, di là dalle interpretazioni moralistiche il rito di Sega-la-Vecchia,  – dove ancora sussiste – e una cerimonia di passaggio verso l’equinozio di primavera, verso il nuovo anno:  vi si celebra, senza esserne più coscienti, la morte del vecchio anno, ovvero, come sostiene Cattabiani,  della “comare secca”, la Vecchia Madre Natura da cui rinascerà la giovinetta Natura, cioè l’anno nuovo. Si tratta  della Luna nuova, simbolo della rinascita spirituale di chi sa liberarsi della vecchia pelle rinascendo “nuovo”.

L’usanza   di segare e bruciare  un pupazzo  dalle sembianze  di una vecchia si praticava anche   in gran parte dell’Europa   agricola e, come accade ancora in alcuni luoghi,   si svolgeva   a  due date diverse: alle calende di gennaio,  o  qualche giorno  dopo, e alla Mezza Quaresima.  A gennaio, la Vecchia, chiamata  Befana anche  in periodo non natalizio, teneva fra le mani il  fuso e  la  conocchia, come  le  tre Parche (un’altra  rappresentazione  della natura trifasica della luna), ed era riempita  d’uva e fichi secchi, castagne, carrube, mele, pere con sapa e cotognata: piccoli regalini  che, segata, concedeva ai paesani  prima di essere bruciata sul  rogo.  

  Tutte  queste  usanze ci permettono di cogliere  la  vera   dea celata  nell’immagine della vecchietta: è evidente  che la vegliarda di  Mezza Quaresima  e quella dei primi di gennaio  hanno la stessa funzione,  simboleggiano la Grande Madre lunare nei suoi tre  aspetti di  Regina  degli Inferi, del Cielo e della Terra. La  Triplice Dea dei crocevia,  la Ecate di Esiodo, che era anche  “nutrice  di giovani, quanti a lei fedeli...”, la quale, come dea lunare, diventa morendo, la  prima virginea   falce di  luna  della primavera,  ad   annunciare   il rinnovamento  dell’anno,   la nuova fioritura.

Per tutto ciò, sebbene la data dell’8 marzo che celebra la Giornata Internazionale della Donna, sia nata per tutt’altri motivi,  sociali e politici, non si poteva scegliere un mese  migliore: quello appunto di marzo, quando la Madre Natura rinasce con l’equinozio di  primavera. Il mese delle grandi divinità femminili quali Anna Perenna, Annapurna, Vesta; ma anche quello della Vecchia che viene segata per donare i nuovi semi che germoglieranno.

Figure  che simboleggiano il  perenne nutrimento; e infatti Anna Perenna divenne nel tempo la “Dispensatrice di cibo”: una divinità molto “casalinga”  rappresentata di  solito seduta nell’atto d’imboccare un bambino con  un mestolo pieno. La raffigurazione della Madre per eccellenza che nutre i suoi figli, come le misteriose “Matres  Matutae” custodite nel Museo Provinciale Campano di Capua che avrebbero ispirato  alcune antiche  riproduzioni della Madonna che allatta al seno il Bambinello.

Anna Perenna, insomma: la dea dell’Eterno Ciclo Femminile, quello lunare che porta la vita, la morte e la rinascita.

 

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 08/03/2013 14:22:15

    Di solito la giornata di oggi si presta anche a molta retorica: con questo articolo ho scoperto qualcosa di nuovo, anche sull'eredità lontana del Paese in cui vivo, grazie!

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