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A un anno dalla morte

Era mio padre, ricordo di Fausto Gianfranceschi

Un anno fa moriva un grande scrittore italiano, oggi la figlia Michela lo ricorda così

di Michela Gianfranceschi

Era mio padre, ricordo di Fausto Gianfranceschi

Fausto Gianfranceschi

Quando sono nata mio padre aveva appena compiuto 49 anni. Aveva già attraversato molte tempeste della vita: aveva da qualche mese perduto il figlio primogenito Giovanni, aveva già amato e lottato, perduto e vinto. Mezzo secolo separava le nostre esistenze, eppure il dialogo che abbiamo avuto è stato facile, profondo e ininterrotto, non condizionato dalla distanza cronologica, che avrebbe potuto farci parlare lingue differenti, bensì arricchito dal dolce riavvicinarsi di papà allo stupore della vita e dalla mia purezza infantile prima e vivace giovinezza poi.

Fausto è morto la notte tra il 18 e il 19 febbraio di un anno fa. È morto, così avrebbe scritto lui, che trovava ridicoli gli eufemismi, soprattutto quando vogliono camuffare le verità immutabili della nostra umanità. «Hai notato che la gente ultimamente non muore, ma scompare?», mi diceva (e così scrive anche nel suo ultimo libro “Aforismi del dissenso”, edito postumo).

In quei giorni tristi, sono state molte e sentite le testimonianze di chi lo ha conosciuto e amato. I giornali vicini al suo sentire politico hanno voluto omaggiare il suo ricordo negli scritti di amici veri, che con modi e punti di vista innumerevoli hanno composto il puzzle dei saluti all’amico Fausto, il maestro, ormai il più anziano fra loro. È stata ricordata la sua carriera, come giornalista e come narratore e saggista. Sono state ricordate la sua forza di carattere, la tenacia, la sua indole libera e mai asservita ad alcun potere politico, né tantomeno culturale. Tutte cose profondamente corrispondenti alla sua persona e in grado di offrire una più che fedele testimonianza di quello che fu il suo modo di vivere.

Ora a quelle parole care vorrei aggiungere qualche mio ricordo, molto personale, per offrire un ulteriore e intimo punto di vista sull’uomo che Fausto era e che diventò nell’ultima fase della sua vita, e per proseguire anche sulla carta quel dialogo tra noi che lui stesso felicemente inaugurò nel suo libro “L’Amore paterno”, in cui mi dava il suo benvenuto in questo mondo più di trent’anni fa.

Il primo ricordo della mia vita è legato a mio padre: eravamo a Sabaudia, al mare, e lui mi incitava a tuffarmi dal materassino gonfiabile su cui io giocavo, a pelo sull’acqua. Mi diceva di buttarmi per provare il mio coraggio, e questo era molto da lui. E io mi tuffai a capofitto nell’acqua trasparente. Avevo circa due anni e ricordo che papà mi ripescò per un piede. Anni dopo, rammentando insieme quella scena, ridemmo tanto del suo spavento e anche della mia incondizionata e innata fiducia in lui.

Da allora mi ha sempre incitata nella disciplina di superare le paure, quelle che riteneva insensate, quelle che, diceva, tendono a condizionarci senza motivo e impediscono alla nostra personalità di esprimersi. Mi portò a sciare, a cavallo, in barca a vela, a fare wind-surf, ed io, che non avevo alcuna stoffa sportiva, lo seguivo con qualche sbuffo. Voleva che stessi nella natura. Forzò la mia timidezza e pigrizia adolescenziale, così come aveva fatto precedentemente con i miei fratelli, per rafforzarci e condividere le sue passioni sportive con i figli. Non era ecologista, ma aveva un amore viscerale per la Natura e questo sentimento è passato in noi figli, senza l’ausilio di insegnamenti verbali, bensì con il solo ricordo delle nostre emozionanti avventure (le scalate, le ricerche archeologiche) e delle nostre chiacchierate sotto il sole, nel vento, a mangiare panini, e sotto i cieli stellati.

Così come ha curato con lo sport e l’aria aperta il mio fisico in erba e mi ha spinto a mettere alla prova la mia indole, allo stesso modo ha permesso al mio gusto e al nascente senso estetico di formarsi, mostrandomi tutte le cose che riteneva belle. Le opere d’arte, l’equilibrio di un panorama, l’armonia di alcuni volti e della figura umana. La mia giovane mente si è aperta molto presto, grazie a lui, alla conoscenza del pensiero umano, dei principi della fede, dell’arte, della musica, del teatro, del cinema, dell’arredamento, della cultura in generale. Abbiamo camminato ore e ore lungo le navate delle chiese, nelle cappelle, nei più importanti musei d’Italia e d’Europa, e nei parchi e nelle vie delle città più belle, commentando tutto, e discutendo fra noi. Di ogni cosa.

Ripensandoci, quale privilegio mi è stato concesso nei miei primi trentacinque anni, avendo ogni giorno a disposizione una mente brillante e aperta come la sua! Eravamo sempre alla scoperta di qualcosa di nascosto, di segreto, qualcosa che la sensibilità comune aveva tralasciato e che grazie a noi sarebbe stato messo in risalto e apprezzato. Avevamo una privatissima mappa del bello che ci portava alla ricerca di chiese diroccate nel territorio dei Sanniti (dove abbiamo una casa) e negli angoli che ritenevamo più pittoreschi, nelle molte città che visitavamo e indagavamo come fossero forzieri ricolmi di gioie.

E noi lo eravamo, gioiosi. Non temevamo nulla, avvolti da un senso di eternità, in quei momenti magici.

Durante tutta la sua vita ha avuto cura del mio gusto, ma anche del mio giovane appassionato spirito, che spesso soffriva delle cose della vita, e chiedeva a lui spiegazioni.

Fausto aveva questo innato senso epico dell’esistenza, per cui o si è coraggiosi o codardi, senza vie di mezzo. E aveva un incantevole, e con il passare del tempo sempre più fine, senso dell’umorismo che rendeva i suoi modi incredibilmente genuini e per niente retorici. Tutto andava affrontato, secondo lui, senza paura e col sorriso sulle labbra; un sorriso che mai fu ghigno, per mio padre, bensì fiducia nelle proprie capacità e nella Provvidenza divina. Ripeteva spesso la frase «a Dio piacendo» e «se vuole il Cielo», e in ciò risiedeva la sua profonda serenità d’animo che tutta si affidava all’Eterno, sperando per sé il buono, ma senza pretenderlo, pronta ad affrontare le avversità a viso aperto.

La sua fede non è vacillata neppure alla morte di mia sorella Federica, che crudelmente lo ha colpito negli anni estremi della sua vita. Egli in quei giorni pregava e si affidava a Dio, sentendo la propria insopportabile impotenza e cercando conforto nelle parole delle Sacre Scritture.

Fausto aveva un carattere che è giusto definire difficile, ma allo stesso tempo amabile per chi aveva la pazienza di conoscerlo. La sua forte personalità tendeva a schiacciare senza scuse le indoli più deboli, e ciò rendeva difficile per qualcuno stargli vicino: o lo fronteggiavi, dimostrando il tuo valore, o soccombevi.

Eppure non lo ho mai visto infierire su chi palesemente non era alla sua altezza. Era compassionevole e questo dava la misura della grandezza del suo spirito, nato per primeggiare, eppure umile e riconoscente dei tanti doni ricevuti. Era vanitoso, estremamente competitivo, eppure mai ambizioso. La sua carriera ne è di certo la testimonianza. Non ha mai desiderato la gloria, ma sempre ricercato quella coerenza interiore che lo ha condotto ad essere una persona rispettata, ma anche temuta, per l’indipendenza di pensiero e per l’incorruttibilità, oggi merce rara e poco spendibile. Seguire una tale condotta non era per lui un sacrificio, quindi non posso semplicemente fargliene un vanto, ma la naturale conseguenza della sua personale ricerca della felicità. Il suo spirito e il suo pensiero esigevano un adeguamento ad essi del suo stesso stile di vita; la sua coerenza glielo imponeva quale unica via per raggiungere la serenità interiore sempre agognata. E lui praticò l’arte del distacco dalle lusinghe del potere, con la stessa diligenza di un samurai che affina la sua mente, il suo corpo e la sua lama, come amava ripetere.

Appassionato, geloso, autoritario, eppure allo stesso tempo sensibile e caritatevole. Era dotato di una tale indescrivibile leggerezza e raffinatezza di pensiero, da far dimenticare spesso gli aspetti più focosi della sua natura. Solo con il tempo, mi disse una volta, aveva imparato quel sano distacco dalle cose, che non lo allontanava dal bello del sentire umano, ma gli permetteva una visione più lucida ed equilibrata.

Andavo da lui a chiedere come affrontare le prove della vita, come affrontare il dolore della perdita oppure la vanità frustrata. Papà mi rispondeva che non ci si dovrebbe far toccare così dalle cose terrene, e che solo i profondi principi dello spirito, la Fede e l’Etica, insieme agli affetti sinceri, devono guidarci attraverso il mondo. Che bisogna stabilire delle priorità e ad esse attenersi, senza eccezioni.

Mi ripeteva di «volare alto» sulle cose meschine della vita e concentrarmi invece sul Bello e sul Buono che incontravo. E se non li incontravo, mi invitava a cercarli.

Grazie a lui ho iniziato lo studio dell’Arte. Ancora non sapevo leggere, quando mi metteva a sedere con lui sulla sua poltrona rossa di velluto per sfogliare insieme i cataloghi dei maggiori musei del mondo. Mi piacevano i dipinti antichi, ero attratta dalle figure e dai colori, e lui, per ogni immagine che vedevo, mi raccontava una storia. Quei volumi sono stati i miei primi fumetti.

Fausto adorava l’arte antica e amava circondarsi di cose belle: in questo modo diceva, creando la sua personale Wunderkammer, poteva selezionare dal cosmo uno spazio ritagliato su misura per lui. Allo stesso modo ha riempito di musica la nostra casa, facendoci ascoltare la sera tutti i grandi compositori della musica classica europea tra Seicento e Ottocento. Le note si diffondevano a un volume altissimo dagli altoparlanti che papà aveva disseminato per il salotto, lo studio e la camera da pranzo, mentre lui passeggiava per la sala dirigendo per finta le arie eterne che più lo emozionavano. Io ridevo con lui e a volte mi commuovevo e gli chiedevo di risentire alcune parti la sera dopo. Chissà se davamo fastidio all’intero condominio oppure se abbiamo allietato altre case, oltre alla nostra.

Con mio padre ho scoperto il teatro, il cinema, la letteratura la storia e la politica. Molte volte siamo usciti la sera, con un tempo da lupi, pur di andare a vedere quello spettacolo per noi “imperdibile” o quel film che rischiava di essere tolto dai cinema, tanta poca era l’affluenza di pubblico. Amavamo le rarità e le prelibatezze. Amavamo sentirci parte di una élite. Immancabilmente aperto alle mie domande, con lui ho parlato di tutto e mi sono potuta confrontare con un pensiero fortemente strutturato e abile, ma sempre attento a non schiacciare quello che era il mio personale gusto emergente e le mie idee. Mentre crescevo le nostre conversazioni sono diventate più scambievoli, ma il suo atteggiamento nel dialogo non è cambiato: mi ha sempre dato la sensazione di essere profondamente curioso e talvolta di imparare cose nuove perfino da ciò che la mia limitata esperienza conoscitiva gli mostrava. Anni fa, leggendo “L’Amore paterno” per la prima volta, ho scoperto che la sua sensibilità era pronta a farsi insegnare qualcosa perfino da un essere bambino.

Con lui ho parlato di cose fondamentali, ma soprattutto ho riso tanto. Avevamo lo stesso ironico approccio alle cose e la stessa spiccata ilarità. Ha scritto, poco più di un anno fa: «L’ironia e il senso dell’umorismo sollevano chi li esprime sopra la linea mediana della vita. È come una piccola ascensione». Mi hanno detto che il suo carattere non è sempre stato così, che negli anni passati era molto serio e poco incline alla festa. Ma non è la mia esperienza con lui: io ho conosciuto un uomo fiero e dolce, dalla mente aperta e curiosa, dall’ironia tagliente e raffinata, sempre pronto al sorriso. Un uomo coraggioso e forte, entusiasta e assetato di vita. Ho conosciuto un uomo, in questi ultimi trentacinque anni, che fatico a descrivere, perché mi rendo conto delle innumerevoli omissioni, e che sembra continuare ad ascoltarmi, e anche a parlarmi dalle pagine scritte che ha lasciato.

Ho la speranza che queste mie parole riescano ad evocare una piccola parte del suo grande fascino, affinché altri, le persone che lo hanno amato e apprezzato, possano parzialmente rivedere in esse l’uomo che Fausto era.

E ora, a un anno dalla sua morte, posso confermare ciò che lui mi suggeriva per paradosso, ossia che non si scompare con la morte. In questi mesi sofferenti, lo spirito forte di mio padre ha continuato infondermi calore in quei dolci momenti di silenzio e di distacco dal caotico franare della scansione quotidiana; ciò mi conferma che il nostro dialogo continua ancora: ininterrotto, nonostante tutto.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da ghorio il 21/02/2013 10:09:11

    Ho letto, con grande attenzione e apprezzamento, il ricordo di Michela Gianfranceschi, in occasione del primo anniversario della morte del padre Fausto. Per quanto mi riguarda ho apprezzato il ricordo, in tempi, dove in genere i giornali si dimenticano degli anniversari di giornalisti e scrittiri, controcorrente,slaqvo dedicare pagine e pagine a cantanti, attori ,etc. Perfino sui giornali dell'area di appartenenza. Personalmente, da anni , sono polemico per quest'impostazione e ricordo come i giornali dell'area di centrodestra si sono dimenticati dei centenari di grandi giornalisti come Giovanni Artieri,tra l'altro scrittore di vaglia, e Enrico Mattei,il giornalista , secondo Montanelli, che ha scritto più pezzi nella storia del giornalismo e maestro di commentatore dei fatti dii politica interna, il cosiddetto"pastone romano". Per quanto mi riguarda, da ragazzo, mi sono avvicinato alla carta stampata leggendo, essendo originario del Sud, quotidiani come "Il Tempo", diretto da Renato Angiolillo. Lettura che è proseguita per decenni al Nord, dove risiedo, ed ho potuto ammirare gli scritti di Gianfranceschi. Tra i suoi meriti quello di responsabile della"terza pagina" del "Tempo", sicuramente la migliore di tutti i quotidiani italiani, a nio parere. Ho ammirato poi l'anticonformismo di Gianfranceschi, le sue rubriche sui vari giornali, tra cui su "Il Giornale" , diretto da Feltri. Marcello Veneziani nella prefazione al libro postumo"Aforismi del dissenso", ricorda Gianfranceschi, con parole di grande stima e affetto. Sono anch'io d'accordo con Veneziani quando scrive "sul silenzio incivile dei giornali,eccetto quelli dell'area di centrodestra". Effettivamente i cosiddetti "giornaloni" non hanno dimostrato obiettività e completezza dell'informaziione. Se Gianfranceschi avesse militato a sinistra, ci sarebbero state pagine e pagine e in questi giorni avremmo letto ancora ricordi e ricordi. In tutto questo forse ci sono responsabilità anche nell'area di centrodestra che, spesso, non è capace di valorizzare i suoi intellettuali, considerato che vige l'individualismo piuttosto altero, con i politici , vecchji e nuovi, che non hanno mai sostenuto la cultura.Giovanni Attinà

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