Martedì Grasso

La morte di Re Carnevale e il trionfo della vecchia Quaresima

Il ricordo di un’epoca ormai tramontata; eppure si tratta di una figura antichissima che risale addirittura a Babilonia

di Marina Cepeda Fuentes

La morte di Re Carnevale e il trionfo della vecchia Quaresima

Oggi è Martedì Grasso, l’ultimo giorno di Carnevale nel rito Romano: ultimo giorno di  sfilate di carri, di mascherate, di balli e mangiate. E anche di scherzi. Ma devono essere scherzi intelligenti perché il proverbio dice: “A carnevale ogni scherzo vale, ma che sia uno scherzo che sa di sale”.

Oggi è anche l’ultimo giorno di vita di Re Carnevale che ha regnato su questa settimana che una volta era veramente trasgressiva. Attualmente non lo  è più di altre perché ormai  non esiste una distinzione  profonda fra giorni  feriali e feste. Quaresime e Carnevali, d’altronde,  sono diventati quotidiani, privi di ogni ritualità:  e questa mancanza è uno dei motivi  dell’angoscia che colpisce soprattutto gli abitanti delle grandi città  che vedono scorrere  i giorni disperatamente e grigi ed eguali  nell’alternanza  monotona di tempo lavorativo e tempo di riposo.

 Vacanze che sono spesso una fuga  da cui si ritorna  alla realtà quotidiana con  angoscia: non a caso la parola vacanza, sconosciuta fino al secolo scorso, quando si parlava invece di villeggiatura, deriva dal verbo  latino “vacare”, che significa  “essere libero da impegni”.

 Ma torniamo al nostro Re Carnevale che sopravvive in questa società come   il ricordo di un’epoca  ormai tramontata; eppure si tratta di  una figura antichissima che risale addirittura a Babilonia. A Roma si chiamava  Re dei Saturnali, una festa carnascialesca che si svolgeva non in febbraio ma fra il 17 e il 21 di dicembre. 

E così, questa sera, l’ultima delle grasse  celebrazioni carnascialesche, il Re del Carnevale, in tante località dell’Italia, dovrà partire o morire. Ad esempio, a Ronciglione, in provincia di Viterbo, il pupazzo che l’impersona viene posto su un  pallone aerostatico che  volerà via nei cieli. 

A Biella, in Piemonte,  si celebrerà  invece il processo  al “Babi”, che è un grande rospo  prigioniero in una gabbia. Il Rospo verrà, naturalmente, condannato  al rogo e bruciato pubblicamente  a mezzanotte, a simboleggiare la fine del ingordo Carnevale e l’inizio della scarna Quaresima il Mercoledì delle Ceneri con i suoi digiuni e penitenze.  

Ma quel giorno, a Gradoli, una cittadina della Tuscia che si affaccia  sul lago di Bolsena, la Quaresima comincerà invece con un’usanza unica al mondo: il cosiddetto “Pranzo del Purgatorio”, organizzato dalla Confraternita del Suffragio.

 Originariamente era un pranzo penitenziale in cui si raccoglievano fondi che servivano per celebrare messe per i defunti  e per opere di carità. Ebbene, la struttura della cerimonia è rimasta tuttora identica, ma lo spirito religioso si è un poco affievolito.  Tuttavia il pranzo del Purgatorio  richiama  ogni anno molti emigrati per i quali diventa  un’occasione di ritrovo familiare, di  ritorno alle origini. 

Fin dal  Giovedì Grasso i membri della Confraternita passano di casa in casa  raccogliendo offerte in natura che poi  al pomeriggio vendono all’asta su un palco allestito in piazza.  Il denaro ricavato servirà per  acquistare gli ingredienti dell’abbondante  pranzo che naturalmente sarà rigorosamente  “di magro”: brodo di tinca, baccalà arrosto, frittura di pesce di lago e di mare e i cannellini di Gradoli, che sono fagioli bianchi farinosi, tenerissimi  e dolci. Questi ultimi  vengono lessi  fuori del padiglione della cantina sociale, dove si mangia, in un pentolone issato su un treppiede, la cosiddetta “caldara”, e poi conditi  con olio, sale e pepe.

 Il pranzo comincia alle tredici  del Mercoledì delle Ceneri e i partecipanti, che il giorno prima  devono pagare l’importo, si portano da casa  forchetta, coltello, cucchiaio, bicchiere e il vino perché l’organizzazione dà solo il piatto. Il vino si offre ai vicini di tavolo e a ogni  bevuta  si urla: “Evviva le anime santissime del Purgatorio!”: si afferma  scherzosamente che ogni volta che si beve un’anima del Purgatorio se ne andrà in Paradiso.

 A metà del pranzo il tamburino della Confraternita, accompagnato da due confratelli,  entra nella sala e dopo due rulli di tamburi  comincia a raccogliere in un antico  piatto di ottone  le offerte dei commensali che  serviranno per celebrare messe in suffragio per le anime del Purgatorio.

Ma soltanto a Gradoli l’inizio della Quaresima si celebra con un pranzo abbondante sebbene a base di cibi “magri”: nel resto dell’Italia, tranne a Milano dove comincerà soltanto domenica prossima per via del calendario ambrosiano, il lungo periodo quaresimale inizia all’insegna dell’astinenza.  

Quaranta giorni dura la Quaresima, un termine che deriva dal latino “Quadragesima dies” e che significa infatti ”quarantesimo giorno”, cioè quarantesimo giorno prima della Pasqua. Oggi i giorni di Quaresima sono in realtà soltanto trentotto perché finiscono il Giovedì Santo e sono escluse dal computo le domeniche; e  nel calendario ambrosiano è ancora più breve, di soli trentaquattro giorni. 

Ma perché quaranta giorni? Perché  secondo la Bibbia  quaranta furono i giorni  in cui avevano digiunato  Mosè, Elia e il Cristo, e quaranta furono  i giorni del Diluvio universale, periodo di purificazione. La Quaresima fu adottata in Oriente  nel IV secolo e dalla Chiesa di  Roma a partire  dal 384, e comincia da allora con il rito delle Ceneri.  

Ceneri  che, inizialmente, venivano  imposte ai soli penitenti  i quali, ricevuta la penitenza dal vescovo,  attendevano il giorno della Riconciliazione, ossia la Pasqua, vestiti di sacco.  Poi, venendo meno la penitenza pubblica, la Chiesa estese il rito  a tutti i credenti  per ricordare il comune destino della  morte fisica.

Ma non tutti sanno che quelle Ceneri si devono ottenere  dai rami di olivo  benedetti la domenica  delle Palme dell’anno precedente. Ebbene, la mattina del Mercoledì il sacerdote, avvicinatosi all’altare, le benedice;  e dopo aver pregato,  e posto l’incenso  nel turibolo, le incensa tre volte. Poi un altro sacerdote imporrà le ceneri al celebrante; e se non vi è un secondo sacerdote, sarà lo stesso celebrante a imporsele  dopo essersi  inginocchiato.

Infine a capo scoperto inizierà a imporle  a tutti i fedeli dicendo in latino, là dove si usa ancora, la formula tradizionale: “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem  reverteris”, ovvero: “ricordati, uomo, che sei polvere  e in polvere ritornerai”.

Da quel momento, almeno una volta, quando i cattolici osservano  la Quaresima,  per tutta la sua durata c’era l’obbligo di  mangiar “di magro”: le carni erano bandite e regnava incontrastato il pesce. Nei paesi di mare non c’era alcun problema per reperirlo e neanche nelle zone ricche di fiumi  e laghi, come ad esempio il lago di Bolsena nel Lazio,  dove fra tanti altri tipi di pesce abbondano le quaresimali anguille: ma sono talmente grasse e saporite  che  furono per  un papa di fine  Duecento, Martino IV,   la causa della sua condanna per golosità.  

Fu  Dante a condannare il Pontefice, relegandolo nel Purgatori. Sul castigo il sommo poeta scrisse  questi celebri versi: “e purga per digiuno  l’anguille di Bolsena  e la vernaccia”. Papa Martino, impenitente goloso,  amava infatti, mangiarle affogate nella vernaccia e poi arrostite.

Ma dove  i pesci erano scarsi o inesistenti  bisognava accontentarsi di quelli che arrivavano dal nord dell’Europa, secchi o sotto sale, come i baccalà e le aringhe. Divennero persino l’attributo della Quaresima raffigurata nel Medioevo come una vecchia  magra e triste che teneva in mano  un pesce rinsecchito  e che verrà segata o bruciata alla fine del periodo quaresimale. Quella scarna figura ha ispirato   il  detto : “Pare una Quaresima”, riferito a una persona  tetra e grigia.  Mentre per definire  un impegno  che dura molto  si dice che è  “Lungo come la Quaresima”.  

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