Melodramma a Firenze

Don Giovanni mozartiano, libertino punito, sul libretto di Da Ponte

Tante le arie note anche al grande pubblico uno spartito pieno di lusinghe per gli spettatori

di Domenico Del Nero

Don Giovanni mozartiano, libertino punito, sul libretto di Da Ponte

E dopo la Walkiria, ancora di scena l’amore, anche se in una prospettiva del tutto diversa: debutta oggi (domenica 3 febbraio) sulle scene del Maggio Musicale Fiorentino (al teatro “vecchio”) uno dei massimi capolavori di “Amadeus”, il Don Giovanni.

“Quel Mozart, che alla nostra estetica manierata e disossata pare pura grazia e celestiale leggerezza, e i direttori d’orchestra propinano nel loro immutabile mezzoforte l’eterno sorrisetto sulle labbra, fu percepito, quando apparve, come una tempesta furiosa, un vortice dissolvente steccati e confini (…) Come accadrà con le tre versioni di Fidelio, dalla Entfuhrung al Don Giovanni a Così fan tutte, alla clemenza di Tito, alla Zauberflote  non è l’idioma che cambia: cambiano, perché si accelera il moto e si approfondisce lo scavo, il ritmo dell’azione e l’intensità umana dei coinvolgimenti.” [1]

Così  più di vent’anni fa il grande Piero Buscaroli  in una presentazione del capolavoro Mozartiano Don Giovanni ossia il dissoluto punito, che ha come protagonista un “giovane cavaliere estremamente licenzioso”. Ma il mito di Don Giovanni, esattamente come quello di Faust, appartiene alla storia letteraria e all’immaginario universali: egli è l’incarnazione del libertino che odia il mondo, l’ordine sociale, le leggi divine che gli pesano come un macigno  e in definitiva disprezza anche le donne anche se una inesorabile sete di conquista lo spinge a sedurle.

Nel 1625 fu Tirso de Molina con El burlador de Sevilla y convidado de piedra (l’ingannatore  di Siviglia e il convitato di Pietra) il primo a portare sulla scena il grande seduttore, mentre Molière vi si cimentava nel 1665.

Se il drammaturgo spagnolo descrisse per primo il fatale invito a cena con la statua che si trasformerà in un … aperitivo all’inferno, il grande autore francese con il personaggio del servo Sganarello  fornì il prototipo per il divertentissimo Leporello, fedele anche se non proprio entusiasta servitore e segretario galante del don Giovanni mozartiano.  Ma soprattutto l’opera di Molière creò uno scandalo incredibile, se si pensa che l’autore fu accusato di aver portato l’ateismo in teatro ed essersi preso gioco nientemeno che  del paradiso e dell’inferno: “L’estro libertino di Molière tenta di minare negli spiriti la fede con l’immoralità delle sue opere” . Ma il libertinismo non era tanto nell’autore quanto nel personaggio, il quale, come ricorda Sergio Givone, lo è nel senso materialista del termine:”

Libertinismo uguale materialismo. Libertinismo uguale riduzione della realtà al gioco di forze che la compongono. Perciò don Giovanni dichiara di non credere a spiriti, fantasmi, vita ultraterrena e così via. Suo unico articolo di fede (come lui stesso dice) è che “due più due fanno quattro e quattro più quattro fanno otto”. Questa regola vale sempre e comunque. A maggior ragione in amore. Dove si tratta di applicare alla fisiologia i principi del calcolo e della pura ragione, al fine di tener sotto controllo l’irrazionale e dominarlo perfettamente.”[2]

Il grande seduttore ebbe una notevole fortuna anche sul la scena musicale: Lorenzo da Ponte (1749-1838) librettista del capolavoro mozartiano, pensò a quel soggetto probabilmente perché proprio in quel periodo erano apparse tre opere sullo stesso tema di cui una, su libretto di Giovanni Bertati per la musica di Giuseppe Cazzaniga, presenta alcune analogie con quello che costruirà Da Ponte: quest’ultimo comprese la forza che c’era nelle scene del collega di cimiteri e cene che si alternano a momenti comici e ad altri intensamente drammatici.

Ma l’aspetto centrale in entrambi i libretti è la sfida all’autorità del personaggio, anche a prezzo dell’anima: un aristocratico spietato tipico, secondo la vulgata illuminista, dell’Ancien Regime.

Il collaboratore e librettista di Mozart presenta per certi aspetti qualche analogia con il suo personaggio: sebbene prete, fu un seduttore e un libertino, ebbe  una vita avventurosa che terminò nientemeno che a New York. Durante il regno di Giuseppe II fu poeta dei teatri imperiali. Fu tra l’atro amico di un grande  seduttore in carne e ossa, Giacomo Casanova, che pare lo abbia aiutato nella composizione del libretto del Don Giovanni. Quel che è certo è che Casanova era presente alla prima dell’opera, il 29 ottobre 1787 a Praga.

Quello che è stupefacente è che Mozart impiegò soli otto mesi a comporre la musica e si dice che l’ouverture sia stata scritta il giorno precedente la prima rappresentazione. Purtroppo sul procedere del lavoro siamo assai poco informati: solo qualche citazione in alcune delle lettere superstiti.

Opera buffa, dramma giocoso? Così dicono la locandina e il libretto originali. Qualche musicologo ha arricciato il naso accusando persino Mozart di errore, dimenticando che il sommo compositore se la rideva di regole pedantesche, steccati e rigidi confini tra generi. E in effetti, la musica di quest’opera passa dal ritmo  giocoso, alla dolcezza dell’effusione amorosa, al crudo orrore della morte. Già le battute iniziali della sinfonia suggeriscono l’idea della forza inesorabile e sovrumana che si oppone alla violenta passione del protagonista. L’ouverture non vuole né prefigurare l’azione né delineare il carattere del protagonista, ma presentare  il contrasto fra questi due principi opposti, nel cui conflitto sta la stessa essenza del dramma. E’ soprattutto nella scena del cimitero e nel finale (o meglio, nella scena che precede il concertato finale) che risalta l’elemento “demonico” del genio di Mozart, ma la partitura è ricca di melodie indimenticabili, da “là ci darem  la mano” al “batti batti bel Masetto” solo per fare un paio di esempi; per non parlare della forza quasi “dionisiaca” dell’aria  fin ch’han dal vino, vera esaltazione della forza vitale del protagonista.

Per evocare queste varie anime della partitura c’è sul podio fiorentino Zubin Mehta; una garanzia certo, ma anche una sfida, essendo Mehta più direttore “ottocentesco” che non settecentesco.  Il cinico libertino sarà impersonato da Alessandro  Luongo, che debutta nel ruolo; Leporello è Roberto de Candia, Paolo Fanale il fidanzato devoto (e noioso) Don Ottavio. Fra i ruoli femminili, Marina Comparato è Zerlina, Caitlin Hulcup la guastafeste donna Elvira.  Lorenzo Mariani ha firmato la regia (si tratta di un nuovo allestimento), costumi di Silvia Aymonino.

Prima stasera alle 20,30, repliche martedì e giovedì alle 20,30, domenica 10 febbraio ultima rappresentazione alle  15,30.



[1] Piero BUSCAROLI, “L’anno del Don Giovanni. Frammento di biografia ragionata” in Don Giovanni, stagione lirica 1988-1989, città di parma, teatro Regio, 1989, p. 11.

[2] Sergio GIVONE, Il gioco e dramma di Don Giovanni, dal programma di sala del Maggio Musicale Fiorentino, p. 98.

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