Editoriale

Ripartire dalla «cultura impegnata»

La politica ha fallito perché ha cercato il risultato immediato e materiale

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

a scomparsa di Pino Rauti si è trasformata – per chi ha voluto leggere la figura del politico-intellettuale senza schemi mentali e prevenzioni ideologiche – in un’utile  occasione di “ripensamento”,  non solo di tanti percorsi personali e di gruppo ma della stessa essenza di una tradizione politica e culturale, per anni sottovalutata e sopita.

Centrale in questo “ripensamento” l’idea stessa di cultura, coniugata con l’impegno politico, così come Rauti  aveva  metodologicamente espresso e come Gennaro Malgieri ha puntualizzato, evidenziando "la rivoluzione morale, civile e culturale, della quale il partito politico doveva essere lo strumento, fondata su una visione del mondo e della vita rigorosamente spirituale”.

Centrale,  in questa “visione”, il tema della cultura, tema complesso e spesso frainteso, anche “da destra”, tra eccessi organicistici e superficiali “sterilizzazioni”.

Lo stesso Rauti, presentando, nel 1973, la rivista “Civiltà”, scriveva: “Uno dei segni dell’ottusa acquiescenza di molti ambienti nostrani è l’accettare come ovvia l’identificazione di ‘impegnato’ con ‘uomo di sinistra’ o ‘intellettuale di sinistra’: quasi che non si possa essere ‘impegnati’ difendendo idee opposte, in questo caso essendolo anzi infinitamente di più perché un vero impegno può derivare soltanto dall’adesione a quei valori superiori, spirituali, la negazione dei quali caratterizza le attuali ideologie sovvertitrici. Da qui il concetto di uno schieramento, di un pensiero impegnato di Destra”.

Cambiano i tempi, si modificano i “contesti”, e tuttavia, alla prova dei fatti, è ancora necessario ripensare in termini “di valore”, se non di schieramento, una scelta che prima che politica deve essere, nella sostanza,  culturale. Da qui la necessità di sgombrare  il campo da ogni visione “neutralistica”  ovvero dall’idea di una cultura “subordinata” alla politica.

Intendiamoci: dire cultura significa dire molto e nulla nello stesso tempo. Essa è la coltivazione spirituale di sé , secondo l’antica etimologia ? E’ la razionalistica acquisizione degli elementi distintivi della personalità umana? E’ la conoscenza scientifica? E’ il segno dell’appartenenza, secondo la definizione che la vuole un insieme complesso, che comprende la conoscenza, la credenza, l’arte, la moralità, il diritto, il costume e le altre capacità acquisite dall’uomo come membro della società ?

Certo è che, in una realtà qual è l’attuale, la cultura appare come un segno di distinzione ed insieme di conoscenza e di appartenenza, capace di “informare” , di dare forma ad una società, di favorire l’identificazione dei cittadini e dunque l’integrazione.

La sfida “di valore” si gioca, molto concretamente, sulla  capacità-possibilità di dare voce e spazio ad alcune idee di fondo, misurandole con le domande del Paese reale, con la creatività italiana, con la dinamicità giovanile, con le sfide della globalizzazione, con l’urgenza di una “modernizzazione” non ideologica.  

Pensiamo all’idea di Patria, insieme alla ricchezza delle culture locali, al senso del Sacro, al valore del Bello. Consideriamo  questi elementi come i fattori costitutivi della nostra Storia, quella che ci parla agli angoli dei nostri borghi, dall’alto dei mille campanili, nelle piazze, nelle feste, nei riti dell’Italia profonda. E proviamo a mettere tutto questo patrimonio in confronto dialettico con la nostra realtà contemporanea: radicamento vs. spaesamento; pathos vs. disincanto; partecipazione vs. egoismo; comunità vs. burocrazia; sacro vs. materialismo; merito vs. egualitarismo; bellezza vs. degrado e così via. Vi troveremo più di un’ipotesi di lavoro, nel segno di un’idea di cultura, intorno alla quale avviare un confronto reale ed insieme una profonda opera di ricostruzione nazionale, che non può non farsi anche nuova consapevolezza politica. La sfida è aperta. 

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