Editoriale

Diritto di resistenza e recupero della moralità

Risposta a Luigi Filippi a proposito dell'articolo sul tradimento della destra

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

ispondo alla lettera inviata al direttore a proposito del mio articolo " La mia destra tradita".


Caro luigi, 

sono contento che il mio articolo su Totalità abbia suscitato il tuo interesse, al punto di indurti ad una risposta. In particolare, mi fa piacere aver ripreso un colloquio – sia pure in forma epistolare – che mi manca da tempo; oltretutto, senza rinnegare i piaceri conviviali, apprezzo che questo colloquio rivesta il carattere formale e ragionato che soltanto lo scritto può avere.

Quanto al merito della replica, sono d’accordo, in linea di massima, con i tuoi rilievi a proposito della società civile: è vero che in Italia si coltiva da sempre l’abitudine di delegare ai potenti perfino le responsabilità che toccherebbero a ciascuno di noi cittadini, ed è addirittura scontato che la classe politica è espressione della società civile, con i suoi pregi – oggi pochi… - e i suoi difetti.

Qui però, tanto per articolare e sfumare il discorso - e per spiegarmi con un argomento in più i motivi del distacco fra politici e cittadini - vorrei fare ricorso a quel “diritto di resistenza” teorizzato dai padri Gesuiti nel ‘500. E’ vero: il nucleo di quelle teorie verteva sul regicidio e le sue giustificazioni, per di più in forme di reggimento politico molto lontane dalle nostre; tuttavia è sotto gli occhi di tutti come il potere politico, oggi amplificato e potenziato dalle ramificazioni burocratiche e da una tecnologia invasiva, abbia moltiplicato la sua capacità di incidere sulla vita quotidiana dei cittadini, sollecitandone implicitamente risposte anche conflittuali.

Penso alla proliferazione di leggi, leggine, circolari applicative e così via, il cui scopo ultimo - essendo quella produzione normativa formulata in linguaggio incomprensibile e con un contenuto spesso contraddittorio - mi appare quello di tenere sotto ricatto il cittadino, in tutti i suoi ambiti di attività (proprietario, contribuente, lavoratore indipendente o autonomo, automobilista, coniuge, studente, insegnante, giornalista, malato terminale e così via). Teoricamente, essere in regola è quasi impossibile.

Da qui, a mio avviso, discendono alcune cattive abitudini, parte delle quali elenchi e giustamente disapprovi, nella tua lettera: del resto nessuno potrebbe dissentire. Il fenomeno non è nuovo e non è esclusivamente italiano (basti pensare a Thoreau, teorico della “disobbedienza civile”). Mi rendo conto che le illegalità minute da te lamentate non hanno la “nobiltà” di una consapevole, sistematica, finalizzata disobbedienza; certo, tu richiedi al cittadino un’attitudine che fu – su una materia “radicale”! – quella di Socrate, pronto a obbedire alla Legge, perfino di fronte ad una palese ingiustizia. Non è poco, e forse non è giusto; in alcuni casi, è addirittura la negazione della democrazia senza aggettivi. Quali strumenti restano infatti al cittadino, di fronte alle evidenti vessazioni o anche soltanto alle innegabili inefficienze della “macchina pubblica”? Sai bene che le difese “legali” sono state predisposte – da quella classe politica screditata che detiene il potere e incarna le Istituzioni - in modo da essere impraticabili (basterebbe pensare alle recenti modifiche in materia di notifica degli atti pubblici ed alle nuove, onerose condizioni apposte ai ricorsi amministrativi), per tacere delle norme usurarie che disciplinano i rapporti col braccio fiscale armato dello Stato (leggi: Equitalia).

Molti sarebbero gli esempi da addurre a sostegno di quel “diritto di resistenza” che invocavo prima, e non è certo questa la sede per farlo: nelle grandi questioni, penso alle storture del sistema giudiziario ed alla elefantiasi dell’apparato burocratico, ma anche alle notorie ingiustizie – deliberata sottovalutazione del merito – nel mondo dell’università o del giornalismo, e non solo (anche qui, rivolgersi a un “protettore” non sarà moralmente corretto, ma comprensibile sì); riguardo alle questioni “piccole” – ma capaci di uno stillicidio quotidiano – mi limito a ricordare la pubblica, generalizzata incapacità di gestire il traffico nelle metropoli, che mi porta quasi a giustificare se non l’indebito uso del contrassegno per invalidi, almeno le pur deprecabili soste in doppia fila…

Insomma, sono con te nell’auspicare un – ahimè, improbabile . – recupero di moralità, recupero che però passa, a parer mio, attraverso l’applicazione e il buon esempio di generazione in generazione. Tempo, ci vuole, e volontà, e cultura. Per ora, mi pare che la frattura fra rappresentanti e rappresentati, frutto anche di comportamenti legali e insieme immorali di chi ha il potere, sia la “naturale” risposta della società civile. Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, si diceva una volta. Cerchiamo di farcela.

A presto, caro Luigi.


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