Editoriale

La crisi economica ci affligge quella spirituale ci uccide

Oltre lo spread, il pil, il disavanzo c'è un vero grave deficit di spiritualità

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

ove cercare l’essenza della crisi contemporanea ? Al di là del  debordante avanzare delle statistiche, dei sondaggi, delle “analisi di mercato” che quotidianamente ci sommergono, ci permettiamo di suggerire un metro di giudizio inusuale: il “tasso di spiritualità”. 

L’idea ci viene  dall’allarme lanciato dal sito cattolico “Kreuz.net” che nell’edizione on line del 18 agosto evidenzia con preoccupazione come nei nuovi quartieri tedeschi non vi sia più posto per le chiese. Non sono proprio state pensate, né progettate, ed è come se fossero state estromesse dal tessuto urbano. E si cita in proposito un articolo del giornalista Dankwart Guratzsch, apparso nelle pagine di cultura del quotidiano “Die Welt”, in cui si fanno esempi concreti: a Stoccarda, dove è stata edificata una frazione di 12 mila abitanti. Senza chiesa. 

Ad Amburgo, un nuovo centro per altri 12 mila residenti. Senza chiesa. Anzi, qui per poter realizzare la nuova urbanizzazione, ne son state chiuse 19, probabilmente “d’intralcio”. Sparite. Il pretesto è l’assenza di richieste in tal senso. Nessuno le avrebbe mai reclamate, né pretese.

Eppure, dietro queste “assenze”, non è che la qualità della vita di certi agglomerati urbani sia migliorata. Anzi…

All’ordine del giorno delle moderne società occidentali, prima ancora degli spread in salita e dei tassi di occupazione in discesa, delle economie in affanno e dei giovani senza avvenire, c’è un diffuso malessere sociale, che si alimenta proprio di questa mancanza di senso e di religiosità.

A vincere, in un mondo senza campanili, è perciò l’esasperato individualismo, la scomparsa dell’idea stessa di bene comune, i particolarismi, l’anonimia urbana. 

Cala insomma il “tasso di spiritualità” ed aumenta lo spaesamento, con tutto ciò che comporta proprio in ragione della tenuta sociale, mentre avanza con  il “relativismo urbano”, corollario di quello etico, l’idea che, eliminati i campanili, la verità come possibilità del pensiero non esista, quindi è inutile cercarla ed ancor più informarsi ad essa. 

E’ una posizione filosofica che bene si sposa con lo spaesamento dell’uomo contemporaneo, offrendogli le giustificazioni intellettuali per tale spaesamento.

Su questa base non vale la pena ricercare o coltivare verità assolute, quanto piuttosto prendere coscienza che ogni conoscenza è condizionata da elementi di ordine sociale, culturale e politico. Ne consegue – secondo i relativisti – che ogni verità è il prodotto della cultura ricevuta. Spezzare la catena della tradizione, intesa come trasmissione di verità, è dunque possibile e necessario – secondo tale orientamento – per realizzare una piena liberazione dell’uomo.

Le conseguenze di tale “rottura”  poco interessano e ancora meno vengono valutate. Il fine è la liberazione, fine che si fa verità autosufficiente ed assoluta, contraddicendo la scelta di partenza, secondo cui la verità non esiste e non va cercata.

L’ultima spiaggia di questi “orientamenti” è la desertificazione spirituale, anche urbana, con il risultato di lasciare senza risposte un uomo che invece chiede identità, appartenenza, valori e simboli in cui riconoscersi.

Come scriveva Simone Weil (La prima radice) “il bisogno di avere radici è forse il più importante e il meno conosciuto dell’anima umana. Difficile definirlo. L’essere umano ha le sue radici nella concreta partecipazione, attiva e naturale all’esistenza di una comunità che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti dell’avvenire”.

Può una comunità vivere senza simboli, senza “certi tesori del passato”, che ne legittimano la stessa ragion d’essere spirituale ? Può ridursi un agglomerato urbano ad una mera funzione abitativa ?

E’ alzando il “tasso di  spiritualità” che nuove ragioni, più alte e mature, possono essere trovate al superamento della crisi. E’ spostando la sfida dai valori materiali a quelli immateriali, che possiamo prefigurare una società in grado di superare realmente la crisi contemporanea. Al “vitello d’oro” continuiamo a preferire il suono delle campane…


   





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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da PSICOLOGIA E SPIRITUALITA' il 15/09/2012 10:52:15

    SPIRITUALITA' NEL 2012 Tanti parlano di spiritualità in vari contesti: religiosi, esoterico-iniziatici e anche profani. Tuttavia anche chi non ne parla espressamente la pratica, senza per altro darne una definizione precisa. Infatti riesce difficile definire che cosa sia la spiritualità, mentre risulta più facile ricercarla e praticarla, spesso spontaneamente, soprattutto quando ci troviamo in situazioni di momentanea difficoltà. In tali vicissitudini sfavorevoli della vita, solitamente la persona si stacca dalle avversità materiali circostanti e rivolge dentro di sé le energie residue, alla ricerca di qualcosa di indefinito che possa rasserenarlo. È questo il momento della meditazione, per il credente della preghiera. Meditazione e preghiera, rituali e simboli, esperienza mistica ed estasi religiosa sono le modalità con le quali ci si stacca dal materiale contingente e – in un contesto senza tempo né spazio – partendo dalla propria interiorità ci si eleva verso l’alto (verso il Dio dei cattolici, l’Assoluto dei filosofi, il Grande Architetto degli “iniziati” o, semplicemente, verso un più prosaico stato di maggiore e più profonda consapevolezza interiore). In queste situazioni, se gli pscofisiologi collegassero la nostra mente ad elettroencefalografo, il tracciato EEG che ne deriverebbe sarebbe compatibile con onde cerebrali – individuate e denominate, nel 1929, dal dottor Berger “onde alfa” – oscillanti con una frequenza tra gli 8 ed i 10 cicli al secondo (Herz) e con una ampiezza di 100 microvolt, tipiche di un livello di vigilanza, solitamente, sperimentato da noi tutti tra la veglia ed il sonno. La modalità più diffusa per accedere alla spiritualità è, per religiosi e per i laici, la meditazione, le cui tecniche risalgono alla tradizione orientale di decine di secoli fa, quasi sempre inserite in un contesto religioso, comunque mistico-ritualistico, dove l’osservanza di un insieme di regole condivise rende la pratica spirituale più efficace ed efficiente. È una modalità di porsi in uno stato di coscienza particolare, solitamente tra la veglia ed il sonno, per elevarsi e tentare un contatto con ciò che non è visibile attraverso i nostri sensi e neppure esprimibile a parole. Con l’avvento del pensiero new age in occidente, parallelamente al diffondersi delle cosiddette medicine naturali o alternative, le tecniche di meditazione trovano qui particolare fortuna. Un gruppo di ricercatori della University of California di Los Angeles, sottoponendo a risonanza magnetica cerebrale persone dedite alla meditazione, indipendentemente dalla tecnica scelta per meditare hanno rilevato che con la meditazione aumentano le dimensioni della materia grigia, in particolare nelle aree dell’ippocampo, della corteccia orbito-frontale, del talamo e della parte inferiore del lobo temporale, tutte zone che hanno a che fare con la regolazione delle emozioni. Infatti, secondo la coordinatrice di tale ricerca, le persone abituate alla meditazione acquisiscono capacità di provare emozioni positive, sono più stabili emotivamente e raggiungono un grado di maggiore consapevolezza per i loro comportamenti, dunque sono meno stressate e hanno migliori capacità di difesa immunitaria. Inoltre la meditazione, secondo altri ricercatori internazionali, aiuta a contrastare sia il dolore sia manifestazioni ansiose e depressive. Non sembra tuttavia possibile individuare un modello teorico di base dal quale sviluppare le procedure di meditazione, in quanto si riscontra piuttosto un’origine prevalentemente empirica di metodiche impiegate per dirigere l’attenzione dei soggetto su un singolo oggetto, concetto, suono od esperienza, con l’eventuale impiego di movimenti fisici ripetitivi. Il focus dell’attenzione varia, infatti, secondo il contesto in cui si pratica la meditazione: dal simbolo della croce cristiana o altra simbologia sacra, a parole o suoni detti «mantra», alle posture dello Zen, agli esercizi yoga, alle danze e ai canti dello sciamanismo, tanto per citare alcuni dei più diffusi contesti meditativi. Paolo Zucconi, psicoterapeuta comportamentale a Udine liberamente tratto da: Paolo Zucconi, Il Manuale pratico del benessere, Edizioni Ipertesto, pag.164

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