Editoriale

Dal passato di contrapposizioni all'oggi condiviso (nella meschinità)

Al posto di ideologie diverse il quotidiano stillicidio comune di una crisi che uccide gli animi e non solo...

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

ono appena passati il 25 Aprile e il 1° Maggio, due date che, negli ultimi anni, avevano contrassegnato l’incapacità degli italiani di riconoscersi in un passato e, ancor meno, in un presente condivisi. Le cronache registravano polemiche aspre tra le parti politiche, in taluni casi si sfiorava lo scontro istituzionale.

Quest’anno, non fosse stato per l’ANPI – che ha tenuto lontana la Presidente Polverini dalla commemorazione dell’anniversario della Liberazione – della rituale contrapposizione pochi si sarebbero accorti. Del resto, da una delle ricorrenti indagini nel mondo della scuola, è emerso che pochi studenti sanno collocare correttamente il 25 Aprile nel quadro della storia nazionale. Quanto al 1° Maggio, pur in un periodo di tensioni sociali legate alla crisi del mondo del lavoro, se ne è ormai consolidata la celebrazione esorcistico-festaiola nel “concertone” della romana piazza San Giovanni, in un clima diverso e distante da ogni rivendicazione barricadiera.

Buon segno? Direi piuttosto: conferma che le divisioni, nella nostra società,  sono determinate da altre preoccupazioni, hanno altre cause scatenanti. Certo, esistono ancora le “tifoserie”, si rinnovano – più che altro nei media – gli atavici scontri fra “guelfi” e “ghibellini”: lo attesta, fra l’altro, il ricorrente tormentone toponomastico. Ogni tanto, infatti, qualcuno – ieri Galli della Loggia, oggi il sindaco Alemanno – mena scandalo per la sussistenza, nella Capitale, di una via dedicata a Lenin; così come qualcun altro fa il viso dell’armi, di fronte alla prospettiva di dedicare una strada – un vicolo, un giardino – a Giorgio Almirante.

In proposito, credo che la questione abbia soltanto due soluzioni alternative: o si concede l’onore di una targa stradale a tutti i personaggi – e gli eventi – che hanno comunque avuto un’influenza sulla storia e sulla vita di una Nazione, senza esercitare alcun vaglio di natura etico-politica; oppure si fa una cernita, sulla base del comune sentire in un dato momento storico, ben sapendo, però, che simili scelte andrebbero aggiornate, di pari passo con i mutamenti di quel “comune sentire”.

Oggi, si ha l’impressione che, nella sensibilità corrente e più diffusa, i temi scottanti, sui quali dividersi e contrapporsi, siano, ahimè, quelli di natura economica, quelli che mordono la carne viva di tutti noi, dalla disoccupazione alla tassazione sempre più esosa, dalla riforma delle pensioni al carovita, in una cornice di sfiducia crescente e trasversale verso la politica e le Istituzioni.

Sembrano appartenere ad un passato remoto perfino le diatribe sui limiti all’immigrazione e sui suoi pericoli, per tacere della querelle sulla sacralità della vita e, più in generale, sul testamento biologico e sull’ingegneria microcellulare. Tutt’al più, si va in piazza – o si deplora chi ci va – per scongiurare l’installazione di un termovalorizzatore o di una nuova discarica, o per sostenere i “No Tav”.

Che cosa sia la Resistenza, cosa abbiano rappresentato il 25 Luglio e l’8 Settembre, sembrano questioni riservate alla “politica politicante” o a quel che ne resta. E’ un bene? E’ un male? Anni fa, sui muri di Roma c’era una scritta che registrava un mutamento nella sensibilità e nei costumi collettivi: dalla lotta continua alla continua apatia.

Quel graffito si poteva leggere in termini di miglioramento complessivo, come uscita dalla guerra civile strisciante, dagli anni di piombo di cui, appunto, il movimento denominato “Lotta Continua” era stato protagonista; ma se ne poteva anche ricavare un’interpretazione sconsolata, come caduta collettiva in un torpore di cui non solo la vita civile e politica, ma anche i destini individuali non avrebbero certo tratto giovamento.

Oggi forse non corriamo questo rischio: piuttosto, l’imbarbarimento dei nostri anni sembra passare attraverso non già le contrapposizioni ideali, bensì quelle “elementari” - spesso pre-politiche - che vedono su fronti opposti padri e figli, ricchi e poveri, garantiti e non garantiti, occupati e non occupati, e via dividendo. Non apatia, dunque, ma meschinità, piccolo cabotaggio materialistico che, almeno da noi, fanno passare in secondo piano le grandi questioni di geopolitica, di pressione dei flussi migratori, di libertà religiosa. Ma le cose stanno proprio così? C’è da dubitarne, se ricordiamo che l’asse portante della democrazia e della stessa sovranità dei popoli poggia, e non può non poggiare, sull’autonomia economica dei cittadini, come singoli e come popolo; autonomia oggi così duramente messa a repentaglio – e non solo in Italia – da una crisi che viene da lontano.

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