Maggio Musicale Fiorentino

THE DEATH OF KLINGHOFFER: ll Maggio vince la scommessa. Grande successo di pubblico e di critica, non solo italiana

L'opera contemporanea di John Adams per la prima volta a Firenza inaugura l'88° Festival del Maggio. Regia di Luca Guadagnino che debutta in campo operistico

di Domenico Del Nero

THE DEATH OF KLINGHOFFER: ll Maggio vince la scommessa. Grande successo di pubblico e di critica, non solo italiana

Foto di Michele Monasta (Fonte: Ufficio Stampa MMF)

I wanted to die. Dopo queste ultime, disperate parole di Marylin Klinghoffer, il silenzio; e sul silenzio cala il sipario. E scoppia l’applauso.

Pubblico folto e appassionato, entusiasmo anche alla seconda recita di The Death of Klinghoffer di John Adams, l’opera che ha inaugurato l’88° festival del Maggio Musicale Fiorentino. Una scommessa che sembrava ardita anche per il soggetto, senza dubbio più che mai di attualità: l’opera si riferisce infatti al sequestro dell’Achille Lauro del 7 ottobre del 1985 ad opera di un commando di quattro terroristi del Fronte per la Liberazione della Palestina, conclusosi tragicamente con l’assassinio del cittadino ebreo americano Leo Klinghoffer, che era tra l’altro paralizzato su una carrozzella. [1] Curiosamente l’opera al suo apparire nel 1991 fu accusata di antisemitismo, mentre le contestazioni di questi giorni – compreso un volantinaggio fuori del teatro in occasione della prima – ne contestavano l’opportunità dati i recenti tragici eventi in Medio Oriente.

Per la verità, basterebbe leggere il bellissimo libretto di Alice Goodman per vedere che entrambe i rilievi sono quantomeno fuorvianti. “Ogni personaggio è un essere umano. Possono fare cose odiose, ma sono esseri umani (…) Manteniamo la nostra umanità riconoscendo l’umanità dell’altro” -   ha dichiarato la       Goodman in una intervista sul programma di sala.

E come ampiamente spiegato nell’articolo di presentazione a cui si rimanda, gli autori non vogliono “prendere posizione” ma presentare un dramma terribile del nostro tempo, scendendo nell’intimo dei personaggi senza per questo “sposarne” le posizioni.

Cosa è realmente quest’opera? Se prende le mosse da un fatto di cronaca, sicuramente è però molto lontana da qualsiasi intenzione “realistica”; si è parlato di “sacra rappresentazione”, oratorio ma la definizione che ci sembra più propria è forse “tragedia”, come del resto ammette la stessa Goodman:            “  è più vicina a una tragedia che a qualsiasi altra cosa”. Tragedia nel senso greco del termine, come opera d’arte totale, in cui concorrono poesia, musica, danza e con un significato tra il mistico e religioso. Autorizzano questa lettura anche la splendida regia di Luca Guadagnino e le fantastiche coreografie di Ella Rotschild, vero e proprio trait d’union della vicenda insieme al coro. 

Per il suo esordio al teatro d’opera, Guadagnino si è scelto un soggetto complesso a dir poco: anche perché, più che l’azione, contano i cori, i monologhi, la riflessione sull’interiorità. Bastano, a dimostrarlo, i due splendidi cori che fanno da prologo all’opera: esuli palestinesi ed esuli ebrei piangono entrambi le loro sventure e il loro itinerario di dolore. È il coro che esprime soprattutto la dimensione simbolica e mitica dell’opera, fitti di reminiscenze bibliche e coraniche, in squarci lirici di rara bellezza sia nel testo che della musica: la vicenda di Agar, il coro del deserto, del giorno e della notte. Guadagnino, che ha firmato anche le scene, riesce perfettamente ad armonizzare sia la dimensione simbolica, prevalente nel primo atto non per nulla definito più “oratoriale”, che quella della realtà.   Passerelle tra loro intrecciate rappresentano i ponti della nave, ma in alcuni momenti il palco si alza rappresentando interni di cabine e saloni, in una dimensione molto più realistica. I cambi di scena sono frequenti e quelle più efficace sono forse i grandi “vuoti”, con al centro il coro o il monologo di un personaggio e i ballerini; Il monologo di Mamoud nella volta notturna coperta di stelle o la luce azzurra del coro dell’Oceano. Rigorosamente assenti i video, di grande suggestione e bellezza le luci di Peter Van Praet.  Molto accurato anche il lavoro sui personaggi, che nel caso dei sequestratori oscillano spesso tra curda violenza e una sorta di fragilità interiore e senza “alleggerire” scene crude come la brutale esecuzione di Klinghoffer. Momenti realistici e momenti simbolici animati dalla danza e dai canti corali si alternano con una scansione perfetta: per essere un debutto, è già un capolavoro.

Per la parte musicale è d’obbligo questa volta iniziare dal coro. Il coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato da Lorenzo Fratini ha sostenuto la parte davvero onerosa che ha in quest’ opera con l’ormai consueta eccellenza, ieratico e solenne ma anche appassionato e dolente, come nei due stasimi iniziali.  Il direttore Lawrence Renes è un esperto di Adams e lo si sente senza ombra di dubbio nella perfetta padronanza di una partitura tanto complessa quanto affascinante, curando alla perfezione il rapporto fra golfo mistico e palcoscenico.  L’Orchestra del Maggio dà anche in questo contesto il meglio di sé, come sempre.  

Di ottimo livello anche il cast vocale. Opera “difficile” anche per i cantanti, in quanto in quest’opera non c’è un vero e proprio canto melodico, ma piuttosto un declamato in alcuni momenti vicino al “parlato” ma sempre sostenuto da un tappeto sonoro multiforme e cangiante. Laurent Naouri è un Leo Klinghoffer dignitoso e coraggioso con i sequestratori, dolce con la moglie e intenso nella Gymnopedie  in cui è il suo corpo senza vita a parlare. La Marilyn Klinghoffer del soprano Susan Bullock ha un  perfetto dominio della scena soprattutto nel disperato canto finale dopo aver appreso della morte del marito. Marina Comparato si muove brillantemente nel duplice ruolo della nonna svizzera e della signora austriaca. Daniel Okulich è un capitano dal fraseggio accurato e molto preso dal suo ruolo, come il primo ufficiale Andreas Mattersberger. Nel gruppo dei terroristi spicca il Mahmoud di Levent Bakirci, ma anche gli atri tre erano molto bene caratterizzati: Joshua Bloom nella parte di Rambo, Roy Cornelius Smith nella parte di Molqi e Marvic Monreal nel ruolo di Yazmir. Janetka Hosco dà voce al personaggio un po’ insolito della ballerina inglese, a cui è affidato un brano quasi da cabaret.

Ottimo il successo di pubblico con applausi particolarmente sentiti al coro e al direttore, ma anche critica italiana e straniera. The death of Klinghoffer è diventato infatti un evento culturale di livello internazionale. Ultima recita – da non perdere – Domenica 26 aprile alle ore 15.30

 



[1] Per la presentazione dello spettacolo cfr https://www.adhocnews.it/the-death-of-klinghoffer-di-john-adams-un-titolo-contemporaneo-per-linaugurazione-del-festival-del-maggio/ 

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da China balloon factory il 07/05/2026 11:02:42

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