Comitato direttivo
Giovanni F. Accolla, Franco Cardini, Domenico Del Nero, Giordano Bruno Guerri, Gennaro Malgieri, Gennaro Sangiuliano, Mirella Serri, Marcello Veneziani.
Michele MONASTA, Gianni Schicchi (prove)
Igor Stravinski e Giacomo Puccini insieme in un dittico prenatalizio per il Maggio Musicale Fiorentino: Mavra (1922) e Gianni Schicchi (1918). Due opere dunque contemporanee, entrambe classificate come “buffe” e basate sul tema della beffa, oltre che nobilitate dalle fonti letterarie: Puskin per la prima e Dante Alighieri per la seconda. I due autori, peraltro, erano amici e si stimavano anche se non mancavano le “stilettate” reciproche, come quando il compositore russo definì La Fanciulla del West “un’opera equestre straordinariamente attuale per la TV, con uno sceriffo e indiani di professione come quelli di Santa Fé”. Puccini da parte sua non fu da meno; sulla Sacre du Printems scrisse nel 1913 a Tito Ricordi da Parigi: “ Una cacofonia all’estremo. Curiosa però e fatta con un certo talento. Ma nell’insieme roba da matti.” I due musicisti comunque si studiavano con attenzione e proprio nello Schicchi si riconosce qualche traccia del musicista russo, nel ritmo “asciutto e graffiante alla Stravinski”, come scrive Alberto Cantù.
Un’ accoppiata dunque di grande interesse quella che propone il teatro fiorentino, con prima rappresentazione Domenica 15 dicembre (sala grande) alle ore 17 e repliche il 18 e 20 dicembre alle ore 20 e il 22 dicembre alle ore 15,30.
Il soprano Julia Muzychenko , che ha di recente cantato come Violetta al Maggio, interpreta sia il personaggio di Mavra nell’opera di Stravinski che quello di Lauretta nello Schicchi: “ I ruoli di Paraša in Mavra e di Lauretta in Gianni Schicchi, che interpreto in questo dittico, sono da un punto di vista molto simili ma anche, musicalmente parlando, molto diversi – dichiara il soprano - Paraša è una giovane innamorata dell’ussaro della vicenda ma, per lei, poter sviluppare questo amore è davvero complesso; vive ancora con sua madre e quindi, data la sua grande fermezza nel voler passare più tempo con il suo innamorato, decide di ‘trasformare’ quest’ussaro in una donna per poterlo far entrare in casa senza destare sospetti. La musica di Stravinskij in quest’opera è davvero particolare, troviamo elementi di belcanto ma anche riferimenti alla musica popolare russa oltre a tinte dissonanti e quasi grottesche. Nel Gianni Schicchi do invece voce a Lauretta che, come Paraša, è una giovane innamorata, e proprio come la protagonista di Mavra non ha paura nel fare di tutto per poter coronare questo amore. Oltre a questo è davvero emozionante poter interpretare qui l’aria celeberrima O mio babbino caro poiché canto di Firenze per Firenze; è davvero una sensazione unica”.
Altri interpreti dell’opera russa sono Kseniia Nikolaieva nella parte de La madre; Aleksandra Meteleva come La vicina e Iván Ayón Rivas, che torna sulle scene del Maggio dopo La traviata del luglio 2019, nella parte de L'ussaro.
Per Gianni Schicchi invece nella parte del protagonista della vicenda c’è Roberto De Candia, che torna al Maggio dopo il Falstaff del novembre 2014 diretto da Zubin Mehta; Valentina Pernozzoli è Zita; Iván Ayón Rivas interpreta Rinuccio; Yaozhou Hou è Gherardo e Gonzalo Godoy Sepúlveda è Betto di Signa. Chiudono il cast vocale Adriano Gramignicome Simone; Davide Sodini nel doppio ruolo di Maestro Spinelloccio/Messer Amantio Di Nicolao; Huigang Liu come Pinellino; Michele Gianquinto nella parte di Guccio e tre talenti dell’Accademia del Maggio: Nikoletta Hertsak come Nella; Yurii Strakhov nella parte di Marco e Aleksandra Meteleva in quella de La Ciesca.
Denis Krief, già regista della Rondine fiorentina del 2020, sottolinea così la particolarità di questo dittico: Accostare queste due opere è davvero una sfida interessante: da una parte abbiamo un’opera russa, nella quale serve un approccio che potremmo definire quasi ‘wagneriano’; dall’altra abbiamo quello che secondo me è quasi il primo esempio novecentesco di quella che è la commedia all’italiana che poi, pochi anni dopo, farà furore nel mondo del cinema. Mavra è un’opera di rara esecuzione e che invece non conoscevo: è una storia davvero buffa e carina, che trova come protagoniste una madre e una figlia – nobili ma rimaste con poco danaro – con quest’ultima che s’innamora di un Ussaro e decide, pertanto, di portarlo in casa facendolo travestire da cuoca. L’opera di Stravinskij è dal mio punto di vista un grande omaggio alla Russia di quel tempo, la Russia culturale di Aleksandr Puškin, di Michail Glinka e di Čajkovskij”. Krief cura anche scene, costumi e luci.
Sul podio del Maggio il maestro Francesco Lanzillotta, che ha dichiarato. ““Mavra è davvero un’opera particolare e non solo perché di rara esecuzione: segna infatti l’inizio del periodo che noi definiamo ‘neoclassico’ di Stravinskij ed è interessante notare come vi siano elementi e similitudini musicali utilizzati dal compositore qualche anno prima in Histoire du soldat. Penso per esempio a tutto l’andamento ritmico dei contrabbassi e dei violoncelli del primo numero che è esattamente identico al primo numero di Histoire du soldat appunto, ed è inoltre interessante come il belcanto – inteso come belcanto italiano – viene declinato all’interno di un’opera in cui esistono anche parti musicali riprese dalla musica popolare come il ragtime o il walzer. Tutti questi elementi vanno a comporre un lavoro molto variegato in cui resta comunque dominante l’elemento del numero chiuso, tipico dell’opera buffa italiana. Dunque l’approccio è quello di far sì che queste caratteristiche ‘colorate’ presenti nell’opera siano messe in risalto. Quello che è sempre affascinante quando si apre una partitura come Gianni Schicchi è innanzitutto la grande maestria che Puccini ha nell’esaltare situazioni diverse con lo stesso materiale musicale: penso al tema iniziale dell’opera che viene ‘traslato’ subito dopo in una situazione diversa: semplicemente cambiando il tempo e alcuni elementi armonici il tema assume subito un colore ed un significato diverso”.
MAVRA - Il progetto di Mavra, opera comica in un atto su libretto di Boris Kochno, nacque nel 1921 mentre Stravinskij si trovava a Londra per una ripresa de Le sacre du printemps. Il soggetto è tratto da una novella di Puškin intitolata La casetta di Kolomna, una storia semplice con un finale a sorpresa. La giovane Paraša, innamorata dell’ussaro Vasilij, escogita un piano per trascorrere più tempo con l’amato. Vista la necessità di trovare una nuova domestica dopo la morte della vecchia cuoca, Paraša traveste Vasilij da donna e lo presenta alla madre e alla vicina come la nuova cuoca di nome Mavra. Ma l’improbabile camuffamento ha breve durata perché l’ussaro in ambiti femminili viene sorpreso da madre e figlia nell’atto di radersi la barba. Lo svelamento della vera identità di Mavra provoca lo svenimento della madre e l’intervento sollecito della vicina; all’ussaro non resta che fuggire dalla finestra mentre Paraša grida disperata. Mavra debuttò a Parigi il 3 giugno 1922 senza però riscuotere il successo sperato. Stravinskij, nonostante le sollecitazioni di Djaghilev, si rifiutò modificare il finale ritenuto dall’amico troppo banale e immediato, difendendo le sue scelte e il valore di questa piccola opera a cui teneva particolarmente. Dedicò la partitura a Puškin, Glinka e Čajkovskij, un gesto che suonava come una provocazione per chi, a Parigi soprattutto, associava la musica russa solo al folklore. L’opera articolata in numeri chiusi - arie, duetti, quartetti - rimanda al modello del melodramma italiano. Anche la vocalità di impronta belcantistica si riallaccia alla tradizione, tuttavia Mavra è anche un’opera estremamente moderna in cui convivono materiali sonori variegati - spunti jazzistici, motivi russi e tzigani - e in cui si creano continui contrasti tra la linea vocale di stampo tradizionale e la scrittura orchestrale, caratterizzata da un andamento spesso meccanico e dalla predominanza di impasti timbrici aspri. Stravinskij scelse volutamente una compagine strumentale singolare, in cui gli strumenti a fiato sono in maggioranza rispetto agli archi, per ricreare in alcuni momenti le sonorità di una band piuttosto che di un’orchestra.
GIANNI SCHICCHI: S’apre la scena col morto in casa. \ Tutt’i parenti borbottan preci, \ viene quel Gianni-tabula rasa: \ fiorini d’oro diventan ceci. Così, con questi cinici e irriverenti versi Giacomo Puccini commentò la vicenda di Gianni Schicchi che il suo librettista, il mugellano Giovacchino Forzano (1883-1970), gli aveva ricavato nientemeno che da un passo dell’Inferno di Dante, o più precisamente dal commento dell’Anonimo Fiorentino del XIV secolo. Il capolavoro pucciniano, andato in scena il 14 dicembre 1918 al Metropolitan di New York, andava a formare insieme al corrusco, quasi “veristico” Tabarro e alla lirica e mistica Suor Angelica un nuovo, originalissimo esperimento del compositore lucchese: il Trittico, tre atti unici di soggetto diversissimo, il primo dei quali su libretto di Giuseppe Adami e gli altri due di Forzano. Gianni Schicchi era l’atto “comico”, con una colorazione particolarmente …. Mugellana; non solo per il librettista ma anche per i bozzetti della prima che furono di Galileo Chini.
Opera comica? Opera sarcastica, di un umorismo acre, “cattivo”, toscano, ebbe un successo e una popolarità ben superiore a quella delle due “sorelle”; ma non senza riserve da parte della critica. Leonardo Pinzauti, che pur ne apprezzava “l’uso geniale delle più raffinate risorse del linguaggio timbrico” ne lamenta “certo suo ‘fiorentinismo’ da strapaese (imputabile prima di tutto al libretto di Forzano), con inserti musicali, falsamente popolareschi, che di fatto rompono la preziosa unità stilistica dell’opera”. Viceversa Enzo Siciliano elogia (giustamente) il libretto, ma “Il gioco di marionette che è lo Schicchi, troppo magro e così avaro di più sostanziosi motivi, lascia freddi: fredda è la sua concezione”. Giudizi certamente discutibili e oggi non condivisi almeno nella maggior parte dei casi.
La trama parte per l’appunto d un episodio del XXX canto dell’Inferno di Dante (falsari);
Quel folletto è Gianni Schicchi, /e va rabbioso altrui così conciando (…)
per guadagnar la donna de la torma,/falsificare in sé Buoso Donati/testando e dando al testamento norma.
Notazione tanto scarna quanto efficace, che però viene chiarita e approfondita dal commento dell’Anonimo Fiorentino, che Forzano seguì abbastanza fedelmente, costruendo uno dei libretti più belli ed “efficaci” del primo Novecento (e non solo) inventando i personaggi dei parenti avidi e interessati (chi l’avrebbe mai detto che quando Buoso andava al cimitero, si sarebbe pianto per davvero! cantano sconsolati quando si scoprono diseredati) , mentre l’anonimo parla solo di un “figliolo”:
Firenze, Anno Domini 1299. I parenti del ricco Buoso Donati fingono ipocritamente di piangerne la dipartita (rappresentata dalle stesse prime battute dell’orchestra, a cui segue immediatamente il tema del” finto pianto”) ma in realtà sono interessati solo al testamento, soprattutto perché “dicono a Signa” che l’erede sia …. Un convento di frati (Se Buoso crepa, pei frati è manna; diranno pancia mia fatti capanna!) La ricerca del testamento rivela che le cose stanno davvero così ma il giovane Rinuccio propone di rivolgersi all’astuto Gianni Schicchi, padre di Lauretta di cui è innamorato. Questi, esponente della “gente nova” detesta i Donati che lo snobbano; ma convocato da Rinuccio si reca da loro con la figlia. I Donati, soprattutto Zita la Vecchia, lo accolgono con sdegno e lui li manderebbe volentieri al diavolo ma per l’intervento della figlia (con l’aria più celebre, O mio babbino caro) decide alla fine di aiutarli. L’ispirazione gli viene dalla visita del medico, il borioso e ridicolo maestro Spinelloccio; imitando la voce di Buoso gli fa credere che questi è vivo e che sta meglio. Ma se ha ingannato così facilmente il medico, potrà farlo anche con il notaio, e dettare dunque un nuovo testamento. E così accade, ma ….
La trama è sicuramente molto nota ma lasciamo a chi ignora il finale il piacere della sorpresa. Così come una sorpresa è questa partitura ricca di invenzioni e “novità” novecentesche, godibilissima nella sua complessità e nella sua … perfidia.
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