Editoriale

Alla scoperta della letteratura pakistana

Una piacevole sorpresa da una cultura poco nota ma di intensa bellezza

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

volte capita di sentirsi proiettati in una dimensione avulsa dalla realtà quotidiana: un paesaggio, un incontro, uno spettacolo, una lettura, una riflessione solitaria possono esercitare un misterioso potere di estraniamento, allontanandoci dalle miserie – quando non dagli orrori – della vita di tutti i giorni, specie di quella raccontata da giornali e televisioni. E’ quello che mi è capitato in occasione della Giornata della Letteratura pakistana, giunta alla sua terza edizione e promossa dall’ambasciatrice della Repubblica del Pakistan presso lo stato italiano, signora Tehmina Janjua, con il patrocinio di Roma Capitale.

Del Pakistan, in Italia, sappiamo poco: ci arrivano, di tanto in tanto, notizie d’agenzia, corrispondenze, réportages di questo o quell’inviato speciale, soprattutto in occasione di eventi bellici (sappiamo che in quello scenario di montagne aspre e desertiche operano “i signori della guerra”) o, purtroppo, di episodi di intolleranza nei confronti di cristiani o convertiti. Sappiamo poi che quel paese riveste un’importanza cruciale nella regione, pur nella criticità di certe sue posizioni (il conflitto carsico con l’India e talune ambiguità in occasione della lunga campagna “occidentale” contro il fondamentalismo talebano in Afganistan ne costituiscono due esempi).

Non molti, in effetti, hanno avuto, come me, l’opportunità di aprire alcune finestre con vista su quel paese così complesso e affascinante: dalla ormai remota frequentazione – ahimé, troppo breve – con Alessandro Bausani, islamista insigne e rimpianto, fino ad anni più recenti, quando, grazie all’opera di mia moglie, Patrizia Conte, Presidente del Ciscos, braccio operativo dell’UGL nel settore della cooperazione internazionale, che in Pakistan ha realizzato diversi progetti, da quelle finestre ho potuto scorgere, per interposta persona, brandelli di una realtà e di una cultura assai interessanti.

Grazie al credito così acquisito, veniamo regolarmente invitati in occasione delle manifestazioni periodicamente organizzate dall’Ambasciata pakistana: ne ricordo una, l’anno passato, ospitata dalla Farnesina e che aveva come oggetto la presentazione di un bellissimo volume sulle  chiese cristiane, in quelle contrade dall’esotismo aspro, ma non alieno, nel corso della sua storia,  dalla tolleranza nei confronti del diverso. Dicevo dell’estraniamento: come non sentirsi immersi in un mondo “separato”, caratterizzato dal misticismo, da un amore delicato, da una passione civile a sostegno dei più sfortunati, ascoltando canti d’amore sacro e profano ed assistendo a danze ammalianti?

Il viaggio attraverso la lingua urdu – che costituisce la “koiné” degli idiomi parlati in Pakistan e in buona parte del sub-continente indiano – è infatti un viaggio attraverso le sensibilità, il tempo, le differenze culturali fra gli autori prescelti nel ricco panorama letterario del paese. La felice peculiarità di questa rassegna? Avere alternato la lettura, ad opera della nostra attrice Monica Vallerini, di brani tratti dalle opere di Ameer Khusrau, poeta mistico e inventore del sitar, di Faiz Ahmad Faiz, di Fahmida Riaz, scrittrice sensibile alle tematiche femminili, di Shaikh Ayaz, esponente della cultura regionale sindhi, con le coreografie e le performance di Sheema Kermani e dei suoi allievi: una vera esaltazione della bellezza e della grazia, ispirate alle tradizioni della danza classica pakistana, ai suoi costumi sfavillanti di colori, alla musica sufi.

Proprio nel primo degli autori citati, Ameer Khusrau (1253-1325), padre del Qawwali, un genere di musica spirituale devozionale, è possibile cogliere gli echi del Cantico dei Cantici, ma soprattutto degli insegnamenti del grande mistico Rumi; così come nella danza seguita alla lettura di alcuni suoi versi, sono apparse evidenti le derivazioni dalle movenze dei dervisci “tourneurs”, dove ogni parte del corpo è armoniosamente rivolta verso l’Alto, in una costante aspirazione a stati di coscienza  via via purificati e più elevati.

Che un simile tesoro sapienziale si sia inabissato, per cedere il passo troppo spesso ad una realtà aliena dalla bellezza e dalla delicatezza, è non solo un peccato, ma anche una perdita per tutti i popoli.

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