Editoriale

In memoria di John McCain

Un uomo profondamente libero ed indipendente, che vedeva nell’appartenenza ad un partito solo il mezzo per un fine e non una gabbia.

Graziano Davoli

di Graziano Davoli

bisogna aver paura di cadere in un banale cordoglio di circostanza, affermando che John McCain è stato un vero gigante della politica americana. Un uomo profondamente libero ed indipendente, che vedeva nell’appartenenza ad un partito solo il mezzo per un fine e non una gabbia. Un uomo sinceramente innamorato della sua bandiera e della sua nazione e di tutto ciò che essa ha sempre rappresentato e in nome di questo amore, pronto a mettersi in gioco in prima persona.

Partecipò con convinzione alla guerra in Vietnam con il grado di capitano di corvetta. Qui, dopo alcune fortunate operazioni (tra cui l’abbattimento di due campi d’aviazione ad Haipong e ad Hanoi), nel 1967 il suo aereo (un A-4 Skyhawk) venne abbattuto dalla contraerea nordvietnamita, John si ruppe una spalla, entrambe le braccia ed una gamba e venne preso prigioniero. In prigione, i suoi aguzzini pretesero che egli confessasse i suoi presunti “crimini di guerra”. Lui rifiutò con decisione e così fece per cinque anni fino al 1972, quando oramai stremato decise di firmare la confessione. Non si sarebbe mai perdonato questo gesto: “Ho fallito, non sono stato abbastanza forte” avrebbe detto più tardi, stremato e ridotto ad un mucchio d’ossa.

McCain, figlio della sua terra e della tradizione del Partito Repubblicano, fu sempre fortemente interventista in politica estera. Infatti appoggiò sia l’intervento americano in Afghanistan e in Iraq. Nel farlo, però, mostrò un lato del tutto inedito. Innanzitutto, si mostrò sempre molto vicino ai soldati americani in missione all’estero, ponendo sempre l’accento sull’importanza della tutela della loro sicurezza personale. Quando il Congresso negò alle truppe di stanza Baghdad ulteriori supporti, egli disse “I leader democratici sorridevano e festeggiavano mentre gli ultimi voti venivano conteggiati. Che cosa celebravano? La sconfitta? La resa? In Iraq soltanto i nostri nemici stavano brindando”.

Di McCain la politica americana, non solo il Grand Old Party, ammirò sempre la classe, lo stile e la correttezza. Memorabile è il suo discorso di concessione, dopo le presidenziali del 2008 nelle quali (come candidato per il Partito Repubblicano) fu sconfitto da Barack Obama. Egli, in  mezzo alla disapprovazione di molti suoi sostenitori, si congratulò con l’ex senatore dell’Illinois, sottolineò il significato che la sua elezione costituiva per la comunità afro-americana e ringraziando sua moglie, il suo candidato a vice presidente Sarah Palin e tutti i suoi sostenitori, augurò buona fortuna all’allora neo presidente.

Questo suo amore per la bandiera a stelle e strisce, questa sua correttezza e senso della responsabilità, unite ad un forte senso della propria libertà e della propria indipendenza, lo misero spesso in contrasto con il suo stesso partito. Nonostante, come già detto, avesse supportato l’intervento militare in Iraq, si oppose sempre con fermezza agli abusi sui prigionieri di guerra da parte della CIA. Data la sua esperienza personale in Vietnam, fu sempre molto intransigente sull’argomento. Non solo, in vista delle ultime elezioni, prese nettamente posizione contro il tycoon newyorkese Donald Trump (attuale presidente degli Stati Uniti). Opposizione assai ragionevole, dal momento che Trump lo aveva infangato dicendo che un eroe di guerra non si fa catturare. Trump, che riuscì ad eludere l’arruolamento millantando dei problemi fisici che non aveva.

Va anche detto, per amor della verità, che verso la fine della sua vita McCain fece alcune scelte discutibili. Sul piano della politica estera, fu discutibile il suo appoggio all’Ucraina e a tutte le bande paramilitari (dal battaglione Azov a Pravy Sektor fino a Svoboda). Discutibile fu anche il suo appoggio, in Siria, ai finti “ribelli moderati” anti Assad.

Questa sua antipatia nei confronti di Donald Trump (assolutamente comprensibile, va ripetuto), è stata strumentalizzata dalla sinistra liberal e progressista, che in questi istanti vede i suoi rappresentanti accapigliarsi per il tributo commovente. Costoro dimenticano che McCain fu, aldilà di tutto, un Conservatore con la C maiuscola. Che la sua candidata alla vicepresidenza, nel 2008, fu Sarah Palin, una sostenitrice della libera circolazione delle armi da fuoco (contro la quale essi ci hanno a lungo tediato) e che alle presidenziali del 2008 McCain perse proprio contro il loro idolo Barack Obama. Ma tutto diventa relativo se la sua morte può essere, vergognosamente, strumentalizzabile in chiave anti Trump.

L’omaggio di chi scrive, invece, vuole essere una riflessione sincera e spassionata. Un piccolo medaglione personale, che cerca di non nascondere i meriti né gli sbagli. Un doveroso tributo a John McCain, un personaggio sicuramente complesso (com’è complessa la natura umana). Un autentico signore della politica americana. Uno dei volti simboli della guerra in Vietnam, dell’eroe di guerra, attaccato alla sua bandiera e ai valori che essa incarna. Riposi in pace!

 

Graziano Davoli

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