Conte rinuncia

Fine della democrazia: l'Italia commissariata dall'Europa e dai mercati ma lo spread sale e le borse calano

Il voto degli italiani annullato dalle decisioni del Colle su suggestioni estranee alla sovranità nazionale. E ora cosa succede?

di Giuseppe del Ninno

Fine della democrazia: l'Italia commissariata dall'Europa e dai mercati ma lo spread sale e le borse calano

La sequenza di eventi che ci hanno portato dall’esito elettorale del 4 marzo fino al conferimento dell’incarico di Presidente del Consiglio al prof. Cottarelli mette in evidenza alcuni dati di fatto.

Primo: nel corpo elettorale si è determinata una maggioranza trasversale critica verso l’Unione Europea così com’è attualmente realizzata. Si badi bene: praticamente nessuno, in Italia, contesta il principio dell’unificazione europea; vi è anzi un diffuso sentire che bisognerebbe fare un cammino ulteriore nella direzione di un’effettiva unificazione politica, che riconoscendo le comuni radici procedesse ad uniformare, ad esempio, politica estera, difesa e sicurezza, sistemi fiscali e ordinamenti giuridici, sotto l’egida di istituzioni responsabili di fronte agli elettori e dotate di poteri effettivi di guida del popolo europeo. Si è affermata, insomma, una generalizzata esigenza di cambiamento all’interno dell’Unione e nei rapporti con essa.

Questa maggioranza sembra essersi coagulata in un’alleanza inedita (tra Movimento Cinque Stelle e Lega) accomunata principalmente, in negativo, dalla critica nei confronti di un’élite sovranazionale e irresponsabile, composta da burocrati e investitori finanziari, da agenzie di rating e da politici subalterni a tali poteri; in positivo, questa inedita alleanza ha invece reclamato e reclama il recupero di quelle parti di sovranità nazionale formalmente e/o di fatto cedute a quello che Enzensberger definì “Il mostro buono di Bruxelles” .

Una simile scomposizione e ricomposizione del quadro politico nazionale, scompaginando i tranquillizzanti assetti della politica ormai superati, che vedevano contrapporsi una sinistra “riformista” e una destra “reazionaria/conservatrice” (i virgolettati vogliono esprimere una rispondenza sempre meno effettiva alla mutata realtà sociale, economica e culturale), non poteva non provocare una reazione da parte delle istituzioni messe in discussione dal volere popolare; reazione che non si è fatta attendere, dapprima con una serie di dichiarazioni di personaggi dell’establishment europeo, poi dalle prese di posizione dei media e della stampa a questi asserviti (non solo all’estero!). Per il momento, grande assente nel dibattito, il Moloch del mercato, le cui iniziative sono state e sono (e, temo, saranno) agitate come deterrente nei confronti del temuto “governo populista”.

Ora questa orchestrazione polemica ha assunto i toni e i caratteri del conflitto istituzionale, con il diniego del Presidente Mattarella nei riguardi del prof. Savona, proposto come Ministro dell’Economia dal Presidente incaricato Giuseppe Conte (ovviamente su indicazione del duo Di Maio-Salvini), il quale per questo diniego ha rimesso il mandato ricevuto. Qui non entriamo nel merito della correttezza costituzionale o meno del Presidente della Repubblica e dell’opportunità della sua messa in stato di accusa di fronte al Parlamento, preannunciata dal Movimento Cinque Stelle e da Fratelli d’Italia (quest’ultimo forse in fase di resipiscenza quanto al dilemma se aggregarsi all’(ex?) alleato Lega o restare con l’alleato Forza Italia, a sua volta sempre più spesso sulla stessa sponda del Partito Democratico).

Qui ci limitiamo a sottolineare come, di fronte alla deriva che in questi anni, sotto la ferrea guida dell’Unione egemonizzata dalla Germania, ha incontestabilmente deteriorato la vita di tanti europei e dei nostri connazionali in particolare, l’intervento del Presidente della Repubblica, con le motivazioni addotte, si collochi nel segno della continuità gradita appunto a “quella” Europa ostile. Non ci appassionano le discussioni sui possibili retroscena, sulla buona fede o la complicità di questo o di quell’attore della scena politica. Mi limito ad osservare come non sia con i (presunti) miglioramenti dei conti nell’ordine dello zero virgola per cento che si prospetta un avvenire dignitoso alle future generazioni (e nemmeno alle attuali!).

Da tempo sono convinto sostenitore della necessità di uno scossone alla mummificata politica europea ed italiana, e questo scossone può venire soltanto da quelli che, più o meno impropriamente, sono chiamati movimenti populisti, dalla Francia alla Grecia e all’Austria, dall’Italia ai paesi del patto di Visegrad. Gli episodi qui commentati segnano appena l’inizio di questa nuova fase, che fatalmente si svolgerà non solo nei Parlamenti e nelle urne, ma anche nelle piazze. E’ la rivolta dell’alto contro il basso, degli esclusi e degli emarginati contro le oligarchie di privilegiati, e non sarà un conflitto senza sofferenze e senza trappole, a partire da quelle che verranno tese sulla strada di coloro che vorranno modificare gli iniqui trattati dell’Unione.

Di passata, faremo notare come il decisionismo improvviso del Colle - che fa seguito ad analoghe impennate di altri storici inquilini del Quirinale – dovrebbe porre all’ordine del giorno l’esigenza di una profonda revisione della Costituzione in senso presidenzialista, per adeguarla alla mutata sensibilità vuoi degli attori politici, vuoi del popolo.

Con il possibile governo Cottarelli – che potrà solo essere “di minoranza” – o con altre formule escogitate dal Quirinale, verremo dunque traghettati verso nuove elezioni, con o senza una nuova legge elettorale. La speranza è che gli orientamenti prevalenti dei cittadini elettori non siano una volta di più disattesi, in ossequio ai diktat stranieri.

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