Editoriale

Il Nobel per la letteratura a Dylan è il risultato dei tempi negati alla poesia ma occorre continuare a scandalizzarsi

Botta e risposta fra Giuseppe del Ninno e Simonetta Bartolini

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

uore Dario Fo e, in contemporanea, viene assegnato il Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Tanto per aggiungere un dato personale, ho appena finito di seguire la riduzione televisiva – di ottima fattura, ma inevitabilmente lontanissima dall’originale cartaceo – di “Guerra e pace”, mentre sul mio comodino troneggia “Morte a credito”.
A cosa voglio alludere con questi accostamenti? Voglio adombrare una sottile critica a questo premio letteralmente sgangherato, vale a dire fuori dai gangheri di una tradizione che sembra superata? Voglio forse invadere il campo dei critici letterari? A quest’ultimo interrogativo rispondo subito di no: non ho titoli né ambizioni al riguardo; quanto alle allusioni, quasi tutti hanno capito che i criteri adottati dall’accademia di Svezia nelle assegnazioni dei premi Nobel per la letteratura sono ormai cambiati: quello meramente artistico ha via via ceduto il passo a quello geopolitico e poi semplicemente politico e oggi, chissà, al riconoscimento della capacità multimediale. Solo così si spiegano i riconoscimenti attribuiti ad Autori come Derek Walcott o Herta Müller e lo stesso Fo, e negati a scrittori come Ernst Jünger e Jorge Luis Borges, Michel Tournier e Marguerite Yourcenar, Céline e Georges Simenon ed Ezra Pound.
Con il Nobel a Bob Dylan e, ancor prima, con quello a Dario Fo, e stato fatto un passo avanti, in una direzione che non sappiamo dove potrà condurre. A questo punto, devo tornare sui miei passi – e alle mie attitudini – cercando di svolgere qualche considerazione sul significato di quelle scelte, per cercare di capire come cambiano l’immaginario collettivo, i gusti, le sensibilità dei nostri contemporanei.

In primo luogo, mi sento di poter affermare che sta tramontando l’epoca delle grandi architetture letterarie, dei grandi affreschi storici che richiedevano lo sforzo comune dell’Autore e del Lettore – di osservazione, creazione e cura dello stile per il primo, di concentrazione e interpretazione per il secondo - e si sta affermando, anche in questo campo, la tendenza alla rapidità, al “consumo” veloce: anche questa chiave di lettura spiega il successo di un Autore di canzoni, sia pure poetiche, ma che si sviluppano nell’arco di tre minuti di esecuzione e di ascolto. La sua unica opera in prosa nota in Italia, “Tarantula”, è una specie di mini-zibaldone che, di per sé, non avrebbe certo portato al Nobel. Del resto, in Italia c’è stata – c’è – una corrente di critici che ha sostenuto la candidatura di Fabrizio De Andrè prima e di Paolo Conte poi…

Ma c’è un altro argomento. Si sta passando dalla fase intimistica della lettura come esperienza individuale – il libro come “compagno di solitudine” - a quella della performance artistica multimediale, dove prevale il momento della fruizione collettiva; in qualche modo, si tratta di un ritorno all’antico, quando nelle corti ioniche e doriche prima, in quelle medievali poi, si esibivano aedi e menestrelli; solo che qui la performance è per lo più mediata (dischi, video etc…) ed è rivolta a un pubblico sempre più vasto. D’altra parte, non bisogna dimenticare la duttilità dello strumento poetico, che nei secoli è stato utilizzato per produrre corposi poemi e fulminanti rapsodie, e, in ogni caso, griglie interpretative degli umori, delle speranze, delle angosce e dei miti collettivi.

Il Nobel a Bob Dylan, allora, non deve scandalizzare e meno che mai suscitare reazioni “corporative” degli scrittori “veri”: la letteratura infatti non è solo racconto in prosa, ma è anche testo teatrale e componimento poetico, come attesta proprio l’albo d’oro dei Nobel. Certo, nei casi di Fo e dello stesso Dylan, vi è di più: strumenti e discipline che s’intrecciano, arricchendo, e in parte snaturando la funzione della parola, e questo senza voler ponderare il valore degli Autori in questione e delle loro opere. Senza contare che la via interdisciplinare potrebbe portare, domani, ad esiti ancor più sorprendenti, ampliando la platea dei contendenti, che so, agli sceneggiatori, ai vignettisti, agli autori di opere liriche.

Certo, stupisce che in lista di attesa vi siano scrittori come Philip Roth e Don De Lillo o che, in questo ampliamento di prospettive, non venga considerata la saggistica. Comunque, sarà il tempo a decretare la natura di “classico” per questo o quell’Autore, insignito o meno di premi o palmares. Il nostro auspicio, con cui chiudiamo questo breve intervento, è che non si perda il gusto della lettura, delle discussioni e della riflessione che induce ogni grande romanzo, strumento di comprensione di un’epoca – e qui torniamo a “Guerra e pace”… - molto più efficace di un saggio. Su questo piano, le famiglie hanno un ruolo fondamentale, non meno delle scuole e dei mass media. Che non si perdano allora la capacità di approfondimento e di lenta assimilazione e, pur nel pullulare di comunicazioni e di giochi elettronici, il contatto con la parola (magari su carta…).

Caro Giuseppe,

questa volta non sono d’accordo non te, non tanto nel merito quanto nelle conclusioni. È vero che i tempi sono cambiati, è vero che si è passati dalla lettura come esperienza individuale a qualcosa che con la lettura ha ben poco a che vedere, ma che punta sulla condivisione (peraltro di solitudini profonde ma nutrite di leggerezza ed evanescenza), ciò però non autorizza a scambiare le carte in tavola ad annullare i generi a confondere la poesia popolare di una canzone che pure può in certi casi di alcuni cantautori averne i tratti, con la poesia rivelatrice della bellezza, con la poesia filosofica, con quella epica ecc ecc.

Non nego che la poesia è ciò maggiormente si avvicina alla musica, e con essa può condividere un percorso di diffusione senza contaminazioni, ma al tempo occorrono poeti veri e musicisti veri.

Non basta l’impegno a favore degli oppressi, non basta la militanza civile a decretare l’alloro al poeta.

La giuria del Nobel come ha giustamente detto in un intervista Ernesto Ferrero da tempo non giudica in base al valore letterario, ma considera soprattutto lo schieramento politico (preferibilmente a sinistra) e quello sociale.

E allora mi scandalizzo, mi scandalizzo perché il Nobel dovrebbe essere il maggior riconoscimento letterario perché dovrebbe cercare di garantire la vita della letteratura e non decretarne la morte affinché risorga in altre forme che non nascono dall’improvvisa apparizione del genio, dell’artista con la A maiuscola, del rivoluzionario dotato di creatività originale, ma solo da un bravo cantautore preso fra quelli che vanno per la maggiore e che garantisce un tasso di politicamente corretto di alta gradazione.

Se smettiamo di scandalizzarci inutile sperare che la lettura continui a essere coltivata, che le famiglie, la scuola, o i mass media aiutino la capacità di approfondimento.

Caro Giuseppe, autorizzati dal pur fasullo comitato del Nobel ognuno dei soggetti nei quali tu riponi le speranze sostituirà una canzonetta (non in senso spregiativo) ad un malloppo come Guerra e pace. Velocità, velocità, velocità nessuno ha più tempo di leggere lunghi romanzi e soprattutto non ne ha più la voglia, perché leggere costa un po’ di fatica, richiede attenzione, pretende concentrazione e obbliga alla riflessione, tutta merce non più disponibile sul mercato della modernità.

So che hai ragione e che il mondo ha decretato la fine di ciò in cui credo e crediamo, ma quanto ad adeguarsi… io non ci sto.

Simonetta Bartolini

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    2 commenti per questo articolo

  • Inserito da Giuseppe il 17/10/2016 14:18:52

    Cara Simonetta, il nostro contraddittorio è solo apparente. In realtà, ci piacciono e ci dispiacciono le stesse cose: forse nel mio articolo è più evidente lo sforzo – lo sforzo! – di non prendere partito, di indossare le vesti dell’entomologo che osserva i movimenti delle farfalle, senza giudicarli. Semmai, nel finale mi lascio andare a timori e auspici, e ometto di aggiungere che, per quanto posso, non mi rassegno e combatto in difesa della letteratura e, in generale, della cultura della lentezza, dell’approfondimento, della fatica, della grande visione, e non solo del romanzo (forma espressiva che amo e coltivo anche da autore, ahimé senza fortuna). Gusti e disgusti comuni, dicevo: non amiamo di certo l’Accademia di Svezia, con i suoi codici ispirati al politicamente corretto, che hanno sbarrato le porte, fra gli altri, ad Autori come quelli da me elencati a titolo esemplificativo. Non mi convince, come non convince te, la via della letteratura che annega nel multimediale: mi limito a constatare che questa via è ormai battuta da tanti creativi e da un pubblico sempre più vasto. Condivido poi la tua visione della poesia, che amo e frequento: strumento di valorizzazione della Parola e della sua musicalità segreta, strumento che sa essere aristocratico e popolare e che, nei casi migliori, può essere letto e goduto a più livelli, come nell’esempio sommo della Commedia. E so bene che la musica popolare è altra cosa, anche quando accompagna versi non privi di una genuina forza poetica. Ancora: come te, non ho mai amato Fo, e non solo per la sua biografia – così “italiana” nel suo trasformismo e nel ribellismo coccolato dalle Istituzioni – ma per quella vena antireligiosa e plebea che non mi appartiene. Tornando alle fatiche e ai piaceri di una corretta lettura, l’educazione a sfogliare le pagine, specie dei classici, l’ho impartita prima ai figli e ora ai nipoti, con risultati alterni: le distrazioni e le lusinghe di quest’epoca sono tante, e vi intravedo addirittura mutazioni antropologiche nelle capacità e modalità di apprendimento (anche questo aspetto spiega, a mio avviso, le decisioni della citata Accademia). Quanto allo scandalizzarmi, alla mia età sono poche le cose che mi stupiscono e mi scandalizzano: lo sdegno, quello sì, mi fa ancora ribollire il sangue, ma non è certo il caso del Nobel a Bob Dylan, che venne usato, anche a sproposito, da legioni di distruttori – più o meno consapevoli – di un mondo basato sull’Ordine, sull’Autorità – in ogni ambito - sull’Onore, sul rispetto dei ruoli, sulla sensibilità per il Sacro (che non va confusa con la solidarietà), nel nome di una generica libertà, spesso intesa come anticamera del libertinaggio. A questa deriva bisogna opporsi, ma bisogna anche riconoscerla in tutte le sue manifestazioni. Come vedi, allora, cara Simonetta, combattiamo la stessa battaglia. Con stima e amicizia. Giuseppe Del Ninno

  • Inserito da Domenico del Nero il 16/10/2016 22:43:29

    Pienamente d'accordo con Simonetta Bartolini. Comtinuando di questo passo, perchè non dare il Nobel della letteratura al "migliore" creatore di SMS? Purché sia di sinistra, beninteso. Ricordo quello che mi disse un altro celebre "escluso" che ebbi l'onore di conoscere e di intervistare, il poeta Mario Luzi: Ormai il Nobel non serve più a nulla. Volpe e l'uva? Può darsi e certo anche Luzi era un personaggio "della parte giusta" e non era sicuramente nè Montale nè Ungaretti (altro grande escluso, "chissà perchè"). Ma rispetto a Fo e a Dylan (dog?) era sicuramente un gigante.

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