quando la tolleranza è complicità

Melito: una minorenne subisce per tre anni violenze tra l'indifferenza generale. Ma per qualcuno bisogna capire ....

Una vicenda incredibile, venuta alla luce in Calabria. Commenti e dichiarazioni che parlano da soli. Purtroppo.

di Domenico Del Nero

Melito: una minorenne subisce per tre anni violenze tra l'indifferenza generale. Ma per qualcuno bisogna capire ....

Da vergognarsi di essere italiani. Non c’è altro commento a un episodio che, per fortuna, ha  riscosso un certo sdegno almeno sul web, perché sulla stampa e sugli organi di informazione non ha certo avuto il rilievo che meriterebbe.  

Eppure, i semplici fatti nudi e crudi gridano veramente giustizia, se non addirittura vendetta. La storia di una ragazzina di 13 anni (oggi sedicenne) che nel paese di  Melito Porto Salvo in Calabria ha subito le sistematiche violenze di un branco di stupratori (otto o nove) di età tra i 18 e i 30 anni, tra l’indifferenza generale e persino l’acquiescenza della madre, è di quelle che al massimo si attribuirebbero a un pessimo romanzo noir.

E’ invece no, è la realtà. La vita quotidiana in un paese di una nazione giudicata tra le più “civili” al mondo, che ostenta con fierezza opere d’arte e vestigia di un passato glorioso ma che al presente riesce a fare soltanto schifo in quasi tutti i suoi aspetti, dalla vita di ogni giorno a quella politica;anzi, è proprio leggendo storie del genere che si comprendono tante, troppe cose.

Così, un paese di circa 14.000 anime (ma certa gente ha davvero un’anima? Difficile da credersi!) può davvero, con qualche rara e bemerita eccezione, ritenere “normale” una cosa di questo genere, rispondere con una delle affermazioni più barbare e assurde di questo mondo : se la è cercata, che potrebbe suonare benissimo nei volti barbuti e sbavanti degli scherani dell’Isis?  Perché, anche se si può deplorare a volte una eccessiva “disinvoltura” nel vestire, soprattutto in luoghi del tutto inidonei come una scuola  o altro posto più o meno  “istituzionale”, questo non può mai giustificare o anche solo attenuare un crimine bestiale come lo stupro.

Ma quando poi la vittima è una ragazzina di 13 anni, la cosa diventa semplicemente mostruosa. Ci si indigna, giustamente, per le abominevoli vignette di una rivistucola francese che non ha trovato di meglio che far satira sul sangue delle vittime del terremoto:  quanto accaduto a Melito è altrettanto se non più grave, ma a “scaldarsi” sono assai meno. Di sicuro, non gli abitanti di questo paese, almeno a leggere le notizie incredibili che emergono dal mare fin troppo magno (ma non in questo caso) della comunicazione.

Se l’è cercata!. Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione. Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata.  (…) Una che non sa stare al posto suo . Arriva in piazza il parroco Benvenuto Malara, va davanti alle telecamere: Purtroppo corre voce che questo non sia un caso isolato. C’è molta prostituzione in paese. “

Questi, secondo il quotidiano “La stampa” alcuni dei commenti correnti .[1]  Neppure il Verga dei Malavoglia avrebbe potuto immaginare qualcosa di più perfido e meschino, quando l’intera Aci Trezza o quasi dà addosso alla famiglia in disgrazia.  Colpisce in modo particolare il commento del parroco, il quale sembra collegare un reato di stupro nei confronti di una minorenne  con la “prostituzione” .  Questo stesso sacerdote, su quel periodico che chissà per quale motivo continua a chiamarsi Famiglia Cristiana, ha avuto il coraggio di dichiarare, in un articolo il cui titolo è già tutto un programma:   “Ho solo detto e ripeto che sembra che qui a Melito ci sia un giro di prostituzione anche minorile ma non ho elementi certi su questo”. Il religioso di dichiara “dispiaciuto” che, ovviamente per colpa della stampa, è sembrato che lui facesse un collegamento tra la prostituzione e lo stupro, ma se avesse un minimo di buon senso dovrebbe ammettere che la sua uscita è stata quantomeno del tutto inopportuna.  E non manca poi la dichiarazione in puro stile politically correct:

“noi adesso dobbiamo aiutare questa ragazza a recuperare la sua dignità ma al contempo non dobbiamo dimenticare che la chiesa è madre di tutti, dobbiamo cercare di far capire a questi ragazzi il male che hanno fatto, che è di una diabolicità tremenda, e aiutarli a ravvedersi, a cambiare vita.” [2]

Si potrebbe ricordare a questo egregio signore che le madri di un tempo sapevano anche dare punizioni dure e severe e che prima di parlare di ravvedimento non sarebbe male parlare anche di giustizia. Altrimenti, se mettiamo insieme tutte queste e altre dichiarazioni, arriviamo all’assurda conclusione che in fondo le vittime sono loro, gli stupratori: nove “bravi ragazzi” tutti italiani doc, uno di una famiglia collusa con la malavita ma altri “di buona famiglia” (ci  sarebbe anche il  fratello di un poliziotto, da cui avrebbe ricevuto il consiglio di una totale amnesia, di non ricordare nulla) che per ben tre anni hanno sistematicamente abusato di una minorenne. E che il primo pensiero verso individui do questa risma debba essere il “ravvedimento” fa venire sinceramente il voltastomaco: “Andavano a prenderla all’uscita della scuola media Corrado Alvaro, con la lettera V dell’insegna crollata. È sulla via principale, proprio di fronte alla caserma dei carabinieri. Caricavano la bambina in auto e andavano al cimitero vecchio, oppure al belvedere o sotto il ponte della fiumara. Più spesso in una casa sulla montagna a Pentidattilo, dove c’era il letto”  riporta la Stampa.   E bisogna pure avere istinto materno, nei confronti di simili esemplari?

Del resto, alla fiaccolata di solidarietà  organizzata qualche giorno fa  (11 settembre) l’affluenza  pare sia stata decisamente scarsa: quattrocento persone, molte delle quali arrivate da altri paesi. E il sindaco se la prende con i mezzi d’informazione: “ Certe ricostruzioni uscite sul servizio pubblico ci hanno offesi …”[3]

Intanto,ci sono voluti anni perché una creatura indifesa uscisse dall’inferno che le avevano creato, in cui aveva perso non solo la serenità ma anche la stima di se stessa. Uno stato d’animo sottovalutato persino dalla madre, che pure a quanto si dice era al corrente della vicenda: ma il clima di omertà aveva contagiato anche la famiglia. C’è chi tuttavia giustifica, o quantomeno cerca circostanze attenuanti per la madre:

 “Ora, si può simpatizzare o meno con la madre della ragazzina, ma una cosa è certa: per denunciare le violenze, dato il contesto, ci sarebbe voluta una certa dose di eroismo. E quest'ultimo (inutile citare Brecht: "sventurata la terra che ha bisogno di eroi") non rientra dei doveri richiesti al cittadino, nemmeno in quelli di una madre per la quale l'istinto di protezione nei confronti della figlia dovrebbe superare quello di sopravvivenza” [4]

Se è per questo, si può anche citare Manzoni e il famigerato Don Abbondio che diceva, appunto, che uno il coraggio non se lo può dare. Si può, anzi senz’altro si deve puntare il dito anche sulle gravi carenze  delle istituzioni;  ma se si arriva a dire che in definitiva è comprensibile che una madre non abbia il coraggio di denunciare una serie di ripetute e bestiali violenze sulla figlia minorenne, vuol dire che davvero si è raggiunto il fondo del barile; anzi che proprio il barile non esiste più.

E ancora una volta, le anime belle pronte a stracciarsi le vesti per ogni occasione “politicamente corretta” brillano per il loro silenzio. Una ragazzina di 13 anni è stata lasciata sola, dalla famiglia, dal suo contesto sociale, dalla Chiesa, dalle istituzioni. Ma tutto questo, nell’Italia di oggi, è in definitiva quasi “normale”.

Chi ha una figlia di quell’età o giù di lì la guardi negli occhi: vedrà quella luce, quella bellezza che è prerogativa unica di questo momento della vita.  Provi a pensare che a una ragazzina come questa è stata tolta questa luce, questa bellezza offuscata e strappata via con la forza.  

C’è qualche giustificazione che tenga, per un delitto del genere?

 

 

 

 

 



[3] Fonte: www la stampa….cit.  

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