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Drieu la Rochelle, ovvero la fedeltà alla giovinezza

È uscita per l'editore Bietti l'auto biografica del grande scrittore francese

di Giovanni Sessa

Drieu la Rochelle, ovvero la fedeltà alla giovinezza

Mi accingo a parlarvi di un libro che, pur non essendo unico nel suo genere, certamente per la freschezza delle atmosfere che riesce a ricostruire, è un testo raro. Mi riferisco all’autobiografia   dello scrittore collaborazionista, e per questo destinato alla damnatio memoriae, Drieu La Rochelle. Il volume comparve in prima edizione italiana per Longanesi nellanno mirabile 1968, con un sottotitolo significativo, Le memorie di un fascista che finì suicida. Nelle piazze i giovani manifestanti inneggiavano alla “fantasia al potere” in nome della liberazione dell’umanità, mentre in realtà si entrava, dismessi gli abiti clawneschi ma non festivi della contestazione, in una fase storica nella quale la decadenza avrebbe steso definitivamente le sue ombre sull’Europa. La lettura delle pagine di Stato civile di Drieu avrebbe potuto rappresentare davvero un antidoto salvifico, in termini di contenuto e bellezza, nei confronti della nascente religione (alla quale siamo tuttora assoggettati) della mercificazione universale. Il libro ricompare oggi, in un momento di crisi moraledevastante, per la meritoria iniziativa dell’editore Bietti (per ordini: 02/29528929, euro 14,00).

  La Rochelle lo scrisse a ventotto anni, ancor giovane, non per liberarsi, come altri faranno, dai  demoni dell’infanzia e dai turbamenti dell’adolescenza ma, al contrario, per conservare intatto il nitore dell’origine, la sua freschezza dirompente. Una sorta di prova iniziatica, di superamento della soglia per conquistare l’accesso alla maturità, di vita e di scrittura. Il risultato perseguito è stato certamente raggiunto sotto il profilo linguistico e narrativo: Drieu mostra, non ancora trentenne, una rara capacità descrittiva, fa vivere sulla carta, in toni ora realistici, ora carichi di lirismo o di introspezione, il bambino che fu o l’adolescente d’alloraSotto il profilo contenutistico Stato civileè una sorta di concentrato di motivi che animeranno, anche in termini drammatici, la maturità dello scrittore: ricerca dautenticità attraverso il rischio fisico, scelte politiche ed esistenziali radicalilealtà nei confronti di se stessi, disprezzo del senso comune e delle convenzioni, tratto profetico. Come rileva persuasivamente Stenio Solinas nel saggio introduttivo, lo scritto può esser definito “la biografia di un io che non sopporta altri biografi se non se stesso (p.17). La Rochelle riconobbe a sé stesso il diritto di vivere fino in fondo, di abbeverarsi alle fonti sacre della vita, ma anche di morire per libera scelta

  Nel raccontarsi, lo scrittore presenta le condizioni miserevoli del suo e del nostro tempo, il senso,neppure troppo recondito, delle pagine che analizziamo è da individuarsi in un vero e proprio venire ai ferri corti con la decadenza, che lo scrittore esperì innanzitutto dentro di sè nel suo corpo “La mia speranza vanitosa di rivolta, di evasione e di vittoria abortiva ogni mattina nel tepore del mio letto. Il mio giovane corpo promesso alla gloria e alla forza si illanguidiva” (pp. 11-12). Il languore provato dell’adolescente si fa segno tangibile dell’epoca e stigma di un’intera generazione, quella che nel 1921, anno della pubblicazione del libro, aveva in Europa (ci piace pensare a La Rochelle quale scrittore europeo, non solo francese) tra i venti e i quarant’anni. Ad essa si rivolge con speranza nel nome della possibilità di un Nuovo Inizio esistenziale, politico, umano, che vide incarnato nel socialismo fascista, convinto che “…l’uomo ha la facoltà di risorgere, come un dio” (p. 12). Ai suoi lettori propone un’etica e un’estetica sintonizzate l’una sull’altra, come nel mondo classico, fondate su comportamenti atti a riattivare il valore, andato perduto, di una storia plurisecolare, francese ed europea. A questa norma si era attenuto sui campi di battaglia della prima guerra mondiale. Dall’esperienza bellica aveva tratto un insegnamento essenziale inerente la prossimità di azione e contemplazione “La vera contemplazione e l’azione vera si raggiungono: l’una e l’altra disprezzano le prese di posizioni momentanee e le asserzioni frammentarie” (p. 15). E pertanto solo su di esse si doveva far conto quali contravveleni della decadenza: da qui la volontà di saldare, nel proprio percorso esistenziale, sangue e inchiostro, azione politica e letteratura.

  Drieu, non casualmente di certo, ricorda di aver conosciuto prima Napoleone della Francia, e, in quanto simbolo dello spirito eroico, di averlo amato sopra ogni cosa fin dalla più tenera infanzia. Il suo ideale guerriero si sarebbe infranto contro la guerra moderna a Verdun, guerra di materiali che gli mostrò come la morte violenta, sempre in agguato, fosse la “base della civiltà”. Le elucubrazionidi bambino e di adolescente sul mondo e la vita erano in lui accompagnate da voraci letture, dalle quali cercava di trarre ciò che poteva occorrergli per dare forma e consistenza alla realtà, al suo mondo infantile. In esso, racconta, ben presto fece irruzione la sofferenza, il dolore, dal quale cercava di ritrarsi e che, in alcuni casi, invece provocò. Emblematica la vicenda, narrata con dovizia di particolari, della gallina Bigarette, alla quale lo legava l’affetto intenso che solo i bambini possono provare per gli animali domestici. Un giorno scoprì piacere nel torturala a morte, così scoprì l’isolamento “…smarrito e superbo dell’assassino” (p. 10). Presto conobbe l’intromissione nella vita intima dei genitori, dei parenti e, successivamente, con la scuola, il distacco dalla figura materna, amatissima, e da quella paterna, assai temuta. Drieu tratteggia magistralmente un percorso della e nella memoria personale soffermandosi sui luoghi in cui visse, sulle abitazioni, sui giardini, sui paesaggi che lo colpirono e che egli animò allora con il gioco o la riflessione. Dice dei rapporti con i coetanei, grazie ai quali scoprì di imporre rispetto ma, nel medesimo tempo, di essere vocato, in qualche modo, all’inconclusività. Tale tratto caratteriale ebbe un’evoluzione imprevista, l’idea di decadenza assunse allora le sembianze della ben più radicale dissoluzione.

  Ora, mentre nelle pagine di Stato civile, prova di “biografia prematura”, non vi è alcun elogio del suicidio, in opere più tarde La Rochelle riferirà che, fin da ragazzo, aveva meditato sulla sua possibilità. Perciò, ha colto nel segno Solinas nel sostenere che l’ubi consistam del francese debba essere rintracciato nella sua inafferrabilità, nel suo essere altrove rispetto alle idee degli altri e a quelle del suo tempo. Come egli stesso ricordava “I miei amici e i miei nemici hanno sempre trovato in me qualcuno pronto a tradirmi” (p. 18), ma siamo certi, dalla lettura delle pagine che abbiamo presentato, che Drieu non venne mai meno ad un giuramento della sua infanzia “Da ragazzo ho giurato a me stesso di restare fedele alla mia giovinezza”. C’è riuscito, è cosa preziosa e rara. L’Europa sempre più vecchia, improduttiva e misera, ha nella giovinezza spirituale di La Rochelle il proprio doppio.

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