Sì viaggiare

La montagna del Tirolo dove i silenzi incantano

Si chiamava Terra fra i monti e racchiude il fascino delle favole antiche

di Lorenzo Di Chiara

La montagna del Tirolo dove i silenzi incantano

Per chi abbia l’abitudine di frequentare l’alta montagna, il Tirolo o, secondo una antica designazione, la «Terra fra i Monti» (Land im Gebirge), non potrà non costituire una meta privilegiata e, in fondo, imprescindibile. Malgrado l’insorgere sempre più febbrile di elementi civilizzati propri al mondo metropolitano delle masse, questi luoghi riescono ad attestare tuttora, per via di un misterioso potere, una loro inviolabilità, una sorta di virtù immutabile grazie alla quale la corrente non giunge a travolgerli. Qui, frammenti di una vita più eminente, indomabile, senza confini non hanno cessato di permanere, e vanno ad animare un mondo al di fuori del quale si agita perlopiù una vita spenta, larvale. Così, per qualcuno, a cui vorremmo raccomandare di non darsi troppa cura delle frivolezze dell’uomo moderno, questa montagna potrà valer quale emblema di una via regia, grazie alla quale le difese non hanno ancor ceduto e le cittadelle ancora abdicato: il sentiero aperto lungo cui tutta una tradizione e uno spirito mantengono viva, nell’epoca della dissoluzione, la loro fiamma.

È fuor di dubbio che occorra una speciale sensibilità per prenderne coscienza, ma in dati casi è sufficiente l’accesso alla regione per avvertire che qui si è varcato un mondo, che si è andati di là dalla soglia dell’ordinario, che si è rasentato un limite di prodigiosità che ogni degradazione e ogni abbrutimento non potrebbero ledere sino in fondo. È un oscuro presagio il quale tuttavia, lentamente, assume le forme di un risveglio.

Ci si può riferire, soprattutto, al quadro presentato dal paesaggio. Nell’ora antimeridiana, ove in questione sia la vetta, esso è di norma il quadro offerto da tutto ciò che è l’elementare, definito però in una forza assoluta, lucente. Tutto è rivestito di radianza, chiarezza, denudata solarità. Noi vediamo qui l’enigma dell’Alpe formularsi secondo un rigore estremo, uno stile, secondo l’inequivocabilità promanante dalla roccia. Né l’intervento umano, la copertura avviata dalla mano profana impediscono di cogliere come un potere dall’alto, raggelato nei molteplici volti di una natura vergine e non ostacolata. Il ghiaccio, la diafana luminosità, i torrenti, i vasti spazi della valle coronati dalle cime gelate a guisa di cattedrali gotiche, ne ritraggono visibilmente gli archetipi eterni.  

Del pari, in un’armonia composta, in un grandioso protendersi fra l’umano e l’oltreumano, il Tirolo riferisce ancora tracce di una spiritualità vissuta secondo una particolare predisposizione. Lungi dall’arrestarsi al mero sfondo devozionale, la religiosità estende i propri confini, sembra ora compenetrarsi di un’aura di cosmicità. Ciò dà luogo a singolari fenomeni. Di là da tutto un insieme di credenze concernenti i cosiddetti “spiriti della foresta”, anche se in genere non si tratta che di vestigia, di chiuse sopravvivenze d’una primordiale grandezza, nondimeno l’impressione arrecata dalla vista di austere cappelle votive, aspramente scavate nell’abete e sorgenti in ogni dove, non importa se ai bordi del sentiero o vicino alla fonte, tale impressione possiede un suo lato suggestivo. Talvolta, scarse parole centrate nel solo insegnamento di liberazione, vanno ad associarsi, monde da pathos, ad un sobrio crocefisso cinto da qualche raro fiore alpestre. E non vi è dell’audacia, nell’affermare che, qualora vi si configga un animo deterso, tali figurazioni, concepite in uno spirito assai distante da tutto quanto è religione plebea secolarizzata, possano in qualche modo guidare ad una trascendenza, sino al dischiudimento della stessa dimensione del simbolo suscitatore e della folgorazione. In via normale, qui si parla di “folklore”: ciò è giusto, ma mai va dimenticato il rilievo fatto dal Guénon, che tutto ciò che di solito finisce in folklore non è in realtà che il frutto di un retaggio degenerato, non è che l’inferiore prolungamento di tradizioni ben più antiche, a cui un organico corpo di dottrine e di simboli già conferì in tempi diversi, dall’alto di élites d’iniziati, un senso superiore.      

Senz’altro rimane impregiudicata la base atta a propiziare le accennate aperture della coscienza. Non può esser, tale base, né quella del turista né ancor meno quella di chi si impegni nel semplice sport, ovvero salga in montagna per “divertirsi”. A fondare il punto di discrimine, sta invece l’insegnamento che dall’alpe è possibile ricavare servendosene piuttosto come di una scuola che abitua al silenzio, al distacco, allineando l’azione ad un equilibrato sentire, sgombro da febbri; ma pure accostandola quale luogo ove assai più che la vicinanza, il calore o le manifestazioni di una più o meno confusa obliquità interiore, dovrebbero esser una sorta di nietzschiana Liebe der Ferne, un amore per le gerarchie e le giuste distanze a far da linea direttrice: attitudini, di massima, ignorate da chiunque abbia familiarità col solo clima cittadino o trovi la propria patria nel caos degli ambienti costieri: laggiù, ove furoreggia il collettivo. 

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