Anniversario

Yukio Mishima 45 anni fa fece seppuku per protestare contro le devastazioni della modernità. E non aveva ancora visto niente

Grandissimo scrittore, legato alla cultura occidentale, ma fedele a quella nipponica fino a sacrificarle la vita

di Gennaro  Malgieri

Yukio Mishima 45 anni fa fece seppuku per protestare contro le devastazioni della modernità. E non aveva ancora visto niente

Alcuni scrittori nascono «postumi». È il caso di Yukio Mishima. Con il passare del tempo la comprensione della sua opera e la sua fama sono cresciute a dismisura. Quasi tutti i suoi quarantasei volumi sono stati tradotti in Occidente e in particolare in Italia, oltre a numerose sillogi.

Nel rileggere oggi, a quarantacinque anni dalla sua morte volontaria, il saggio di Christopher Ross, La spada di Mishima , che ricostruisce attraverso un personalissimo e originale viaggio nel Giappone moderno, la vicenda dello scrittore legata alla perdita della spada che utilizzò per il suo gesto estremo, si capisce come e perché il “mito” di Mishima  si è ingigantito con il passare del tempo: il bisogno di verità quale può essere soddisfatto soltanto dalla creazione letteraria che si fa azione e stile di vita.

Sullo sfondo, naturalmente, resta il suo ultimo atto, compiuto il 25 novembre 1970,  un “capolavoro” esistenziale e perfino politico che se all’epoca generò perplessità quando non repulsione, è andato via via assumendo una dimensione estetica ed etica. Lo spettacolare seppuku al Quartier generale dell’Agenzia di Difesa con il quale intese richiamare l’attenzione sulle devastazioni che la modernità produceva sul suo paese, fu il dirompente segnale di ribellione alla decadenza del Giappone nel nome della Tradizione.

Maria Teresa Orsi, nell’introduzione al volume dei Meridiani, afferma, infatti, senza imbarazzo che Mishima «rappresenta la tradizione giapponese più autentica». Ma nello stesso tempo riconosce che è anche lo scrittore più visionario ed all’avanguardia  del suo paese che, tra l’altro, prima che apparisse la stella di Oe Kenzaburo, ha saputo conciliare la sua anima orientale con l’assimilazione della cultura occidentale, «fino a farne parte integrante del proprio messaggio poetico». Un paradosso apparente.

In realtà l’innato senso della bellezza, che lo scrittore coltivò fin dalla più tenera età, gli fece scoprire che l’analogo sentimento era il fondamento della cultura classica occidentale, soprattutto greca. Ed è per questo che Mishima può, verosimilmente, essere considerato scrittore di due mondi, interprete di una tradizione universale, il cui stile può essere compreso anche dagli europei dai quali ha imparato molto, soprattutto «frequentando» D’Annunzio e Huysmans, Dostoevskij e Mann, Wilde e Baudelaire, ma anche Raymond Radiguet e Friedrich Nietzsche. «L’Occidente - ha notato la Orsi - peraltro è un richiamo immediato, che impone di confrontarsi con esso, di scandagliare fin dove esista la possibilità di dialogo e forse di intesa». I romanzi confermano questa considerazione. E, stilisticamente, sono appunto per questo alcuni ritenuti «scandalosi », in quanto innovatori di una tradizione letteraria che fino all’apparire di Mishima sulla scena aveva avuto come punti di riferimento Junikiro Tanizaki e Yasunari Kawabata. 

L’altro «scandalo» fu, come s’è detto, la sua morte a quarantacinque anni, un’età di semina per gli altri, per lui il tempo del raccolto più maturo e paradossalmente più amaro: aveva già fatto tutto, non gli restava che il capolavoro e lo trovò in una fine consapevole, atto d’amore per il suo paese e di coerenza estrema con quanto aveva sostenuto in tutti i suoi scritti. Non a caso, prima di togliersi la vita, quella stessa mattina, inviò al suo editore l’ultima parte della tetralogia del Mare della fertilità: più che un ordinario romanzo, un testamento. In essa  lo scrittore coglieva nella società nipponica, per quanto devastata, elementi di una possibile restaurazione culturale e spirituale. I quattro romanzi del ciclo  sottendono la nozione di reincarnazione. Ma è nel secondo volume, Cavalli in fuga, che Mishima esprime con metafore assai efficaci e in uno stile scintillante le sue idee politiche e religiose ponendole ancora una volta sullo sfondo dei violenti contrasti che caratterizzarono il Giappone negli anni Trenta. 

Alla fine della sua navigazione Mishima trovò il Grande Mare che avrebbe solcato in compagnia delle tante anime del Giappone fatte rivivere nella sua opera letteraria. C’era infatti una tumultuosa, invisibile folla, rappresentativa della tradizione spirituale e culturale del Sol Levante,  quel 25 novembre 1970 nell’ufficio del generale Mashita al Quartier generale dello Jeitai quando il più grande scrittore giapponese del Ventesimo secolo si accasciò sul pavimento, con l’addome squarciato, mormorando per l’ultima volta: “Lunga vita all’Imperatore”. Qualcosa di più di un omaggio formale, quasi una preghiera. 

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