La crisi secondo Bordoni e Bauman

Il fallimento della modernità e della post-modernità

di Giovanni Sessa

Il fallimento della modernità e della post-modernità

La copertina del libro

Siamo gli abitatori della crisi. Ricchi e poveri, precari e stabilizzati, inseriti o marginali, tutti viviamo la crisi attuale, al medesimo tempo economica, politica ed esistenziale come insuperabile. Ai nostri occhi lo stesso termine ha perso i contenuti positivi che in passato implicava: legati ai momenti di passaggio che preludevano a crescita e a nuova stabilità. Vengono a ricordarcelo i sociologi Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni in un libro nel quale, su questo specifico tema, colloquiano tra loro. Ci riferiamo a Stato di crisi, nelle librerie per Einaudi. Un libro attuale e rilevante sotto il profilo teorico per la perspicace capacità descrittiva della società contemporanea. Gli autori, come si vedrà, pur con differenziazioni di prospettiva, concordano nella diagnosi della malattia, e condividono quelle che, a loro modo di vedere, potrebbero essere le possibili terapie.

    La stato attuale delle cose è il risultato di due crisi convergenti, della modernità e della democrazia rappresentativa. Il progetto moderno, costruito sull’ordine geometrico della ragione illuminista, avrebbe dovuto allontanare definitivamente l’insicurezza e il periodico ritorno del caos,   instaurando l’età adulta dell’umanità. Lo strumento principe di cui tale progetto si è avvalso, lo Stato-Leviatano, ha svolto un ruolo decisivo fino alla crisi del ’29, che determinò la sua mutazione in Stato sociale. Era l’epoca storica centrata sullo “spazio dei luoghi”, sull’organizzazione “fordista” della produttività capitalista. La fabbrica e la catena di montaggio divennero simboli della modernità solida: capitale e lavoro, ancora territorializzati, legati al luogo di insediamento dell’opificio, non superavano mai dati limiti nel loro confliggere, la vita dell’uno dipendeva da quella dell’altro e i loro rapporti erano regolati dallo Stato. Dagli anni Settanta del secolo scorso questo modello è venuto meno: “Lo Stato venne degradato dal rango di motore più potente del benessere universale a  quello di odioso, perfido e fastidioso ostacolo al progresso economico” (p. 12). Si inaugurò la fase neo-liberista, durante la quale lo Stato venne sostituito dal mercato. Oggi che il mercato ha mostrato tutti i suoi difetti e ha rivelato il suo ruolo deformante, anche sotto il profilo esistenziale, mancano progetti, grandi narrazioni, capaci di riaccendere la speranza. Forze sovrastatali-globali operano nello “spazio dei flussi”, politicamente incontrollato, a danno dei popoli. Gli Stati sono stati svuotati del potere decisionale, fenomeno tipico dell’età della globalizzazione che ci pone di fronte alla paradossale e drammatica trasformazione delle democrazie liberali nel Nuovo Regime della governance. Si è creata una frattura insanabile tra la direzione globale del mondo, gestita da oligarchie transnazionali, e i poteri politici locali, ridotti ad espletare funzioni meramente gestionali-amministrative. La nuova realtà emergente è quella di uno “statalismo senza Stato”.

   Il progetto della modernità è miseramente fallito. A parere di Bordoni,  assistiamo “alla fine della modernità e al doloroso passaggio attraverso un controverso periodo di assestamento che è stato definito postmodernità” (p. 73), mentre Bauman, meno radicale, ritiene che la nostra epoca abbia definitivamente messo da parte i grandi progetti utopistici, sostituendoli con “utopie di nicchia” (p. 74). In realtà, e su questo i due autori convergono, tratto essenziale del presente sarebbe da individuarsi nella messa in discussione dell’idea di ordine in quanto tale. Gli individui, abbandonate le rassicuranti certezze del moderno, in balia di se stessi, senza più tutele, vivono un’insicurezza generalizzata, indotta da fenomeni diversi ma tra loro convergenti. Nella diffusa instabilità economico-sociale, il proletariato si è mutato nel precariato universale. La generazione degli attuali venti-trentenni sarà costretta a cambiare datore di lavoro per ben ventinove volte nel corso della vita! Inoltre, sarà sottoposta a un periodo di “formazione” estremamente lungo e scarsamente retribuito. Alle domande di senso dei giovani non rispondono più, già oggi, figure connotate da autorevolezza valoriale, come nel passato, vale a dire genitori, familiari e docenti, ma i “compagni di connessione” incontrati sui social network. La fluidità domina le forze produttive e gli uomini vivono le relazioni “pure”, ovvero “rapporti che non prevedono alcun impegno di tempo e di durata”, assimilabili a quelli intrattenuti con le merci. In essi una delle parti, di fatto ridotta a oggetto di utilizzo, subisce e patisce la decisione dell’altro.

    La comunità si dissolve, sostituita dalle “reti”, nella società liquida. Ogni cosa, rilevano i due studiosi, è ridotta ai processi di adiaforizzazione, in cui svanisce, ogni valutazione etica del nostro agire. Questa realtà, inoltre, è stata definita “confessionale”. I singoli, atomizzati e senza più effettivi legami, se non quelli dettati dal consumo, presentano la loro (presunta) irripetibile unicità, attraverso i megafoni comunicativi che il potere mette a disposizione. Così, impotenti, assistiamo ad un fenomeno che nessuna epoca in precedenza ha mai conosciuto: il debordare del privato nel pubblico. Chiunque abbia seguito tolkshow televisivi, o abbia “sfogliato” un pagina di facebook, sa come i più tendano a raccontare se stessi, il proprio privato anche sessuale, rendendolo pubblico. Sintomo inequivocabile della perdita di ogni identità personale profonda.

    Sin qui la parte descrittiva, certamente condivisibile, messa in campo da Bordoni e Bauman. Se questa è la drammatica situazione in cui ci troviamo, quale la via d’uscita? Le loro risposte sono insoddisfacenti, in quanto sono “interne” alla cultura che ha prodotto la crisi. Bordoni e Bauman descrivono lo stato presente, pur non ammettendolo esplicitamente, come insuperabile. Sostengono non esser possibile fare previsioni sul domani, in quanto la nostra condizione è ben esemplificata dall’Angelo di Walter Benjamin “che vola via da un mondo in rovina, con lo sguardo volto all’indietro” (p. 83). Ciò rende la crisi della modernità un lungo addio, alleviato solo dalla labile speranza kantiana della “pace” imposta dallo Stato cosmopolita e sovranazionale. Ci pare che, in tale proposta, Bordoni e Bauman rimangano prigionieri dell’ideologia del Pensiero Unico e della globalizzazione.

   E’ significativo che in questo stesso periodo sia nelle librerie, in una versione ampliata, un volume di Gianfranco de Turris, Come sopravvivere alla modernità, nel quale alla pars destruens  nei confronti del moderno, fa seguito ben altra proposta costruttiva: il radicamento nei valori della Tradizione, nel senso in cui la intese in particolare Julius Evola, quale unica alternativa alla condizione attuale. Ci ripromettiamo di presentare i contenuti di questo testo sul prossimo numero de “il Borghese”. 

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