Alcuni appunti sparsi

Frammenti per un panorama russo

di Piccolo da Chioggia

Frammenti per un panorama russo

Nikolaj Roerich, autoritratto

Gli appunti che seguono sono trascritti da un quadernone sul quale affastellavo, inframmezzati da schizzi e figure varie, tutte le notizie che mi colpivano dal regime di letture che mi ero imposto unite a delle riflessioni sulle notizie stesse. E il filo conduttore del tutto è da ravvisarsi più nelle intenzioni del lettore di opere che sono state lette effettivamente o solo intraviste attraverso dei titoli che parevano molto suggestivi, che non nell’ordito preciso del testo scritto. Il quale vuol essere solo un esempio di letteratura d’intrattenimento su alcuni argomenti russi.   

Conosco della Russia solo qualcosa, e questo attraverso la sua letteratura, un firmamento costellato da opere di grandi scrittori. Di questo immenso paese mi sono arrivati a fatica dalla scuola alcuni rudimenti della sua storia che però non permettono di vedere quello che pur sempre rimane un panorama vastissimo e celato da nebbie e nubi. Che sia possibile un’altra via, ardua forse, per comprendere di questo mondo nordico e orientale sia pure per un minimo ma tale da procedere in diretta connessione alle sue radici? In questi appunti mi arrischio a tracciare una sorta di succinto itinerario possibile per il lettore e per me stesso, una memoria fatta di pochi volumi, tutti incomuni non fosse altro perché rari e spesso ritrovati in margine ad altre impolverate e desuete opere.

L’equazione scolastica vuole che il dire  Russi sia come dire Slavi. Per il gruppo linguistico ciò è certo anche se credo sia qui da aggiungere sempre, se si vuole collocare detta stirpe entro quelle congeneri, anche la sua determinazione nello spazio: i Russi sono degli Slavi orientali e del nord. Vi è un famoso quadro di Nikolaj Roerich, un’opera giovanile di quando ancora usava la tecnica della pittura  ad olio. Esso ha un contenuto vagamente celebrativo, forse pure un poco retorico ed è intitolato “Slavi”. Nell’immagine delle due figure maschie che sulla piccola gondola nel fiume sono come immerse in un’atmosfera densa di attesa, l’una eretta l’altra, l’anziano, assisa, sembra proprio di ravvisare questa unione di nord ed oriente. Il paesaggio ritratto alle loro spalle adombra le immensità dell’oriente ma i capelli del giovane sono del biondo che viene dal nord.

Se si avesse l’avventurosa caparbietà di ritrovare in un qualche archivio di università la venerabile opera di Franz Bopp “Grammatica comparata” si potrebbero vedere le prime similarità degli idiomi slavi con il latino, il sanscrito e le altre lingue della vastissima famiglia indoeuropea. Entro la quale il russo si lega al gruppo “satem”, quello orientale, con l’ellenico, l’iranico e oltre, fino al sanscrito, dove il termine “satem” indica la parola che nelle lingue di questo gruppo geografico indica con normali variazioni il numero cento; esso è сто, pronunziato sto per la gente di Moscovia. Tale numero negli idiomi occidentali della stessa famiglia si rende con la parola “kentum” e si articola poi nelle sue variazioni come lo “hundert” germanico, il latino “centum” e così via originando, appunto, il gruppo detto per contrasto “kentum”. L’opera in questione è del periodo romantico ed è plausibilmente superata, essa fu però un capolavoro pionieristico, il che la rende pur sempre meritevole almeno d’una conoscenza riassuntiva. Vale sempre di vedere come le parole, nelle diverse lingue sortite da una radice comune,  varino il suono e quale sfumatura diano al loro significato. In questo le parole sono quasi come foglie su di un albero, il cui tronco è un unico colla radice ma irradia i suoi rami in tutte le direzioni d’un angolo sferico o quasi, e foglie prima e frutti poi, assumono, sulle tracce di una forma ideale, platonica verrebbe da dire, movendosi ed evolvendo nel tempo i contorni ed i colori più vari. 

La Russia è costellata, nel suo panorama, di chiese dalle cupole che paiono gocce d’oro piovute dal cielo, usando qui d’una bella immagine tratta dalle Bagattelle di Céline. Il ricordo scolastico vola immediatamente alla Russia cristiana e mistica ma pure questo mondo, che ha per noi il fascino di quel che fu Bisanzio, non è sfuggito al duro principio statuito dalla dottrina di Eraclito: “ogni cosa ha in sé e in ogni tempo il suo opposto”. Non dall’ellenico ho voltato ma dal tedesco di Nietzsche che del superbo savio del fuoco fu assiduo lettore tanto da riportare nella sua lingua l’aspra constatazione : “Alles hat jederzeit das Entgegengesetzte in sich”.  E infatti non è la Russia a generare per prima e, ciò va detto, senza infingimenti, con la rivoluzione del 1917, un effettivo“Antichrist” sovietico? È dalla lettura degli appunti di viaggio di Alessandro Pavolini, “Nuovo Baltico”, un volume veramente bello e ricco di osservazioni mai comuni e spesso profonde e sulle quali riflettere, che per la prima volta mi sono sorti degli interrogativi inusitati sul cataclisma che travolse la Russia cristiana. Alla sbarra del confine russo-finlandese, nel 1934, al confine di quelli che sono pensati come due mondi opposti l’Autore scrive: “di qua Helsinki allinea i suoi taxi lucidi, di là traballano le vecchie insopprimibili isvoscie di Pietroburgo, di qua l’Europa, l’America, di là l’Asia, di qua Cristo, di là L’Anticristo sovietico e più lontano Confucio, Budda.” È offerto qui uno spunto semplicissimo nelle forme, ma potente, alla riflessione sulla storia russa, sui venti ideali che nel vasto mare di stirpi ed avvenimenti di quella nazione hanno generato e mosso le onde della grande tempesta. È vero che di qui è Europa e America, ovvero Occidente, così come di là è Asia e Oriente, ma poco oltre l’Autore aggiunge con notevole sensibilità che tali frontiere infine restano assai più labili di quanto appaia. A Helsinki, memore pure la storia dell’indipendenza finlandese, Pietroburgo è il giogo dell’Oriente, ma nella storia russa la città di Pietro il Grande è l’europea, “la finestra della Russia sull’Europa” come scriveva un viatore veneziano del settecento, l’Algarotti,  finestra aperta su di mondo visto con occhio ostile dalla vecchia Mosca che nei momenti di troppa invasione di usi e mode europee tende a rinchiudersi in una solitudine che somiglia a quella dell’ultima Bisanzio. Tuttavia, per il fatto evidente  che la posizione geografica della Russia sul globo è molto tesa verso il settentrione, abbiamo che muovendo in direzione di questo polo esso pare annichilare tanto l’ovest e l’est per riassorbirli al suo interno: si attua nello spazio la “coincidentia oppositorum”, una coincidenza degli opposti che si trasfonde nell’avvenimento storico e al forsennato dinamismo industriale e futurista nordamericano fa corrispondere le marce forzate di masse immense per l’elettrificazione e l’industria programmate dai piani quinquennali su cui si era soffermato l’attento sguardo di Pavolini. E inoltre: l’Anticristo sovietico è da leggere come vuole l’usata immagine del nome o va letto come piuttosto “Der Antichrist”, ovvero  come “l’anticristiano” nell’accezione di Nietzsche e declinato al modo bolscevico ? La differenza c’è e non è da poco ma forse, di nuovo, si attua anche una strana complementarità fra le due possibilità del termine. Alle masse piegate e rese bestiali da uno sviluppo economico senza correttivi equilibrati, quale era stato quello avvenuto avanti alla prima guerra, e la susseguente guerra, rivelatasi disastrosa e inutile si gettava in pasto come un osso da rosicchiare l’idea d’un Anticristo che affranca dai dogmi della religione per scatenare una rivolta anche contro l’altare in quanto esso era stato un puntello del trono. Un Anticristo destinato a esaurirsi dopo alcuni anni nelle sterili crociate delle società per l’ateismo alle quali lo stato sovietico, quando si è ben consolidato, dà un appoggio invero modesto e quasi defilato. È notevole il racconto del generale Heinz Guderian nel suo libro di memorie di guerra, qui la seconda, allorché nella conquistata città di Smolensk, egli entra nella cattedrale ortodossa dove vede che in una navata della stessa albergava il museo dell’ateismo. Scrive il condottiero dei carri che osservando quello che non rappresentava un bello spettacolo, si accorgeva di un anzianissimo sacrista, sempre rimasto in servizio, il quale in un’altra navata lucidava gli oggetti del culto per prepararli alle cerimonie ortodosse molto rarefatte per quanto mai del tutto interrotte.

L’Anticristiano in altra e complementare accezione pare essere invece la meta, quasi si può dire l’idea platonica cui tendere, di una ristrettissima élite sovietica che tenta di coltivare il proprio pervenire ad un nuovo modo di essere, dominatore e distaccato dai patemi usuali della morale. Un modo di essere su cui non aprano troppo rapidamente delle brecce le fragilità della sensibilità e del sentimento. A tanto tempo trascorso da quella lontana rivoluzione comunista e militare, osservandone il formarsi e il consolidamento, mi sorge ancora il quesito sul suo motivo conduttore che appare non unitario ma come una corda intrecciata e resa stranamente forte da numerosi fili, tre dei quali mi appaiono essere quelli più rilevanti. Il più evidente quello d’una facile ideologia di eguaglianza e ripartizione economica comunista per la massa, di poi delle filosofie storiciste che si avvolgano come le lunghissime serpentine di un distillatore prolisso di idee per una fascia intermedia ed istruita a titolo di compenso per l’esser rimasta orfana delle dispute teologiche, in ultimo  il Nietzsche delle dottrine più ardite sulla volontà di potenza divenuto l’occulto maestro, e poco importa se riconosciuto, per una élite ristretta a pochissimi e spietata nel muoversi guerra fra gruppi concorrenti.         

Ma la Russia cristiana e mistica è la sola ad esistere e sopravvivere anche dissimulata nel suo contrappunto comunista? La storia che si impara nei nostri programmi usuali di scuola è assai scarna e nebulosa sul passato più antico. Si racconta sui nostri testi divulgativi dei navigatori scandinavi e di Rurik che risalivano i grandi fiumi russi e fondavano i regni di Kiev e di Novgorod. A fatica ricordiamo che vi fu poi, dopo guerre intestine, una unione dalla quale emerse con alterne vicende il principato di Moscovia. I confini meridionali di quello che era divenuto il paese dei “Rus” lambivano l’impero romano d’oriente, dal quale il principe Vladimiro aveva mutuato, dopo lunga riflessione, il cristianesimo bizantino. Vi era stata dunque, e per molto tempo, una Russia pagana rapidamente obliata dalla storia ma che sopravvisse e forse ancora sopravvive nel folclore. Se la “Rus” è composizione dell’avventuroso spirito di conquista dei Vareghi scandinavi con la cultura bizantina e cristiana, entrambe innestate su di un popolo slavo del nord e a lungo pagano, è tuttavia ben poco ciò che sappiamo di quest’ultimo. Eppure i “Rus” non parlavano né scrivevano in lingua scandinava o ellenica, ma portarono nella storia una favella che dobbiamo presumere particolarmente espressiva ed alla quale era connessa una mitologia di antica matrice. Vi è l’opera d’un autore tedesco, Alexander Brückner, titolata “ La mitologia slava” tradotta in italiano e edita in Bologna nel lontano 1923. Se ancora si avesse la costante avventurosa caparbietà di ritrovarne da qualche parte un esemplare essa non potrà non suscitare un certo interesse pure oggi. Sull’opera si era documentato Mircea Eliade per il suo augusto trattato di storia delle religioni, entro il quale si incontra un paragrafo non lungo ma bello su di una coppi di divinità uraniche del pantheon baltoslavo: Perkunas e Perun. Il primo, lituano e quindi di lingua baltica, il secondo slavo. Entrambi legati alla quercia, l’albero di Juppiter, il che ci riporta al dio sovrano delle religioni indoeuropee, e apparentati, lo si vede chiaramente già dai nomi ed il fatto è confermato dai linguisti, al dio scandinavo Fjörgin, al vedico Parjanya, all’ellenico Phorkyn, generatore delle Pleiadi. Manifestazione d’un dio celeste, Perun è ordinatore dei fenomeni atmosferici quali tempeste, lampi, nubi, e si annuncia quando appaiono certi uccelli che portano le tempeste e la primavera. Un ente sovrannaturale divenuto protettore del ciclo agrario, forse disceso da una remotissima dimora iperuranica di dio lontano. Superfluo qui aggiungere che le varie opere del Romeno, quali questo trattato, il piccolo volume sul mito dell’eterno ritorno, i tre volumi sulla storia delle idee e delle credenze religiose, lumeggiano colle profonde riflessioni che vi si raccolgono anche usi e costumi della cultura popolare russa e aiutano chi voglia interpretare davvero fino in fondo le pagine dei romanzi dei grandi narratori che scrissero in questa lingua e di questa stirpe. Ciò non solo per la prospettiva universale dell’Autore ma pure per la sua origine da antico ceppo moldavo, contiguo geograficamente al mondo già slavo e russo di oltre Nistro, nome romeno del fiume Dnestr.

Colpisce il fatto che l’antico parlare scandinavo dei discendenti di Rurik ceda alla lingua di genti da loro sottomesse e  riordinate in un forte principato dopo che esse erano state a lungo delle tribù fra loro in conflitto. Se il caso del greco bizantino dell’Impero Romano d’oriente venuto a prevalere sulla lingua del dominatore latino non è comparabile con il caso russo, data l’immensa tradizione delle lettere elleniche, dagli snelli paragrafi del trattato di Eliade, e dalla sua “Storia delle idee e credenze religiose” affiorano tuttavia dei rapidi barlumi su vocaboli russi che lascerebbero intuire un ricco tesoro di radici prossimo, anche nel senso immediato e comune, a nomi di dei vedici.

Varuna, il re dei celesti nel Rigveda, e sovrano mago universale è colui che lega tutti gli esseri, divini e non divini, con i suoi lacci che stringe e annoda. È il grande maestro della “maya”, la magia che crea le forme, ed il suo nome pare trarsi da due radici assai simili, var, coprire, che può manifestarne il carattere di dio del cielo, e si osservi che il termine “uranico” è, appunto, connesso a Varuna, e poi ”uer”, legare. In russo la radice “uer” origina una parola davvero suggestiva, “verenica”, веренѝца, pronunziato virinìtza che vuol dire “fila”,o  “successione ininterrotta”. E cosa è se non una virinìtza, quella lunga interminata teoria di cause ed effetti,  quel laccio lunghissimo che avvince ogni oggetto che appare in questo mondo al suo sovrano cosmico? Il “tout se tient” dei francesi è condensato in russo da questa unica parola che si allittera al nome d’un dio remoto. A Varuna, il re cosmico, ora notturno, ora folgorante di luce, nell’olimpo rigvedico si associa Mitra, il “sovrano del diritto”, il dio chiaro e lontano da ombre che riequilibra, per ciò che è possibile nell’immensa trama del tutto, con la stabilità delle leggi e la fedeltà ai patti i tratti inafferrabili dell’inquietante sovrano della “maya”. Al nome di Mitra, la cui radice significa “scambiare con regola” si connette uno dei più vigorosi termini del tesoro linguistico russo, “mir”, мир, quiete, ordine, mondo. Nello slavo antico erano “mena” eguale a “scambio”, e familiare al latino “munus”, e poi “miru”, “quiete”o “ordine”, ad allitterare il nome del dio del diritto nel Rigveda.  Mir è un’idea non facilmente traducibile in altra lingua ma acquista una nuova luce se ne rammentiamo la radice che la riannoda al dio indoeuropeo che si lega con Varuna nella sovranità del cosmo. Mir è mondo e comunità ma intessute di regole, è quiete fra le innumeri parti che lo compongono perché retto con ordine.  È all’opera di Georges Dumézil che è necessario riandare, questo va da sé, una volta che ci si addentri nel mondo degli slavi pagani che danno la lingua ai “Rus”. Il dittico della regalità suprema Mitra-Varuna, che si precipita con un’allitterazione gradevole e pure fedele nel dittico russo “mir-verenica”, мир- веренѝца, e poi la tripartizione funzionale dell’ordinamento dei celesti in “dei sovrani” al culmine, “dei della forza e della guerra” al secondo livello, “dei della fecondità e della salute”, al terzo, sono documentate e chiarite dal Francese dall’estrema Irlanda all’India vedica e coinvolgono tutto il mondo indoeuropeo cui pure la Russia appartiene. Avere un panorama completo della sterminata mole degli scritti di Dumézil non è facile e nelle poche opere di lui che conosco o nel trattato di Eliade o nella sua “storia delle idee e credenze religiose” ritrovo gli esempi delle numerose triadi indoeuropee ma non quella attestabile nell’antichità slava. Ho scoperto tuttavia in uno scritto sparso del maestro francese la traccia estrema e singolare della remota triade in quanto forma stranamente precipitata entro l’ordinamento sovietico. Il dittico sovrano vede al vertice il Partito, che statuisce il diritto, e la polizia politica che ne incarna a sua volta l’aspetto inquietante e notturno, la guerra e la forza risiedono nell’Armata rossa, infine salute, prosperità, fecondità che trovano espressione nelle organizzazioni dei lavoratori.

Avendo letto il romanzo memoriale dell’atamano Krasnoff, “Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa” ricordo come sia stata un aquila bicipite il simbolo della sovranità dello Zar. Non pare qui rappresentato in segno araldico un barlume del dittico indoeuropeo della regalità? D’altra parte se lo Zar per i suoi inconsolabili esuli era la chiarità di un ordine illuminato, benevolo, e antico di secoli, pure non era assente dalla sua reggenza di quest’ordine un volto notturno e inquietante: vi era una polizia segreta, l’Okhrana, con gli annessi duri bagni rieducativi siberiani. E, se si vuole tornare ad un passato ancor più epico di quello dei Romanoff, come non rammentare i neri cavalieri Opričnik che esercitavano l’ufficio di imporre, con i mezzi spietati che si sanno di quel tempo e di ogni tempo, ai boiardi refrattari l’autorità assoluta e violenta di Ivan Vassillievič?  Infine: l’aquila a due teste, riconosciuta di fonte molto antica dagli archeologi, non pare la composizione semplificata e ridotta delle due aquile che trainano verso l’alto il trono con Alessandro il Macedone nella sua assunzione celeste  raffigurata fino dei manoscritti miniati della cristiana Bisanzio?

Dumézil è ancora Autore di riferimento per un’appendice del mondo russo, per i suoi studi sulle stirpi indoeuropee del Caucaso, e non è solo il dottissimo comparatista di mitologie e il filologo che domina magistralmente un numero straordinario di antiche e moderne lingue ma è pure uno scrittore di bello stile e dalla feconda fantasia, una cosa, questa, che rinforza con molta plausibilità gli argomenti di molti scettici riguardo le teorie del dittico sovrano e della tripartizione funzionale delle divinità entro gli olimpi remoti delle comunità indoeuropee. Ma non ci si può in nessun modo sottrarre all’ammirazione della magnifica architettura della sua ricostruzione, mai irrigidita e sempre cangiante ed elastica come in un racconto dai molti colpi di scena. È dal rammentare i pochissimi scritti che di lui ho letto, e dalle opere di Mircea Eliade, suo estimatore e sodale, sin qui nominate, il trattato e la storia delle idee, che questo mio scritto ha preso il moto, componendosi alle altre letture, nell’intento di incontrare quel lampo che illumini sia pure per un istante questo mondo russo, boreale e orientale. Come per un itinerario attraverso dei campi dove nella sera primaverile d’un tratto la folgore squarcia l’oscurità e appare con tutti i suo colori e per un solo attimo il panorama d’una vasta pianura.

Mitra-Varuna. Мир- веренѝца, mir- virinìtza. Il senso dei due termini russi, letto sul vocabolario ha ora molto poco a che fare con la complessa individualità dei due dei sovrani dell’olimpo rigvedico. Tuttavia se le radici di questi due termini si riconnettono a nomi di Dei o, per evitare sottili obiezioni al carattere delle individualità immortali, a dei ” numina” o enti del mondo invisibile, oltretutto remoti nel tempo, non può essere buone norma tenerne conto nel dipanare tutte le possibilità espressive ed allusive dei due vocaboli? Vi è il senso letterale dei termini, ma non è possibile che la palese allitterazione al nume antico consenta un distendersi del senso più recondito degli stessi nella rotta generata dall’operato o dalla funzione dei numi cui le radici li connettono?  

Figlio del remotissimo Dyaus, il cielo luminoso, Parjanya è il dio rigvedico dell’uragano e regna sulle acque e su tutti gli esseri viventi. Dispensa le piogge, assicura la fecondità di tutti gli animali e della vegetazione, e, di fronte alle tempeste che è in suo potere di scatenare, l’Universo intero trema. I caratteri specifici qui riportati si ritrovano tutti nel protoslavo Perun, il dio che Alexander Brückner, oltre ad aver derivato per la radice del suo nome dal celeste Parjanya signore degli uragani, associa pure alla radice indoeuropea ben indicativa “perperk”, che significa “colpire, far scoppiare”. Raffigurato in un eroe dalla lunga barba, alto e possente che scaglia la sua ascia contro gli spiriti avversi, Perun percorre il cielo sul suo carro di fuoco e dai Vareghi viene assimilato allo scandinavo Thôrr. Il ricordo del nume che si lega anche a certi uccelli che annunciano la primavera o portano le tempeste deve essersi tramandato a lungo se Nikolaj Roerich ha potuto scrivere che  in Russia, “nei suoi boschi remoti ancor oggi mormorano le querce sacre”, gli alberi di Perun. Dalla radice “perperk” si estrae il “perk” connesso strettamente al latino ”quercus”, e l’albero del vigore perenne è da intendere qui come l’albero colpito o lacerato dal fulmine in potere del nume. Quale simbolo della vita e della fecondità inesauribile è possibile che la quercia diventi pure Albero Cosmico, ovvero l’immagine del Cosmo quale è concepito nel mondo vedico e scandinavo, e centro del mondo e sua colonna di sostegno. Quercia divenuta al medesimo modo che presso i Sassoni dell’Elba una “universalis columna quasi sustinens omnia” e che il germanico Detering, nel suo scritto del 1939 “Die Bedeutung der Eiche seit der Vorzeit” documenta aver affondato le sue radici fin nella lontana preistoria. Quanto al carattere di maestro delle tempeste di Perun che tra lampi e folgori,  riversa i suoi torrenti d’acqua sulle pianure dopo aver mosso per tutto il cielo immensi eserciti di nubi non ne vediamo un’ immagine quanto mai suggestiva e bella nel magnifico quadro di Roerich intitolato esplicitamente “Battaglie di nubi”?  Al nome del  nume protoslavo si connette il termine polacco “piorun” che vuol dire lampo e, su parti del medesimo suolo geografico della Polonia di oggi, gli antichi prussiani veneravano il loro Percunis palesemente affine al baltico Perkunas

Si leggono letteralmente come capitoli dell’opera i paragrafi con la bibliografia nei libri di Eliade. Contengono infatti piccole aggiunte e commentari molto belli da leggere. Vale qui di ricordare che il Romeno è stato uno scrittore di bei romanzi e, all’arte dello scrivere coniugava il sapere assai bene che un tratto distintivo delle mitologie indoeuropee e delle favole consisteva nella necessità di essere facili da rammentare! Questa facilità pare curiosamente riversarsi come una pioggia primaverile anche su detti paragrafi con bibliografia, che costituiscono per il lettore una miniera continua  di rinvii di nuove connessioni tra argomenti e fatti storici che divengono dei rinati e moderni lacci di Varuna. Il libro di Detering sulle querce sacre agli dei che brandiscono le folgori, tra questi, oltre Perun, l’elleno Zeus e l’imperioso Juppiter romano, può venire all’occhio di chi è estraneo ai labirinti delle università e delle biblioteche ma vuole conoscere e vedere solo attraverso una bibliografia che si faccia leggere con il diletto di un racconto. Appunto quella dei volumi di Eliade.   

Sulla “Storia delle idee e delle credenze religiose” del Romeno al capitolo sulle divinità dei Protoslavi sono semplicemente elencati altri dei, rintracciati ora dal Brückner ora da scritti delle origini quali l’”Antica cronaca di Kiev” o dal “Poema di Igor”. Come avviene per quelle degli Elleni pure le divinità slave sfuggono alla tripartizione delle funzioni ricostruita dal Dumézil. O, quantomeno, questa  non la si incontra negli scritti principali del Francese e forse si è nascosta in un articolo sparso o in una nota a margine entro la sua vasta opera completa. Possiamo quindi solo scorrere questo elenco per nominare i pochi numi sui quali vi sia maggior luce: Stribog è incontrato nel poema di Igor, il capolavoro dell’epica russa datato intorno al 1185, ed è il vento o, a volte, anche un nome per il sole, la cui radice è o uno “srira” che vuol dire bello o uno “srei”, colore congiunti al Bog che nelle lingue slave designa quello che in latino è il Deus. Il dio Rod, da “roditi”, generare, ha una coorte di Rozhenitse che sono fate come le Norne scandinave, madri e matrici d’un destino eroico. La festa di Rod era al solstizio di giugno con un’accensione rituale del fuoco, l’antico “ogni”, in russo “ogon”, in vedico Agni, ed un bagno collettivo. La radice del nome Rod è, nel “Russisches Etymologisches Wörtherbuch” del Vasmer, connessa al vedico “vardhati”, “crescere di piante” e, attraverso le ricostruzioni, all’indoeuropeo “eordh”, che ha una curiosa parentela col latino “arbor” , l’albero. Curiosa visto che nella celebrazione solstiziale si costruiva un idoletto di paglia vestito da donna e chiamato “kupala” da “kupati”, bagnarsi, da mettersi sotto il tronco d’un albero abbattuto, privato di rami e conficcato al suolo. In una vaga affinità con i Majstänger scandinavi, pini spogliati dei rami anch’essi eretti al solstizio estivo ed ornati di giocattoli o fiori artificiali.  Volos è il nume del bestiame con le corna. Il suo nome si connette al Velnias lituano e pure al nome celtico della veggente Veleda che suscitò in epoca classica la rivolta dei Batavi contro l’impero e finì ostaggio in Roma come racconta Tacito nella sua Germania. Riguardo a Velnias è segnalato in Eliade un possibile rinvio al vedico Varuna, pure se linguisti di vaglia sospettano caratteri alquanto vaghi e arditi a certe etimologie proposte dagli storici delle religioni.  Su questa base e però invertito con volontario arbitrio il senso dello scetticismo dei linguisti, che non si possa immaginare un confluire nel nome di Perun, eroe sul carro di fuoco che scaglia le folgori e poi nubi e tempeste e acqua colla sua ascia, del nome inquieto e notturno del grande sovrano della “maya” Varuna? Se l’affinità linguistica declina, per prove glottologiche, certo più verso il notturno Velnias pure non è il suono del nome Perun, in russo con l’accento sulla u, assai prossimo a quello di Varuna e a quello del suo affine elleno Ouranos?  Vi è in un inno rigvedico quest’immagine dedicata all’inquieto sovrano cosmico che se si vede bene, sembra faccia assumere al notturno Varuna alcuni tratti propri di Parjanya-Perun:

Varuna con nuvole diversamente dipinte si mostra al primo rombo del tuono e fa piovere il cielo con miracolo divino.

Mi imbatto finalmente, e dopo alquanto tempo dalla lettura dei libri di Eliade e Dumézil, in un’opera riassuntiva del professor Haudry un cultore di studi indoeuropei che nello stendere i paralleli sulla tripartizione delle funzioni della religione indeuropea contempla pure il caso slavo. Vi erano stati i tentativi di comparatisti russi di ravvisarla nella triade Stribog, Perun, Volos. Ma si trattava di congetture e le opere antiche non la riportano. Essa resta comunque prova del fatto dell’immenso fascino esercitato dall’architettura edificata fin dal 1939 entro il saggio “Les dieux des Germains” da Georges Dumézil. Fascino al quale in effetti non si sottraggono nemmeno questi appunti. Per i comparatisti dunque Stribog, dio del vento e del sole e figlio d’uno Svarog che appare quasi aver i tratti d’uno Dyauspitar degli Slavi, ritiratosi ormai lontano nelle tenebre celesti, è il nume regale come il latino Juppiter; Perun è il dio della guerra come Marte; Volos quale nume del bestiame, è l’addetto alla prosperità al modo stesso del Quirino romano. La ricostruzione pare bella ma, lo si è già affermato, essa non è esplicitamente attestata.

Resta il fatto che la tripartizione esercita il fascino d’una potente bellezza e non è inutile perseverare con ostinazione una ricerca che infine molto deve alla suggestione estetica. Nel mondo dell’antica “Rus” se i numi si erano impalliditi o erano rimasti ad uno stadio di culto rudimentale rispetto a quanto avveniva in Roma o in Scandinavia o nell’Oriente indoario e tale da non poter sostenere l’esatta architettura trifunzionale e codificarla in formule esplicite, non è detto che altrettanto avvenisse per gli eroi dell’epopea ben più vivi e vicini al sentire degli antichi Rus.  E avviene che nelle biline del ciclo di Kiev, lunghi racconti poetici dove si celebrano i “bogatyri”, condottieri e figure eroiche assurte a rango semidivino, si trovi finalmente nominata e senza ambiguità la triade: Volx, o Volga, è il principe che prende forme magiche e si trasforma in uccello o lupo, assumendo dei tratti comuni a quelli che conosciamo dell’Odhinn nordico.  Sviatogor, è l’eroe contro il quale nessuno può misurarsi, Mikula è l’aratore prodigioso che dissoda il generoso suolo della Rus ed è accorto e forte al punto da non temere le razzie dei guerrieri.  I tre bogatyri  protagonisti della bilina di Kiev stabiliscono che pure l’antica cultura dei “Rus” cresce entro il variopinto giardino indoeuropeo. Nei quadri di Ivan Bilibin si illustrano le biline, e le tre figure del remoto pantheon tripartito risuscitati, come avvenuto in forme più complesse nel Mahabharata indiano,  sotto le sembianze di bogatyri sono ritratti con maestria divenuta leggendaria presso generazioni di fanciulli russi.

A suo tempo il principe Vladimiro, discendente di Rurik, prima di transitare la sua nazione entro l’alveo del cristianesimo bizantino aveva meditato se non fosse possibile una sorta di restaurazione degli antichi numi. Un tentativo che può esser nato in autonomia o forse può esser stato mutuato dal ricordo di quanto tentato secoli prima dall’imperatore Giuliano. O dal vedere come in Scandinavia Odhinn, Thorr, Freyr fossero ancora in auge.  Su di una collina presso  Kiev ed in una isoletta fluviale o lacustre, in quel di Novgorod, erano addirittura stati eretti templi a Perun dei quali vi sono tracce, ancora dopo un millennio, nei nomi delle località che non sono passate inosservate ai cultori della toponomastica.  Il vigore ridato al bravo nume aveva corta durata. Plausibilmente le nude folgori non potevano arginare l’irradiante forza della dottrina cristiana di Bisanzio e la sua estesa e compiuta dottrina. Né poteva aiutare il tentativo se, per una fantasia ardita all’inverosimile, fosse avvenuto che alcuno avesse tradotto nell’antico slavo gli inni rigvedici a Parjanya che pure sono densi di belle immagini

muggisci e tuona, deponi i germogli

e vola d’intorno con il tuo carro pieno di acque,

sciogli il nodo all’otre a che si rovescino in basso

e monti e pianure si bagnino alla medesima guisa

 

che da verso a verso salgono in tono e con una retorica calcata ma sentita danno  un crescendo quasi d’impresa eroica

 

solleva ben alto il bacile e riversalo:

scatenate  correnti d’acqua si fanno avanti.

Bagna o Parjanya di burro fuso il cielo e gli ubertosi campi

a che possan le vacche ben abbeverarsi 

e se tu, o Nume, con tuoni e muggiti schianti i maligni

tutti e poi tutti a te giubiliam

qui giù nelle valli

L’olimpo dei “Rus” non si era infatti evoluto, come quello rigvedico, al punto di creare un’architettura magnifica di divinità in conflitto e concordia e tale da riverberarsi in una costruzione statuale composita e aperta alle molteplici spinte dello spirito che anima una comunità che sale ed evolve. Il dio sul carro, che da colmo di acqua diviene di fuoco, scaglia folgori tempeste ed acqua per abbeverare campi e bestiame e può esaudire l’attesa dell’agricoltore, del pastore e anche del guerriero ma non presta un volto ad altri misteri, in special modo quelli d’una sovranità che forse si sente investita d’una missione fatale al cospetto d’uno spazio che le appare interminato. È un nume che sembra rimasto solo e vincolato al puro carattere rurale se non addirittura ridotto all’occultarsi entro un’ombrosa selva di querce. Così Perun era condannato a cedere alla nuova dottrina di Bisanzio, capace peraltro con l’opera di Eusebio di imbastire una solida e suggestiva teologia della regalità necessaria alla composita costruzione dell’autorità in uno stato. Teologia che trasmutava il Sol Invictus romano nel Sol Iustitiae bizantino e l’Imperator romano orientale dal carattere di “Heliosmimetes” ovvero “immagine del Sole” nel bizantino imperatore “Christosmimetes”, ovvero “rappresentante di Cristo”. In ogni caso Perun non era troppo rudimentale e ciò è da intendersi che non doveva poi essere del tutto povero di attributi suscettibili di una estensione dottrinale a più livelli, se in suo nome si era pur tentata una reazione costruttiva interna del vecchio culto alle nuove e possenti suggestioni provenienti dall’esterno. Era però troppo debole a fronte d’un Christos Pantocrator che già aveva avuto ragione dei ben più agguerriti tardi numi del paganesimo ellenico, ricchissimi di dottrina e non privi d’una interessante mistica.  

   

Altri dei dello scarno pantheon slavo e russo nominati da Eliade sono lo Svarog celeste e arcaico che è padre del fuoco e Dazhbog, il sole, anch’esso figlio di Svarog.  Per Dazhbog lo studioso romeno indica la possibile provenienza, da “dati” che è lo slavo arcaico per “dare”, “bog”, in antico “bogu”, essendo, lo si è già visto, il termine slavo per “dio”.  Abbiamo qui manifesta un’ulteriore possibilità avveratasi nella storia delle lingue indeuropee per esprimere l’ente divino: dalla radice “deiwo”  connesso al rilucere del cielo diurno sono venuti il “deus” latino, il “deva” vedico, il “dievas” lituano, da “ghau”, “voce” od “evocazione” è originato il “got” germanico, da “dhewe” o “dhum”, “soffio” proviene il “theòs” degli Elleni, da “bhag”, “assegnare” o “fare le parti” viene il “bogu” antico slavo.  Dalla comparazione linguistica sappiamo in forma certa che il “bog” è prova dell’antica connessione slavo-iranica avvenuta entro il grande bacino della odierna Russia meridionale. Tale connessione si dispiega addirittura in un termine che pure provenendo dal glorioso “deiwo” è decaduto nel poema di Igor a nominare degli spiriti avversi o degli uccelli dal nefasto presagio detti “div-“. Ciò mostra come l’antica gloriosa radice del vedico Dyaus o del latino “deus” al mutare di sentire religioso si fosse inabissata in un mare davvero oscuro, da chiara e lucente che era. La rivoluzione in senso negativo del termine era peraltro già avvenuta in ambito iranico dal quale, pare, si sia trasmessa allo slavo.

Vale ora di ricordare che al “bog” della lingua russa è connesso in forma diretta uno dei quattro dei che nell’olimpo vedico si ripartiscono in parti del tutto disuguali la sovranità cosmica: il dio Bhaga, che con Aryaman è ausiliario di Mitra. Bhaga rappresenta “colui che fa le parti” nel rapporto fra gli dei e la stirpe aria, per la continuità della quale il custode divino è, come specificato pure dal nome, Aryaman. Mitra, il “dio sovrano giurista”, coadiuvato da Bhaga ed Aryaman equilibra col diritto, la ripartizione equa dei beni e la continuità della società, la notturna, inquietante solitudine e l’imprevedibilità  dell’isolato Varuna, il “signore della maya” , il divino “legatore”. Come mostrato da Georges Dumézil la complessa architettura vedica si traspone, con i dovuti adattamenti, in Roma dove a Mitra e Varuna corrispondono Dius Fidius, il custode delle leggi e dei contratti, e Juppiter, il sovrano imperioso ed imprevedibile. Di corollario sono Terminus, che assolve in ambito romano un compito assimilabile a quello di Bhaga, e Juventas che assicura la continuità delle stirpi romane. 

 

Nell’ardita visione della triade indeuropea calata entro l’ordinamento sovietico, il quadro pare ora effettivamente tornare con una certa precisione e con tutte o quasi le sue sfumate articolazioni.  Nel dittico sovrano del vertice, la polizia politica incarna l’aspetto inquietante e notturno; il Partito, che statuisce il diritto,  si completa con la dottrina bolscevica elevata a fine ultimo per  la “ripartizione” in una società senza classi ( ma già nei proverbi del tempo vedico Bhaga è cieco e non vede…), mentre alla continuità della comunità popolare provvedono le multiformi possibilità sportive o di pionierismo offerte alla gioventù.  Per la seconda funzione, quella della guerra e della forza vi è l’Armata rossa; a prosperità, salute ed estetica provvedono le organizzazioni dei lavoratori. E qui è opportuno estrarre dalle sunnominate memorie di guerra di Heinz Guderian una interessante constatazione: il condottiero dei carri rammenta come in effetti, nella Russia da lui percorsa in lungo ed in largo, asili, scuole ed ospedali fossero tra tutti gli edifici quelli puliti e curati.

 

Pare, sulle pagine, un quadro idilliaco se non fosse che lo stesso Dumézil nello scritto ammoniva a non celebrare troppo la mirabile architettura da lui ricostruita dell’antica dottrina indeuropea. Interrogato sulla questione egli dichiarava che mai avrebbe voluto vivere in una società cosi ordinata ma avocava a sé stesso il desiderio di poter vivere nella Atene del periodo aureo, che seppure precristiana esibiva un olimpo del tutto refrattario alla tripartizione funzionale, questo fatto potendo essere l’indice plausibile di una società più mobile e affrancata da irrigidimenti ideologici.   

 

Poscritto

 

La traduzione dei versi estratti dal Rigveda, al capitolo V, inno 83 è stata da me effettuata seguendo con una certa elasticità il testo della magistrale versione tedesca. Riporto allora anche l’originale e chiedo al lettore una qualche indulgenza per le imprecisioni dovute al diletto che si prova nel voltare le alate immagini di questo canto…        

 

 

Brülle, donnere, leg den Keim, fliege herum mit deinem Wasserwagen! Zieh tüchtig den

aufgebundenen Schlauch nach unten! Höhen und Niederungen sollten gleich werden.

 

Zieh den großen Eimer empor, gieß ihn aus! Entfesselt sollen die Bäche vorwärts eilen. Netze

Erde und Himmel mit Schmalz! Den Kühen soll eine gute Tränke werden.

Wenn du, Parjanya, brüllend, donnernd die Bösewichter erschlägst, so jubelt dir alles, was da

auf Erden ist, zu.

 

.

 

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