Cibo e letteratura

Boccaccio, il Decamerone e il paese del bengodi

Le tante funzioni del cibo nell'opera dello scrittore di Certaldo

di Francesca Allegri

Boccaccio, il Decamerone e il paese del bengodi

Giovanni Boccaccio è uno dei rari scrittori realisti della nostra letteratura, privo assolutamente di fantasia inventiva; possiamo dire che per quasi tutte le novelle le fonti sono chiarissime  e rintracciabili, in quanto  personaggi storici realmente vissuti, i suoi protagonisti e comprimari. È evidente dunque che chi, nel suo narrare,  si pone in una tale prospettiva di vicinanza alla realtà non può che accostarsi spesso  al racconto del cibo e del bere, che quindi, spesso, non assume nessun particolare significato, poiché  è solo uno dei momenti della vita quotidiana. Nella novella di Landolfo Rufolo (Decameron II, 4)solo per fare un esempio, dopo il naufragio il protagonista viene rifocillato con confetti, cioè piccoli dolcetti, e vino, come  è normale che accada. Interessante non è, dunque,  mostrare quante e quali novelle trattino direttamente o indirettamente la tavola, ma soprattutto nello scoprire quale senso essa abbia per il Narratore e che cosa le sue frequenti menzioni significhino nel contesto della sua opera maggiore.

L'UTILITÀ MERCANTILE DEL CIBO E DEL VINO

Come ebbe ad affermare in un saggio famoso Vittore Branca, il boccacista forse più importante dello scorso secolo, il Decameron può essere anche definito come epopea di mercanti. Boccaccio proviene dalla classe mercantile e di quella classe ha introiettato i valori fondanti, prima fra tutti l' etica del guadagno; guadagno che è quasi sempre economico, ma che può esplicitarsi anche in altre forme di vantaggio per chi lo cerca e lo pratica. Tale fine economico, dando al termine un valore molto ampio, caratterizza anche l'uso che del vino e del cibo si fa in alcune novelle.

Facciamo degli esempi. Nella novella della Marchesana di Monferrato (Decameron I,5) un pranzo a base di sole galline serve alla nobildonna per rintuzzare le mire illecite del re di Francia, senza tuttavia mancare ai doveri di ospitalità, sudditanza e rispetto che in ogni caso è bene serbare verso un potente sovrano. In breve: il re di Francia, che si sta recando alle crociate, ha sentito parlare della bellezza della Marchesa di Monferrato rimasta sola nel suo feudo per la partenza del marito, anche lui alle crociate; decide quindi di fare tappa nel suo castello per conquistare la donna, fidando nel proprio potere regale. La Marchesa lo accoglie con ogni onore e la sera gli offre un sontuoso banchetto, durante  il quale tuttavia non vengono servite che galline; il re, assai stupito, osserva che egli, a quella tavola, è il solo gallo del pollaio e la donna a tono gli risponde che le galline sono uguali in tutte le parti del mondo, volendo significare che dappertutto avrebbe potuto trovare donne da corteggiare senza importunare una dama sposata e per di più con un marito assente per una nobile impresa. Il re capisce al volo l'allusione e si allontana senza aver attentato alle virtù di lei. La pietanza serve dunque alla Marchesa per allontanare un evento sgradito, in pratica per procurarsi un guadagno, anche se non economico, o per lo meno per allontanare un danno.

Altra novella in cui il cibo è strumento di guadagno, quella di Ghino di Tacco e dell'abate di Cluny. Intanto non è la sola nella quale la mensa dell'abate è centro del racconto. Nella novella di Primasso (Decameron I, 7) già era stata magnificata la ricchezza della tavola del l'abbazia di Cluny, anzi quegli  splendidi banchetti erano proprio il destinatore, il motore immobile, della trama. Per tornare alla novella di Ghino (Decameron X, 2)la trama è notissima: il brigante Ghino dall'altezza della Rocca di Radicofani vede passare il corteggio dell'abate che si sta recando ai Bagni per curare un doloroso mal di stomaco, si impadronisce del religioso con tutto il suo seguito e i suoi beni e, dopo averlo chiuso in una torre della Rocca, gli promette che guarirà il suo malanno; così avviene dopo che l'abate viene tenuto per molti giorni ad una stretta dieta costituita da un bicchiere, ma solo uno, di squisita vernaccia e pane, con l' aggiunta di poche fave secche. L'abate  gliene sarà per sempre riconoscente, otterrà per lui il perdono papale ed il reintegro nelle terre che gli erano state confiscate. Anche in questo caso la tavola diviene motivo e origine di guadagno e questa volta anche economico, Ghino attraverso un uso sapiente, e se si vuole anche ironico, del cibo riesce a risolvere la sua annosa vertenza con le autorità e a reinserirsi nella buona società dalla quale era stato bandito.

Ancora brevemente altre novelle in cui il guadagno è l' elemento fondamentale: nella lunga novella di Alatiel, per esempio ( Decameron II, 7),  Pericone riesce a possedere la fanciulla, che musulmana non ha mai bevuto vino, facendola ubriacare. Il vino ancora una volta come mezzo per raggiungere lo scopo e sarà così anche nella novella di Tofano d'Arezzo  (Decameron, VII, 4); la moglie Ghita  si serve del vino per far ubriacare il marito, che si addormenta profondamente, e quindi si può così incontrare tranquillamente con l'amante.

Ma in questo senso la novella più significativa è forse quella  di Federigo degli Alberighi ( Decameron, V,9). Federigo, nobile fiorentino, è innamorato di Monna Giovanna che non ricambia il suo amore in quanto è già  sposata. Per lei il giovane si rovina finché non gli resta che un piccolo poderetto nel quale si ritira a vivere ed un falcone che gli serve per la caccia. Intanto Giovanna, rimasta vedova, si dedica totalmente al l'unico figlio bambino e trascorre con lui la villeggiatura in una sua proprietà vicina al podere di Federigo, che fa amicizia con il ragazzino; da parte sua questi ammira moltissimo il falcone. Quando il bambino si ammala gravemente chiede alla madre, come ultimo desiderio,  proprio che gli procuri il falcone; questa va a casa di Federigo e viene accolta con calore a tal punto che il giovane le offre in pasto proprio l'animale che ha fatto uccidere e cucinare da un suo servo. Il bambino quindi non ottiene ciò  che desidera e muore. Giovanna, tempo dopo, rimasta vedova senza eredi e proprietaria di un ingente patrimonio viene invitata dai fratelli a risposarsi e sceglie allora Federigo, che raggiunge così il suo sogno impossibile. L' interesse del racconto, tuttavia, al di là della semplice trama sta, come spesso accade, in una notazione finale dell'Autore: [Federigo] in letizia con lei, miglior massaio fatto, terminò gli anni suoi. Federigo ha appreso la dura lezione del guadagno: neppure per una donna bellissima si sperpera un patrimonio, nessun mercante lo avrebbe mai fatto, egli rientra così nell'etica mercantile.

Infine un caso che possiamo, forse, definire capovolto rispetto a quello di Federigo, narrato nella novella di Cisti fornaio (Decameron VI, 2). Qui non più di un nobile si tratta, ma di un popolano, un umile fornaio, che tuttavia invece mostra il tratto del gran signore, pur rimanendo sempre consapevole delle differenze di classe, o forse proprio per questa sua stessa consapevolezza, e così riesce a mettersi, con dignitosa umiltà, all' altezza di un nobiluomo come Geri Spina e dei suoi importantissimi ospiti, ambasciatori del Papa. La finezza con cui offre un semplice, ma ottimo, bicchiere di vino in una giornata afosa, in bicchieri così lucidi e puliti che parian d'ariento, ma anche la profonda dignitosa ritrosia con cui si rifiuta di sottostare alle rozze maniere di un servo che non sa comportarsi signorilmente, sembrano qui delineare un altro aspetto di questa dicotomia fra nobiltà e borghesia: non solo un nobile come Federigo può imparare a comportarsi come un buon borghese, ma un piccolo popolano può avere nell'animo tanta finezza da saper attingere alla stessa cortesia del nobile.

Tuttavia se nelle novelle citate ci limitassimo a ritrovare un'etica del guadagno applicata al cibo avremmo un' immagine riduttiva della ricchissima gamma di sfumature boccaciane. Infatti in quelle stesse novelle è possibile riscontrare anche l'eco, nemmeno troppo affievolita, di un' altra epoca e di un altro mondo che, nel suo tramonto, esercita tuttavia sullo scrittore un indubbio fascino: il mondo dei gentili costumi della nobiltà, che tanto affascina per esempio nelle tele di un Masolino da Panicale. Gentilezza, squisitezza, disinteresse, valori che proprio adesso, quando quel mondo sta tramontando offuscato da una classe borghese forte, e sopratutto conscia della propria forza, ancor più esercitano una loro attrattiva. Allora la Marchesana esercita la cortesia, e proprio con quella vince, su un re che è nobile solo di nome, ma che in realtà si dimostra rozzo e scortese. Ghino di Tacco ha il gesto e il gusto del gran signore che non dimentica come anche un avversario debba essere comunque trattato da ospite di riguardo. Ma l' esempio più chiaro è Federigo che si trasforma quasi come la società che lo circonda: all'inizio la generosa larghezza del nobile, una larghezza che,  divenuta sperpero, però lo porterà alla rovina; in seguito attenta gestione del patrimonio della moglie. Nessuno, meglio di lui, incarna i valori di un mondo in rapidissima trasformazione e Boccaccio, con una visione chiara e comprensiva di quella società, riesce a restituircene i valori, nostalgicamente rievocando le qualità  del buon tempo che fu e contemporaneamente apprezzando il sano pragmatismo dell'epoca sua.

IL CIBO CRUDELE

Un altro gruppo di novelle può essere definito del cibo crudele. La  prima, ovviamente, quella detta del cuore mangiato.

Guglielmo Rossiglione, tradito dall'amico Guglielmo Guardastagno, che è divenuto amante di sua moglie, lo uccide, gli toglie il cuore e lo dà in pasto a questa, la donna saputo che si tratta non di un cuore di cinghiale, ma di quello dell'amato,  si suicida gettandosi dal balcone ( Decameron IV,9). Questa in breve la storia. La leggenda del cuore mangiato, per ammissione dello stesso Boccaccio si trova già, pur con alcune piccole differenze nella lirica provenzale, nel Decameron tuttavia per la prima volta abbiamo la sua trasposizione in prosa.  Mangiare il cuore del proprio nemico era uso comune presso i guerrieri, sopratutto germanici, uso ampiamente attestato anche da scrittori latini quali Tacito, si pensava così di impadronirsi delle virtù del morto e in certo senso perfino si rendeva omaggio al suo valore in battaglia. Mangiare il cuore di un combattente  è assimilarne le virtù belliche; fra parentesi al guerriero si consigliava di magiare molta carne, sopratutto di animali selvatici  e forti proprio per assimilare la forza combattiva delle fiere, al contrario ai monaci la carne era pressoché vietata proprio per il motivo opposto.   Nel momento in cui Rossiglione si sente tradito da Guardastagno questi per lui diviene una specie di animale selvatico, magari anche valoroso in battaglia, ma al quale si può tranquillamente strappare il cuore ancora caldo e darlo a cucinare al cuoco con buone spezie come quello di un qualsiasi cinghiale. Con lui Rossiglione si comporta né più né meno secondo l'etica del guerriero che toglie al nemico l' organo dove ha sede la forza e il coraggio, ma tradisce la sua natura di combattente perché non a se stesso destina il fiero pasto bensì alla moglie. Sarà lei dunque che assumerà  l'ardimento  dell'amante ucciso e la sua morte coraggiosa ne è la prova. D' altra parte già nella mitologia si era trovato il caso di una donna innamorata, Artemisia, che aveva sciolto nell'acqua e poi bevute le amatissime ceneri del marito Mausolo, divenendo essa stessa la tomba depositaria del suo corpo.

Altra novella che non tratta di un banchetto, ma di una pianta  molto usata in cucina,  è quella di Lisabetta ed il vaso di basilico (Decameron,IV 5). Illustrato dai più grandi artisti, il racconto narra di Lisabetta che, proveniente da una famiglia Toscana di mercanti che abitano a Messina per seguire i loro traffici, si innamora di Lorenzo un giovane di bottega di condizione sociale molto inferiore alla sua; i fratelli di nascosto lo uccidono e  lo seppelliscono in un luogo appartato. Lisabetta recupera la testa dell'amato la depone in un vaso di basilico che diventa particolarmente rigoglioso perché annaffiato dalle sue lacrime. Il basilico  assume vari significati simbolici che del resto sono testimoniati nelle tradizioni popolari. Basilico pianta della fecondità, la pianta infatti cresce ed è resa feconda dalle lacrime di Lisabetta; basilico pianta dei morti secondo alcune antichissime credenze, tanto che veniva usata dagli egizi anche nell'imbalsamatura dei cadaveri; dunque certamente evoca l'idea della morte, ma anche la possibilità di sopravvivere dopo la morte stessa proprio come, in certo qual modo, accadrà al povero Lorenzo che rivive nel rigoglio della piantina.

Infine la novella di Nastagio degli Onesti (Decameron V, 8), splendidamente illustrata da Simone Martini su un cassone nuziale adesso al museo del Prado; nel dipinto, che riprende fedelmente l'argomento della novella decameroniana, si fronteggiano due banchetti. In primo piano ancora un orrido pasto: un cavaliere insegue una donna nuda nella pineta di Classe vicino a Ravenna, la raggiunge, la uccide e la fa divorare da due suoi enormi mastini neri, ma sullo sfondo si contrappone invece una ricca tavola imbandita con bianche tovaglie e con dame e cavalieri come commensali. Novella assai studiata di cui si sono ritrovate certissime le fonti, ma nella quale sostanzialmente si sostiene che è peccato gravissimo la durezza di cuore e che sempre si deve accettare con benevolenza l' amore sincero, mai rifiutandolo: etica tutta nuova questa, che sfrutta l' exemplum medievale della caccia infernale per giungere ad una morale laica, per non dire libertina.

L'ALLEGRIA DEL CIBO

Ed infine le novelle, forse  le più famose, che fanno del cibo argomento di riso, di scherzo ed in definitiva di allegria.

Una delle più note è, ovviamente, quella di Chichibio e la gru (Decameron VI, 4). Chichibio, il cui nome   è certamente di area veneziana come del resto è dimostrato anche dalla sua parlata, viene definito nuovo bergolo, intendendosi per bergolo una persona leggera, vana, sventata, chiacchierona. Tutta la novella si muove in una dimensione in cui dominano le immagini di uccelli. Currado Gianfigliazzi, padrone di Chichibìo, caccia con il falcone nella Piana di Peretola dove evidentemente all'epoca esistevano molte gru, ma la stessa connotazione di Chichibìo è quella di un uccellino ciarliero e cinguettante anche nella risposta con forte cadenza dialettale che offre a Donna Brunetta: voi non l' avri da mi donna Brunetta, voi non l' avri da mi..., con un' accentuazione del dialetto veneto così cantante nei confronti della risposta in solido toscano della donna. Chicchibio, nome che secondo alcuni critici ha il significato di fringuello, è messo dall'Autore in rapporto e contemporaneamente in contrasto con la gru, che diviene il suo pegno d'amore nei confronti di Brunetta con esplicite allusioni sessuali. Brunetta infatti vince le resistenze del cuoco affermando che egli non avrà da lei cosa che  gli piaccia  a meno che non le venga donata la coscia arrostita, cosa dovesse piacere a Chichibio ci sembra molto chiaro ed evidente. Infine la gru  suscita una piccola suggestione dantesca. Dante, amatissimo da Boccaccio, nomina per tre volte le gru nella Commedia,nel canto V dell' Inferno, canto dei lussuriosi, e ancora due volte nel Purgatorio sia nella cornice dei lussuriosi sia nella cornice dei golosi; niente più di una suggestione, naturalmente, ma nella novella proprio di gola e di lussuria si tratta.

In fondo anche un' altra novella legata al cibo riprende l'amatissimo Dante, la beffa di Ciacco e Biondello. Ciacco, il goloso per antonomasia che Dante ponte nell'Inferno, tormentato nel fango da pioggia e neve, diviene uno dei personaggi boccacciani, vittima e poi artefice di una beffa (Decameron IX, 8). Biondello infatti lo manda a scroccare un pranzo da Filippo Argenti, nobile, ma iroso  signore fiorentino, invece il pasto è ben misero composto sostanzialmente da un fritturina di pesci d'Arno. Ciacco si vendica mandando Biondello dallo stesso Filippo a chiedergli una fiasco di buon vivo, Filippo si sente offeso e lo bastona ben bene. Una breve notazione  ecologica nelle due novelle di Chicchibio e di Ciacco: all'epoca nella piana di Pertola si cacciavano le gru e nell'Arno si potevano pescare pesciolini da friggere.

Poi Certaldo terra di buone cipolle, ovviamente, nella novella VI,10 così viene nominata, ma anche luogo di osterie dove si intrecciano amori ancillari, per esempio fra  Guccio Porco o Imbratta e la Nuta, ambedue serventi, ambedue sciatti, sporchi e sciocchi; il loro amoreggiare sarà il preludio a tutta la novella, una delle più famose, una delle poche per le quali non si hanno fonti riconosciute. Branca ipotizza  una genesi familiare, Boccaccio forse aveva sentito della beffa in ambiente conosciuto, a casa o in Paese? Non lo sappiamo,  certo l' ipotesi è assai suggestiva. Sempre in tema culinario è da notare come nella novella si nomini il famoso calderon d'Altopascio, l' enorme pignatta nella quale i frati ospitalieri cuocevano zuppe per i pellegrini della Via Francigena, che, appunto ad Altopascio, si fermavano nel loro Spedale, una piccola notazione a ricordo di un' usanza che doveva essere tanto conosciuta da divenire proverbiale : cappuccio sopra il quale era tanto untume che avrebbe condito il calderon di Altopascio, cappuccio che appartiene con altre raffinatezze alla serva Nuta.

Ma l' eroe del cibo per allegria è sicuramente Calandrino che macella il porco poi rubatogli dai soliti Bruno e Buffalmacco, e alla fine è indotto dagli stessi burloni a mangiare delle gallette amarissime ( Decameron VIII, 6); Calandrino che ascolta rapito le parole di Maso del Saggio quando questi nella chiesa di Santa Maria Novella gli racconta il mitico Paese di Bengodi. Una montagna di parmigiano, sopra cui stanno persone che cuociono  in brodo di cappone ravioli e poi li gettano giù  e chi più ne ha più ne prende, vigne che si legano con le salsicce, fiumi di vernaccia, oche e paperi. Il mitico paese della cuccagna, ricordando che l'etimologia della parola  cuccagna si lega strettamente alla radice di cake, torta, in inglese. Anche questa volta non è Boccaccio né il primo né l' ultimo che favoleggia di una paese dove si mangia a volontà e dove tutti gli appetiti non solo sono sono saziati, ma vengono continuamente stimolati. Gli studiosi si sono adoperati nel ricercare, anche con successo, sia le fonti  sia i prosecutori di questa  orgia di cibo, di questa festa del gusto, dagli esordi delle letterature romanze fino ai giorni nostri. A noi pare, da un certo punto di vista, un esercizio sterile. Chi mai non ha fatto esperienza di cosa provochi nella nostra mente solo un po' di sano appetito: se dormiamo sogniamo banchetti, se siamo svegli  ci vengono subito in mente spontaneamente, senza quasi che ce ne accorgiamo, immagini di cene, i piatti della nonna e così via; cosa non doveva succedere allora nelle menti di popolazioni intere che non avevano appetito, ma soffrivano, se non proprio la fame, una costante carenza? Come non immaginare, senza nemmeno essere grandi scrittori, un luogo di delizie dove cibarsi di tutto il meglio? Un meglio tuttavia, che se si va ben ad analizzare, è sempre da poveri cristi: non spezie costose, né pietanze raffinate e neppure manicaretti da chef;  al loro posto parmigiano, maccheroni, salsicce. Tutte cose buone, per carità, ma solo quelle che possono essere immaginate da poveretti affamati certo non avvezzi alle raffinatezze dei grandi cuochi. Dunque il paese di Bengodi, a nostro avviso, è forse una delle poche pagine che non abbisogna di fonti perché è in ognuno di noi, è nella fame, nella vera  atavica fame di quasi tutti i nostri maggiori.

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