Editoriale

Carta igienica offre cartoline per Rimini... e la chiamano arte!

La solita trovata del solito Cattelan, che noia che barba che noia

Dalmazio Frau

di Dalmazio Frau

n realtà di certe “performance artistoidi” sarebbe meglio neppure parlarne, in quanto facendolo si dà loro lo spazio e la visibilità cercata così bramosamente. Dal momento però che tacere di certe brutture e oscenità significherebbe divenirne complici rassegnati e accondiscendenti, è necessario levare un alto grido. Così come si critica il miserrimo incapace sconosciuto, che nella propria ignorante incapacità, sforna orride locandine per il proprio “datore di lavoro” ( “tanto non le firmo”, dice il genio creativo della grafica ) allora va criticato l’ennesimo affronto all’arte e al bello di certi “artisti contemporanei”.

Ancora una volta è Maurizio Cattelan ad aver trovato il modo di far parlare di sé, purtuttavia va detto che peggio di tali artisti sono sempre coloro che accettano o commissionano o sponsorizzazono le loro opere.

Ecco che a Rimini, non paghi del buzzurrume di abbrutimento sociale della fabbrica dello stordimento estivo, sono state esposte “le provocatorie cartoline” di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari.

Le hanno chiamate “Saluti da Rimini” ed in effetti fanno proprio venir voglia di salutare ciò che resta della città della Pentapoli sopravvissuta alla devastazione dell’ultimo conflitto. Cattelan e Ferrari hanno scelto alcune foto dalla rivista d'arte “Toiletpaper” – sì, si chiama così, poi uno dice che non hanno autocoscienza – che, secondo loro, “catturano i significati simbolici di Rimini”. Ecco, il Tempio Malatestiano può pure andare a farsi f…riggere!

Secondo il sindaco della cittadina romagnola grazie a questo “evento artistico” finalmente “nel mondo si parlerà di Rimini, e Rimini stessa dibatterà sul linguaggio dell'arte, sulla irruzione dell'arte contemporanea nella storia della città, nella sua carne viva. Si discuterà d'arte nel mondo e in Italia grazie a Rimini”. Vorremo per caso discutere d’arte nel mondo stando ancora a parlare di Duccio o Annibale Carracci? Roba vecchia, vetusta, superata!

Ancora leggiamo quando sostenuto da Maria Cristina Didero, curatrice del progetto: “Il ricco immaginario riminese con la sua compresenza di antichità e modernità, di tradizione e novità, è uno stimolo ineguagliabile per la cultura contemporanea. Questa iniziativa pubblica è un’occasione straordinaria per guardare a tutta la complessità della città attraverso lo sguardo pungente di Toiletpaper, la rivista firmata da Cattelan e Ferrari che è stata celebrata in tutto il mondo per l’ironia delle sue immagini. I due artisti hanno saputo proiettare le icone di Rimini in un immaginario di contrasti e cortocircuiti, fornendo, attraverso la loro capacità visionaria, un nuovo punto di vista sulla realtà”.

A parte lo stanchevole, monotono e obsoleto linguaggio da intellettualoidi di sinistra, che ancora una volta annoia chiunque legga simili delucidazioni volte a spiegare al “buon popolo” che quelle immagini giganti che stonano nei luoghi storici della città, sono “arte”; tutto questo è ancora una volta la dimostrazione, non soltanto dello sperpero del denaro pubblico in discutibili operazioni “culturali” e “artistiche”, ma anche quella di riconoscersi tristemente limitati a una visione che si basa esclusivamente sullo sberleffo e sulla volgarità e non sull’ironia.

Rimini ha una delle più importanti opere del mondo con il Crocifisso di Giotto, le opere di Giovanni Bellini e quelle di Domenico Ghirlandaio e Piero della Francesca, possiede i dipinti secenteschi di Guido Cagnacci, eppure tutto questo viene dimenticato, negletto, misconosciuto con la solita triste, trista e trita volontà sinistrorsa di voler obnubilare quanto sia grande il nostro passato a favore della contemporaneità… perché questa deve appunto essere “uno stimolo ineguagliabile per la cultura contemporanea”.

In effetti “stimolo” è la parola corretta per tali opere e performance, che gratuitamente offrono alla cittadinanza riminese un valido sostituto al “bifidus attivo”.

Meglio che niente? No, meglio niente.

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