Haruki Murakami

Lo scrittore che ha reso vano (e necessario) il suicidio di Mishima

Considerato fenomeno alto pop annulla ogni tradizione nipponica per una piacevole marmellata pseudo occidentale

di Riccardo Rosati

Lo scrittore che ha reso vano (e necessario) il suicidio di Mishima

“Non desidero nulla. La sola cosa che desidero è che una di queste mattine, mentre i miei occhi sono ancora chiusi, il mondo intero cambi”.  Il cambiamento così caldamente auspicato da Yukio Mishima, uno dei più grandi e controversi autori giapponesi dell’epoca moderna, era tuttavia già avvenuto decadi prima che questo impetuoso scrittore pronunciasse le parole appena citate. Purtroppo per lui, il Giappone aveva ormai da tempo barattato la propria storia con la modernità dell’Occidente; aspetto che spinse Mishima a togliersi platealmente la vita in segno di protesta per il disfacimento di una sacra e plurisecolare identità nazionale. Come è stato colmato successivamente il gigantesco vuoto lasciato da Mishima nell'ambito della letteratura giapponese? Disgraziatamente, da autori come quello di cui parleremo in questo nostro scritto.

A metà gennaio, è uscita la notizia che l'attuale idolo dei giovani lettori progressisti sparsi per il Globo, il nipponico Haruki Murakami, dopo ben dieci anni ha ripreso il dialogo con i suoi fan sul suo sito Internet personale. Per uno studioso di Letteratura vecchio stampo un evento del genere può e deve lasciare abbastanza indifferenti, ma ormai lo scrittore in questione è una icona moderna. Ragion per cui, non conta davvero la qualità dei suoi lavori – a dire il vero discreti, benché mai notevoli – bensì quello che si crea attorno al suo personaggio. Sia chiaro, egli non è certo un autore che ama mostrarsi sempre in pubblico. Tuttavia, non si può negare il fatto che Murakami abbia costruito bene il suo essere un romanziere “icona”, ovvero un autentico simbolo di una cultura trendy, per la quale leggerlo vuol dire essere alla moda, praticamente à la page.

Una piccola nota di polemica accademica, un “vizietto” che negli ultimi anni non ci facciamo mai mancare. In una conferenza di qualche tempo fa, tenutasi a Bologna, Giorgio Amitrano – più che un “professore”, un everyman della critica orientalistica – se ne è uscito con concetti che noi sosteniamo da anni, come il fatto che il Nobel per la Letteratura oggi valga molto meno che in passato. Per non parlare poi di come egli, sempre nella conferenza bolognese, abbia stigmatizzato in parte la non-Tradizione giapponese dei romanzi di Murakami, cosa che noi abbiamo scritto diversi anni addietro, in uno scomodo libricino (Perdendo il Giappone, 2005), per il quale siamo passati per reazionari, se non addirittura per degli stupidi. Ciò malgrado, se oggi lo dice il “professore” che Murakami non è legato alla tradizione nipponica va bene! Della pochezza della orientalistica italiana ne abbiamo già parlato, ma sembra che si tratti di un pozzo senza fondo di negatività. Il “fenomeno” Murakami però ci tira, come vedremo, un po' su, giacché la vuotezza globale che egli rappresenta non è solo un italico problema. 

“In questi giorni fa molto freddo. Come state? Dunque, ancora una volta….”. Ecco come Haruki Murakami riprende il filo diretto con i lettori con il sito Murakami san no tokoro (Lett. “il posto/casa di Murakami”). Certo, non si può proprio dire che il breve incipit sopracitato sia degno delle arcaiche e complesse frasi di di H. P. Lovecraft, il tutto a conferma – per chi ne avesse ancora bisogno – che di grandi scrittori in giro non ce ne è più ombra. Di cosa parla Murakami con i suoi lettori idolatranti? Non certo di letteratura dura e pura, bensì del tempo, dei sentimenti, ovvero di un gran nulla.

Guardiamolo allora più a fondo Murakami, tramite questa nostra analisi della sua opera e dove ci concentreremo però sul suo romanzo più famoso e, probabilmente, meglio riuscito: “Noruwei no mori” (1987, trad. it., “Tokyo blues”, 1993, poi riedito col titolo: “Norwegian Wood”). La critica che ci viene puntualmente mossa è che noi sbagliamo a giudicare Murakami in base a questa opera: una “anomalia”, essendo l'unica veramente realistica dell'autore, se si escludono alcune parti di Hitsuji o meguru bōken (1982, trad. it., “Nel segno della pecora”, 1992). Infatti, egli è da sempre incline a raccontare storie surreali. La nostra risposta è che anche nei romanzi surreali Murakami trasuda una esterofilia di stampo anglofilo. Perciò quale occasione migliore per ragionare su questo punto, se non attraverso la lettura del suo romanzo più importante e che, essendo per l'appunto realistico, permette ancora di più di evidenziare questo fenomeno? Inoltre, se nelle sue storie surreali potrebbe essere comprensibile il fatto che il Giappone venga descritto quasi come un non-luogo – un altro esempio è il più che discreto “Dansu dansu dansu” (1988, trad. it., “Dance Dance Dance”, 1998) – è per l'appunto in una opera totalmente realistica come “Norwegian Wood” che è doveroso stigmatizzare la tendenza di Murakami di non volersi confrontare praticamente mai con la sua cultura di appartenenza.

L'opera del nostro autore è il risultato di quello che potremmo definire un “crogiolo culturale”, ma solo per evidenziarne alcuni limiti e, fattore di primaria rilevanza, segnalare il pericolo che tale fenomeno rappresenta per alcune società di stampo tradizionale. Ben consci del rischio di essere tacciati di tradizionalismo, preferiamo invece più giustamente definirci come osservatori dello sviluppo di civiltà a noi care, e per tale ragione, siamo animati dal dovere di marcare una basilare dicotomia: quella tra evoluzione e involuzione. In altre parole, quando un Paese innova la propria società, aprendosi, senza però svendersi, a influenze esterne e cerca di crescere, mantenendo e talvolta rivedendo la propria identità, in tale caso siamo al cospetto di una evoluzione. Qualora però una società rifiuti il passato, guardando con sufficienza alle proprie tradizioni, annullando così i suoi costumi, per indossarne altri non sempre migliori di quelli troppo celermente abbandonati, riteniamo che una situazione di questo tipo possa difficilmente eludere di essere giudicata come una involuzione. Ci è perciò caro guardare con occhi attenti un Giappone che al giorno d’oggi sembra avere molta, troppa voglia di Occidente. Sebbene negli ultimissimi anni abbiamo notato qualche timido accenno di una riscoperta nipponicità, persiste con vigore nella terra del Sol Levante una esterofilia francamente disarmante, la quale opacizza e rende aliene le origini di questo antico popolo:

Una delle caratteristiche della cultura giapponese contemporanea è che in essa si riscontra un certo equilibrio tra le antiche tradizioni nazionali e la cultura moderna di origine occidentale. Noi giapponesi siamo talmente abituati a un intreccio di questo tipo che normalmente non ci facciamo più caso. Solo quando gli stranieri ci fanno notare che si tratta di una peculiarità del Giappone, […], acquistiamo piena consapevolezza del problema.

Queste parole di Tadao Satō – insieme all'americano Donald Richie, il più autorevole studioso di cinema giapponese di sempre – ben spiegano come il “fenomeno” Murakami abbia radici profonde nella odierna società dell'Arcipelago.  

La sua opera più importante è, come detto, “Norwegian Wood”. Trattasi di una storia intensa, affascinante e di buona fattura. Ciononostante, quello che ci interessa è il tentativo che essa rappresenta, non del tutto vano, da parte del suo autore di dipingerci un Giappone che sa molto, forse troppo, di America. Altro fattore che sollecita la nostra curiosità è l’atteggiamento di totale disinteresse che Murakami mostra, tramite i suoi personaggi, verso la propria cultura. Comunque, essendo egli un autore amato e mitizzato da molti lettori anche in Giappone, non possiamo non conferire la dovuta importanza all’atteggiamento annoiato e insofferente che questo narratore palesa nel suo libro nei confronti della cultura giapponese. Sebbene ammaliati dallo spirito leggero e surreale, seppur mai inconsistente né tanto meno frivolo, che troviamo nei suoi romanzi, dobbiamo pur sempre constatare un suo grottesco scimmiottamento  dell’Occidente. Ad esempio, talvolta nella sua scrittura si intravede un chiaro debito nei confronti di un autore come Raymond Chandler, particolarmente in alcuni passi ove Murakami dimostra una essenzialità descrittiva, arricchita da una lunga serie di introspezioni dei suoi protagonisti. Dallo studio dei suoi romanzi, specialmente per quanto concerne “Norwegian Wood”, emerge uno sconfortante abbandono delle proprie radici che getta in parziale scompiglio la critica contemporanea: “Se i copiosi riferimenti pop di Murakami rappresentano qualcosa, è il rigetto della sua intera generazione verso i propri genitori”, così si è espresso Jay Rubin, il più importante traduttore dell'autore in inglese e, probabilmente, il suo principale studioso a livello accademico. Può anche darsi che questo rigetto culturale sia causato dalla disapprovazione da parte di Murakami della aggressiva, e francamente poco umana, società consumistica nipponica. Tuttavia, se possiamo convenire con lui nel vedere talvolta il Giappone come un luogo “vuoto” dove, proprio come descritto in “Norwegian Wood”, dei giovani vagano persi, per colpa di una società assente, la quale li priva spesso di qualsiasi ambizione personale, è altrettanto giusto affermare che proprio grazie allo spirito del suo popolo, poco amante della individualità e della fantasia, il Giappone è riuscito a diventare in pochissimi anni una potenza mondiale, riprendendosi in modo sorprendente dall’Olocausto Atomico. Comunque, una critica efficace di questa società giapponese anti-individualista, ben rappresentata dalla plumbea figura del salaryman (il nostro “colletto bianco”), è quella di Roland Barthes: “E questo giapponese archetipo è abbastanza deludente: un essere minuto, con gli occhiali, senza età, abbigliamento compito e incolore, piccolo impiegato di un paese gregario”.

Avvicinandoci alla conclusione, vogliamo restare sempre in ambito letterario, così da terminare in modo coerente questo ragionamento su alcuni mali del Giappone odierno; per i quali non è affatto facile trovare soluzioni adeguate. In altre parole, sarebbe francamente ingiusto chiedere al Giappone di rinunciare a tutto ciò che è moderno, in nome del suo glorioso passato. Tuttavia, è pur sempre vero che basterebbe che i giapponesi si ricordassero più spesso chi sono e da dove vengono e, cosa ancor più importante, che ci piacciono principalmente in virtù del fatto che sono giapponesi. Ci è utile allora ricordare la figura di Lafcadio Hearn (1850 – 1904), nei confronti del quale ogni yamatologo è debitore. Così egli si espresse sul modernismo letterario giapponese al congedo dalla cattedra di inglese presso la Università di Tōkyō: “[…] come la letteratura inglese è essenzialmente inglese nonostante gli apporti di espressioni letterarie di altri paesi, così in futuro la letteratura giapponese dovrà rimanere intrinsecamente giapponese, per quanto possa aver attinto di idee e di tecniche dall’occidente.” Senza retorica diciamo che sono delle “belle parole”, giacché ogni pensiero veramente Bello non può essere privo di equilibrio e sobrietà, come dimostrato da Hearn. Alla società giapponese manca in definitiva proprio questo equilibrio tra passato e futuro. Una situazione che la rende continuamente in bilico tra due baratri: un pericoloso sciovinismo verso il resto dell’Asia e una presunta “modernità” che la aliena dalla propria storia.

Oggi Haruki Murakami è sulla bocca un po' di tutti, di quelli che credono di leggere cose importanti. Tesi e articoli gli sono stati dedicati in quantità. Purtuttavia, è costui un grande scrittore? A nostro avviso no. A quando studi intensi, appassionati e continui su autori che hanno fatto davvero la storia della Letteratura? Il nostro Emilio Salgari, ad esempio, è un mondo letterario, ma resta “evitato”, poiché è uno scrittore di genere, come se questa caratteristica fosse la peste per i sedicenti colti. Gente poco intelligente, che ignora che è proprio nel genere che si è formata l'arte della scrittura. La Letteratura è il passato, si studiano quelli che hanno dimostrato di essere grandi; i contemporanei si leggono, restando in attesa di vedere se il tempo li cancellerà o meno. Che dire poi di Yambo? Un autore molto interessante, dal quale si potrebbero trarre numerosi e suggestivi spunti di ricerca. Di lui si parla però solo negli Almanacchi della Bonelli! Il “povero” Yambo purtroppo non dà lustro, prestigio accademico, Murakami sì e molto per giunta. Ragion per cui, i potenti della cultura lo amano, alimentando la propria arroganza, barricandosi dietro i titoli, camuffando inefficacemente una drammatica mancanza di originalità. Nelle università ormai vige il “pappagallismo”: una estenuante ripetizione dei soliti concetti; i quali, sciaguratamente, son spesso pure sbagliati.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Tatanka il 16/11/2018 16:29:42

    Articolo interessante, ma un po' spigoloso: non tanto nei giudizi "da bar" (che comunque apprezzo, visto che non siamo in sede di dissertazione accademica) sulla classicità o sul rango di certi autori, quanto piuttosto per alcune ruvide considerazioni sul ruolo della cultura e sul suo degrado: prima si parla di orientalismo e poi, cosa a mio modo di vedere incredibile, si afferma che "i giapponesi ci piacciono in virtù del fatto che sono giapponesi". Caro autore, forse i giapponesi piacciono così A LEI, ma bisogna vedere cosa ne pensano i giapponesi veri! Insomma, che facciano un po' quello che vogliono, dico io, o dobbiamo per forza pensare a un processo storico di ibridazione come a qualcosa di negativo perché da fastidio all'idea che lei ha del Giappone?

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