Al cinema con Michele

"Quasi amici": un po' di miele e un po' di speranza

Film francese sul rapporto fra un emarginato e un tetraplegico

di Michele  Cucuzza

Cosa rende possibile e vitale il rapporto con i disabili? O meglio ancora, che cosa può legarci agli altri, tutti gli altri, inevitabilmente differenti da noi? Un delizioso suggerimento arriva dal film francese Quasiamici, diretto a quattro  mani da Eric Toledano e Olivier Nakache:  escluso dalla corsa agli Oscar, oltralpe ha sbancato i botteghini e in Italia ha avuto subito grande successo.

Non lo consiglio a chi non ama le storie di sapore buonista, le favole moderne dove alla fine tutto è intesa, tra ricchi e poveri,  bianchi e neri, ‘normali’ e handicappati appunto. A tutti gli altri sì. Perché sotto l’apparente scontatezza della narrazione si nasconde una suggestione non banale che  s’intrufola tra i nostri pensieri e fa sì che, mentre sorridiamo, ci ritroviamo commossi e coinvolti.

Driss (Omar Sy),  un giovane di colore tutto grinta e house music, che vive in banlieu - il maggiore di una famiglia ‘difficile’, sterminata e complicata, tra sussidi di disoccupazione e qualche soggiorno in carcere - cambia vita quando diventa il badante di un miliardario tetraplegico, finito in carrozzella per un volo sbagliato in parapendio, personaggio ben interpretato - tra rassegnazione, guizzi di vitalità, depressione e disponibilità all’inatteso – da Francois Cluzet.

I due, in teoria, sono intoccabili (intouchables, il titolo originale del film), inarrivabili, così lontani, diversi, inevitabilmente anche timorosi l’uno dell’altro: Driss non si fa scrupoli di dirgli in faccia «bel casino», quando si rende conto della condizione fisica del suo datore di lavoro e lancia battute del tipo: «dove trovi gli handicappati? Dov’erano prima.»

 Una scena del film con i due protagonisti

È rozzo, ignorante, ruba subito un uovo fabergé al suo ricchissimo cliente. Eppure, non ha pietà della  condizione di handicappato dell’interlocutore, è spontaneo, sincero, impara presto a prestargli le cure e le attenzioni necessarie e  ne conquista, prima, la  sorpresa simpatia, la fiducia e, poi, anche l’amicizia. È lo stesso Cluzet a dirlo chiaramente: «Driss è senza pietà? È proprio ciò di cui ho bisogno».  La chiave del film è qui: nessun pietismo ma l’ umanità vera, sincera, persino quella apparentemente ‘eccessiva’ di chi non conosce le buone maniere (sia detto ironicamente) può rendere plausibili e carichi di senso i nostri rapporti. Gli incontri, anche quelli che  hanno il lavoro come base di partenza, vanno oltre, si riempiono di gusto e di significato quando sono liberi, potenzialmente in grado di trasformarsi in legami di amicizia e di affetto, solo se si parte alle stesse condizioni , autentici e sinceri, senza avere in mente finalità nascoste, comprese quelle della solidarietà pelosa, del pietismo.

Tralasciando, per ovvi motivi, il seguito della storia, i quadri di un’avventura che si sviluppa dentro e fuori la ‘reggia’ in cui vive il ricco tetraplegico e che – inevitabilmente - trasforma i due  protagonisti stessi, rendendo il giovane più colto e maturo, il disabile meno timoroso di nuovo futuro, arriviamo alle obiezioni.  Grazie tante, dirà qualcuno: con tutti quei soldi, sarei capace anch’io di fare il ‘liberale’ con il giovane immigrato; è una storia ‘francese’, ha già commentato qualche altro, con riferimento ai sogni di integrazione di una società periodicamente percorsa dalla ribellione delle periferie metropolitane;  bella favola, ha chiuso la discussione chi non ammette ‘messaggi’ dalla commedia.

Invece, potrebbe essere la replica, è anche di questo che abbiamo bisogno, in un periodo complicato e difficile come quello che stiamo vivendo: riflettere riuscendo persino a sorridere. E  viceversa. Senza, nemmeno, dimenticare che si tratta di una storia vera: il ricco tetraplegico si è fatto una famiglia all’estero, il giovane di banlieu è diventato un imprenditore. I due, ci ricordano i crediti finali, sono molto legati l’uno all’altro.

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