Editoriale

La chiusura dell'IsIAO, un crimine culturale con molti colpevoli

Una specie di “presagio” è stato il fatto che anni fa venne depositato presso l'Istituto il materiale del suddetto Museo Coloniale...

Riccardo Rosati

di Riccardo Rosati

a scomparsa del'IsIAO (Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente) ha interrotto la gloriosa tradizione degli orientalisti di scuola IsMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente), un Ente voluto da Giovanni Gentile e Giuseppe Tucci nel 1933. Trattasi di un autentico crimine culturale. Molto è dovuto alla sciagurata gestione della cultura durante l'“Era Berlusconi”, ma di certo, quando si è trovata al potere, anche la sinistra non ha mosso un dito per salvare questo Patrimonio scientifico nazionale.

Vogliamo subito chiarire che le informazioni qui riportate, oltre a essere il frutto di nostre ricerche e conoscenza diretta dell'IsIAO, ci sono state riferite da persone per anni molto vicine all'Istituto, ma che per ovvie ragioni hanno preferito restare anonime. 

Cominciamo col dire che la situazione dell'Ente si aggrava in modo drammatico con i tagli alla cultura del 2008, durante l'ultimo Governo Berlusconi, voluti dall'allora ministro della Economia Giulio Tremonti, tanto da far finire l'IsIAO nella lista dei cosiddetti “enti inutili”, in base al fatto che aveva meno di trenta dipendenti. Follia figlia della ignoranza più nera quella che sta uccidendo l'Italia, un tempo patria di geni: considerare inutile il più antico e prestigioso centro di studi orientali d'Occidente. Non il tanto decantato SOAS di Londra, non certo di una semplice facoltà di lingue orientali stiamo parlando, bensì di un istituto indipendente dalle università, con collezioni museali proprie e con all'attivo poderose campagne di scavo – tra tutte quelle gloriose nella zona del Gandhāra (gli odierni Afghanistan e Pakistan) – questo era l'IsIAO!

Una mobilitazione internazionale, con tanto di petizione inviata all'ex-presidente Giorgio Napolitano, ha permesso all'IsIAO di uscire da quella assurda lista; ci chiediamo quanti altri centri di ricerca siano finiti sotto la demente mannaia della “finanza creativa” di Tremonti. Tuttavia, i problemi dell'Istituto, con sede in via Ulisse Aldrovandi – accanto al Museo Civico di Zoologia e a poche centinaia di metri dalla magnifica Galleria Nazionale di Arte Moderna – sono davvero annosi e non dipendono, come avremo modo di vedere, solo dai pur ingenti tagli ai finanziamenti imposti negli ultimi anni dai vari governi. Un errore storico fu, ad esempio, la decisione da parte del Ministero degli Affari Esteri, che era deputato alla “sorveglianza” sia dell'IsMEO che dell'Istituto Italo-Africano, di fondere nel 1995 i due enti: una scelta dovuta alla speranza in tal modo di salvarli da possibili chiusure future, creando una struttura più grande, l'IsIAO per l'appunto. Fatto sta, che lo stratagemma non funzionò e già nel 2011, il Ministero palesò quasi una volontà di liberarsi dell'Istituto, visto ormai come un peso. Molte incomprensioni vennero causate dalla tendenza del Ministero a intromettersi nella gestione dell'Ente, trattandolo come il vecchio Istituto Italo-Africano, il quale non era un vero centro di ricerche, bensì più un ufficio ministeriale per la cooperazione in Africa.

Avendo tutt'altra tradizione, l'IsIAO e il suo organo direttivo si opposero alla ingerenza dello Stato e questo inclinò definitivamente i rapporti tra le due parti. Un ulteriore grave problema fu anche la gestione del personale, con la maggior parte dei dipendenti assunti in modo precario. Per non parlare poi della scelta del corpo docente negli ultimissimi anni di attività, diciamo che giravano un po' troppe “figliocce” provenienti dalla università “L'Orientale” di Napoli, segnatamente per quanto concerneva la sezione giapponese. 

Non è davvero bello parlar male di chi non c'è più, specialmente quando si tratta di un iranista del livello di Gherardo Gnoli (1937 – 2012), ma non possiamo non stigmatizzare che anche lui ha avuto delle colpe per la triste fine dell'IsIAO, essendone stato il presidente per lunghissimo tempo. Il rispetto va sicuramente allo studioso, ma come amministratore, la sua gestione è stata inadeguata, e quale prova migliore a sostegno di ciò del fallimento dell'Istituto? Parlano i fatti! Gnoli vedeva l'Ente come una specie di proprietà personale, spalleggiato da alcuni fidati sodali, i quali non lo hanno consigliato bene nel necessario svecchiamento nella conduzione dell'Istituto. Egli ha progressivamente svuotato l'IsIAO delle sue funzioni, limitandosi  spesso a promuovere convegni e pubblicazioni, trascurando il fondamentale ruolo di “agente” geopolitico dell'Istituto – come fu invece concepito all'inizio da Tucci – privandosi inoltre di molte collaborazioni e finanziamenti: i cinesi erano pronti a investire molto nell'IsIAO e a breve ne spiegheremo il motivo. Poi ci fu la graduale riduzione delle attività del blasonatissimo Centro Scavi. Infine, è stata snaturata la celebre collana “Orientale Roma”, nella quale si pubblicavano principalmente testi orientali tradotti, ma anche in lingua, facendola diventare una semplice edizione per la pubblicazione di atti di convegni et similia.

Ci dispiace dirlo, ma la gestione di Gnoli si è dimostrata non al passo con i tempi e, in definitiva, inefficace. Non ci fu mai un vero aggiornamento della offerta formativa. Studenti e insegnanti vennero addirittura messi al corrente solo pochi mesi prima della cessazione delle attività dell'IsIAO. Molti iscritti ai corsi non hanno quindi potuto sostenere il terzo e ultimo anno e conseguire il prestigioso Diploma; come detto, una tradizione di studiosi interrotta.

Alcuni orientalisti dell'Accademia a Roma avranno persino gioito alla notizia della chiusura, specialmente quelli appartenenti alla odierna corrente sinologica attiva nella Capitale: alla fine un concorrente in meno sulla piazza con cui competere. Ci chiediamo però, gente di questa risma sarebbero degli studiosi? Persone assetate di danaro e potere, che hanno visto nella morte dell'IsIAO una opportunità per espandere la propria influenza e non, come avrebbero dovuto pensare, un autentico crimine storico-scientifico.

Un’altra pesante tegola cade sull'IsIAO nel 2011, quando si spegne improvvisamente il suo direttore generale: Umberto Sinatti. Un appassionato manager – scomparso a soli 55 anni – che aveva assunto le redini dell'Istituto dopo importanti esperienze maturate nel mondo della pubblica amministrazione. Nel dicembre dello stesso anno, l'Ente viene messo in liquidazione amministrativa coatta. In estate si dovrebbe chiudere il processo di liquidazione; rimangono forse ancora più di 4 milioni di debiti a carico dell'IsIAO, che poi – per salvare un istituto di tale blasone – non sarebbero nemmeno molti. Ciononostante, il Ministero non ha alcuna intenzione di farsene carico. Difficile negare come tale fallimento sia stato causato sì da fondi sempre più ridotti, ma anche da una dirigenza poco previdente, la quale non si è mai voluta aggiornare e che nel tempo ha persino isolato l'IsIAO, mettendolo in contrasto con le università romane. 

Alcune parole vanno assolutamente spese sul destino dell'importantissimo patrimonio dell'IsIAO. Le collezioni africane (già Museo Coloniale) sono state acquisite dal Museo Nazionale Preistorico Etnografico 'Luigi Pigorini', ma il loro destino non è certo cambiato. Sarebbe a dire, che sono state semplicemente spostate da un deposito a un altro; come pure tutto il materiale orientale dell'Istituto, trasferito nel Museo Nazionale d'Arte Orientale in via Merulana. In via Aldrovandi rimangono solo la preziosa cartoteca, la fototeca africana e la straordinaria biblioteca, che a causa del fatto che per mesi è rimasta staccata la corrente, dunque anche l'aria condizionata, il fondo “rari” è stato attaccato da delle muffe. Questi testi necessiterebbero di restauri urgenti, ma il Ministero non mostra alcun interesse in materia. Come potrebbe del resto, visto che non si prende neanche la briga di assumere un paio di bibliotecari, così da riaprire al pubblico e agli studiosi almeno la biblioteca, dove, lo ricordiamo, è custodito il Fondo Tibetano di Giuseppe Tucci, talmente raro, che persino i cinesi volevano studiarlo, essendo il più importante al mondo dopo quello che si trova a Pechino. Ci conforta però aver scoperto che perlomeno la Biblioteca non può essere alienata dall'IsIAO.

Una specie di “presagio” è stato il fatto che anni fa venne depositato presso l'Istituto il materiale del suddetto Museo Coloniale, come a volerne sancire una specie di futuro a termine: accatastare una intera raccolta etnografica, utilizzando l'IsIAO come una specie di magazzino; una palese mancanza di rispetto verso la ricerca, nonché il tentativo di obliare la nostra storia. Alla fine i politici, seppur come abbiamo visto anche per colpa di dirigenti poco attenti nella gestione, ce l'hanno fatta e a via Aldrovandi rimane solo il fantasma di una parte significativa della orientalistica italiana. Le colpe politiche sono soprattutto di un centrodestra ignorante e di vari ministri dell'Economia e degli Esteri. Questi ultimi totalmente privi di grano salis, inclini a risparmiare sulla ricerca, per poi sperperare i soldi in consulenze inutili, quanto costose. Ricordiamoli allora i titolari di questo importante dicastero: Franco Frattini (2008), Giulio Terzi di Sant'Agata (2011) – dunque destrina berlusconiana il primo e un “montiano” il secondo –  seguiti da una lista di ministri di sinistra o quasi, uno peggio dell'altro: Emma Bonino, Federica Mogherini e quello tutt'ora in carica, Paolo Gentiloni. Nessuno di costoro ha aiutato a salvare l'IsIAO, altrimenti oggi l'Istituto sarebbe ancora aperto, se non altro per quanto concerne la parte utile ai ricercatori.

Il timore è che la stessa sorte toccherà in futuro al Museo Nazionale d'Arte Orientale. Difatti, il Ministero della Cultura ha in più occasioni messo in dubbio la sopravvivenza di quella che è a nostro avviso la prima raccolta orientale d'Occidente. Molti non conoscono l'importanza di questo Museo, a causa della solita esterofilia degli addetti ai lavori e per il fatto che gran parte delle raccolte giace nei depositi, anche se ciò che è esposto ne fa comunque una perla museale in ambito internazionale.  

Credere che l'IsIAO sia come un peso di cui sbarazzarsi è lo specchio che ci rivela quello che siamo diventati, un Popolo di ignoranti, pronti a farsi abbindolare dal cialtrone di turno alla guida del Paese; una volta di destra, l'altra di sinistra. Tanto ci beviamo tutto, accettiamo passivamente qualsivoglia menzogna o decisione insensata, giacché il cervello stesso è oggigiorno una specie di optional di lusso per l'italiano medio.

François de La Rochefoucauld espresse con autentico genio la essenza dell'animo umano e della società nelle sue celebri “Massime” (1665), con frasi di questo tipo: “Ci sono eroi nel male come nel bene”. Possiamo solo dire che se egli avesse avuto modo di conoscere la nostra epoca, avrebbe probabilmente riformulato questo pensiero.

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