La capitale del tempo

A proposito di un romanzo di Sandro Giovannini

di Giovanni Sessa

A proposito di un romanzo di Sandro Giovannini

La copertina del libro

Sandro Giovanni è autore che stupisce. Sempre. Anche la sua ultima fatica letteraria conferma questa affermazione. Mi riferisco al recentissimo romanzo La capitale del tempo, nelle librerie per i tipi di NovAntico editrice (per ordini: 335/5655208, euro 18,00). Dopo aver attraversato nelle   produzioni saggistiche, ultima in ordine cronologico ma non per rilevanza teorica, …Come vacuità e destino, gli autori non conformi sui quali giovani intellettualmente inquieti, negli anni Settanta, costruirono le loro speranze politiche di rettifica dell’area di appartenenza e, più in generale, dello stato presente delle cose, ora giunge come soleva dire Michelstaedter, ai ferri corti con la vita, ad un confronto serrato con il significato ultimo dell’ex-sistere.

    Il romanzo che brevemente discutiamo prospetta diverse vie d’accesso al lettore: può, infatti, essere interpretato come una “biografia familiare”, un fare i conti con il Padre-Legge, in quanto il protagonista Marco è l’alter egodel genitore dell’autore, Enzo Giovannini, pilota dell’Aviazione italiana in Etiopia tra il 1937 e il 1941, nella fase in cui le nostre Forze Armate erano impegnate a contrastare bande di ribelli etiopi armate dagli inglesi. Il narrato, per ampia parte ambientato nel Corno d’Africa, ha il tratto caratteristico, in alcuni suoi momenti, del racconto storico, dal quale è possibile, tra le altre cose, rilevare l’effettivo ubi consistam del colonialismo italiano, almeno di quello effettivamente realizzato da chi era allora in prima fila nell’Africa Orientale al fianco del Duca d’Aosta che, in più di un’occasione, compare nelle vicende della storia raccontata. Una presenza, quella italiana in Etiopia, non fatta di esclusivo sfruttamento delle risorse locali e delle popolazioni aborigene, ma sostanziata dal sacrificio e dal duro lavoro di quanti si insediarono in zone aride dell’Acrocoro e le trasformarono in aree fertili. E’ il caso testimoniato da un personaggio minore, Luigi, già subalterno di Marco, la cui personalità, colta in modo compiuto dall’autore, è centrata sulla fedeltà solare dei cosiddetti umili. Questi, con la famiglia, si era stabilito in una fattoria sulle sponde del lago Gondar, trasformata in un’oasi di rigoglio ortofrutticolo.

   O ancora, il testo può essere letto quale racconto eroico e d’atmosfera, in quanto Giovannini con   capacità descrittiva e lieve tratto di penna, ci trasporta in una dimensione storica e spaziale, apparentemente persa per sempre, e riesce a farci godere in prima persona le scorribande aeree dei piloti della XIV Squadriglia, la Testa di Leone, e della XV, La Disperata. Ma, si badi, non sono gli uomini i soli protagonisti delle vicende de La capitale del tempo, lo sono in maniera ancor più rilevante, i paesaggi africani, i medesimi descritti da Vittorio Boenio Brocchieri in Cieli d’Etiopia: spazi sconfinati attraversati dalla nostalgia di chi ha avuto la ventura di soggiornarvi, la loro varietà orografica e la flora lussureggiante li rendono ineguagliabili, la foresta del caffè di Babaduna, gli eremi copti e i castelli portoghesi di Gondar, gli immancabili Tucul di argilla e paglia degli autoctoni, rappresentano il manifestarsi di un genius loci generoso. A confermare la legittimità dell’esegesi del testo sotto il segno del “romanzo storico” sono anche le rivelazioni inedite di Giovannini: la prima riguarda la spedizione poco conosciuta del Generale Piacentini, che in Etiopia scoprì pigmei ermafroditi. Tale scoperta fu sottaciuta per ragioni politiche. La seconda la svela la ricca appendice fotografica di cui è corredato il volume, in cui viene ritratto l’ufficiale francese, presente nel testo con il nome di fantasia “Lamberti”, che diede per primo la notizia alla comunità internazionale dell’uso italiano delle armi chimiche. Ancor più rilevante, sotto il profilo storico, è il ricordo, connotato di pietas, delle violenza subite dalla popolazione civile italiana a opera dell’etnia Kikuju, inquadrata nei ranghi dell’esercito inglese. Tali riferimenti storici, pur rilevanti, sono diversivi narrativi, in quanto, come si vedrà, è il paesaggio nell’economia generale del romanzo a svolgere un ruolo dirimente, ai fini della decodificazione delle reali e più profonde intenzioni dell’autore.

     Esse sono in qualche modo volutamente, quasi iniziaticamente, velate dalla strutturazione a più livelli della fabula, dal suo essere molte cose in una. Aspetto che la tecnica narrativa adottata manifesta con evidenza. Al narrato vero e proprio, si alternano lettere che i protagonisti si scambiano tra loro o che inviano a persone distanti, tra cui personaggi noti, quali il filosofo Julius Evola (indizio significativo per comprendere le intenzioni di Giovannini), articoli comparsi su pubblicazioni, cambi improvvisi di ambientazione. Tale tecnica mira, innanzitutto, a mostrare come il passato sia sempre nel presente, al medesimo tempo pregno e sostanziato di futuro, da qui il titolo, crediamo di interpretare correttamente, di La capitale del tempo. In questo eterno presente avviene l’incontro di Marco con Silvia, donna sposata, per la quale il protagonista prova immediata attrazione ed amore. La descrizione degli amplessi tra i due cela in realtà, una cerca interiore dai tratti, a volte, drammatici. In questa storia d’amore intenso e contrastato, Silvia svolge il ruolo del Doppio, dell’Ombra che si cela in ognuno di noi e, più in generale, nella vita.

    Reintegrare l’Ombra era l’arduo compito cui alludevano i “Misteri della Donna”, della “Beatrice”, consistenti fondamentalmente nell’attualizzare nell’uomo qualcosa di latente, in potenza e sopito. Un principio latore di Vita Nova.Il medesimo che il protagonista del romanzo Marco, cerca spasmodicamente nel confronto con Silvia e che nella seconda parte del volume, ambientato nel contesto storico del drammatico dopoguerra, sembra, per certi aspetti, aver conseguito.  L’interesse per Evola è importante lungo questi itinerari, ma a noi pare Giovannini essere assai prossimo al Gurdjieff della Quarta Via. Infatti, il lavoro di integrazione coscienziale che viene descritto nel romanzo, si basa sull’armonizzazione dell’essere umano in tutte le sue parti costituenti, il cui obiettivo terminale è la ricongiunzione della dimensione interna, coscienziale, con il mondo esterno: questa la ragione dell’interesse per i paesaggi e per i viventi che li abitano. Il protagonista vive ogni momento intensamente, in quanto è nel mondo, senza ormai appartenervi più del tutto.

   Pagine rivelative, importanti, quindi, quelle di Giovannini. Una confessione spirituale che esplicita, a nostro beneficio, la verità segretaperseguita nel suo percorso esistenziale. 

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