Donne nella storia

Nicoletta ovvero la sposa compiacente

Nella pur vasta produzione goldoniana non esiste una commedia che si intitoli La sposa compiacente, ma avrebbe dovuto esserci, o forse c’era, tuttavia non nell’arte, piuttosto nella vita, e l’interprete principale fu Nicoletta Connio

di Francesca Allegri

Nicoletta ovvero la sposa compiacente

Goldoni, a Genova con la compagnia Imer, la conobbe nel 1736 proprio come sulla scena di una delle sue opere. La ragazza abitava vicino al teatro dove Carlo lavorava con la sua compagnia e i due si guardarono: lui dalla strada, lei, come si conviene, dal balcone e fu amore! Tutto, proprio tutto, come in una rappresentazione, per una volta fu il mondo a imitare il teatro e non viceversa, oppure così ci racconta Goldoni nelle sue Memorie, perché a tanti anni di distanza  forse il ricordo diviene più sfumato e meno realistico. Comunque, il giovane commediografo, aveva ventinove anni, conosce la bella ragazza di buona famiglia di dieci anni più giovane, trova una scusa per avvicinare il padre, notaio del Banco di Genova, e comincia a frequentarne la casa.  La prima piacevole, ma superficiale, conoscenza si approfondisce e i due decidono, con soddisfazione dei reciproci parenti, di sposarsi. Con Goldoni siamo sempre, manco a dirlo, in aria di commedia, certo non di dramma e tanto meno di tragedia. Da quel momento in poi Nicoletta sarà la fedelissima ombra di Carlo.  Anche la prima notte di nozze sembra una scena da commedia: i due sposini, con l’emozione che si può ben immaginare, dopo le nozze partono, ma in una locanda Carlo viene colpito da un attacco di vaiolo, niente di pericoloso perché già  ne era stato affetto qualche tempo prima, ma abbastanza per rovinare alla povera Nicoletta la luna di miele. Nelle memorie del marito Nicoletta piange, piange tanto, ma Carlo la consola dicendole che certo non diverrà più brutto di quello che già è.

Poi a Venezia inizia la convivenza con suocera e zia, che, da qualche rapido accenno dello stesso nipote, non doveva certo mostrare un carattere facile. Povera Nicoletta: la coabitazione con due suocere e l’allontanamento dalla famiglia di origine che rivide solo poche e sporadiche volte negli anni che ebbero a seguire! E non sempre furono anni facili! Carlo aveva un debole per le belle donne e le belle donne, come ognun sa, in teatro abbondano. Inoltre egli, così apparentemente sorridente nelle sue opere, così sereno nei suoi Memoires nei quali con settecentesco brio narra anche le vicende più difficili, in realtà soffriva di profonde e cupe depressioni; mai sembra che la moglie se ne sia lamentata, come anche appare sempre disponibile a seguirlo nella sua vita assai errabonda e nei suoi rischiosi investimenti finanziari. Uno dei più azzardati fu quello propostogli da un certo Raguseo e appoggiato da suo fratello; il Raguseo avrebbe dovuto reclutare un’armata per incarico di un non meglio precisato sovrano straniero, ma in realtà si rivelò un impostore e frodò al malcapitato scrittore ben seimila lire, che all’epoca erano una bella cifra. Carlo decide così, dopo questa disfatta finanziaria, di lasciare Venezia e la moglie fedelmente lo segue. Di nuovo con spirito stoico sopporta un viaggio disastrosissimo sulla costa romagnola fra Rimini e Cesena, soprattutto per la guerra in corso fra austriaci e spagnoli. Capita di tutto: perdono i bagagli, un vetturino dopo aver intascato i soldi della corsa li lascia a piedi e di nuovo la povera Nicoletta si dispera. Il viaggio si fa, se non propriamente pericoloso, certo assai difficile e faticoso: i due malcapitati a piedi devono percorrere miglia e miglia per raggiungere Cesena, devono addirittura guadare dei fiumi e Carlo scende in acqua tenendo sempre in braccio la moglie ché non si bagni. Certo Goldoni fu un marito problematico: ipocondriaco, infedele, giocatore, difetti tutti che resero la vita della moglie assai impegnativa, fu tuttavia sempre premuroso e rispettoso e per lei non ebbe che parole di lode ed elogio. L’iconografia ufficiale vuole Nicoletta tacita e muta, sempre pronta ad assecondare le stravaganze dell’artista, ma se leggiamo bene fra le righe, anche se solo da pochi e sporadici accenni, forse non fu del tutto così. Anche la pacificissima Nicoletta deve aver avuto i suoi scatti. Ne fanno fede alcuni passi veloci e un po’ reticenti dei Memories. I due si trovano a Rimini e sono ospiti del capitano austriaco che con le sue truppe occupa la cittadina; qui  Goldoni incontra un suo vecchio conoscente il Sig. Borsari: Frattanto, mentre ragionavamo così, il signor Borsari e io, mia moglie sosteneva con qualche ripugnanza la conversazione dei signori ufficiali tedeschi, che non piegavano le ginocchia davanti alle donne come gli Spagnoli. Mi fece cenno di non poterne più; onde prendemmo congedo dalla compagnia, rimanendo con il signor Borsari. Ecco che Nicoletta dà qualche segno di inquietudine, attribuita diplomaticamente dal marito alle maniere degli ufficiali austriaci, meno galanti di quelli spagnoli, ma sotto sotto la verità sembra trasparire con maggiore evidenza. Leggiamo ancora: Vi erano divertimenti di ogni sorta: balli, accademie, giochi pubblici, conversazioni allegre, gioventù vivace; vi si trovavano passatempi adatti a qualunque stato e carattere. In quanto a me, amavo mia moglie, dividevo con lei i piaceri, ed ella mi seguiva dovunque. Nella sola casa della mia comare ricusò di venir meco; non che essa mi impedisse di andarvi, ma quell’attrice non le andava a genio, e dei gusti non si può disputare. Insomma, nonostante la guerra, a Rimini ci si diverte e molto, ma Nicoletta si rifiuta categoricamente di frequentare il salotto dell’attrice Bonaldi, nonostante che, a dire del marito, la povera Nicoletta fosse: la bontà, la compiacenza in persona, approvava sempre tutto quello che proponeva suo marito.Ma né la bontà né la compiacenza possono in alcun modo indurre una moglie, innamorata, a frequentare il salotto di una rivale. E Goldoni? Finge di ignorare, metaforicamente e ipocritamente si stringe nelle spalle davanti a questa, che vuol presentare come una stranezza della sua signora. La mite consorte, inoltre, soffrì molto per la lontananza dei suoi: poche volte poté tornare a visitarli a Genova  anche durante il soggiorno pisano che si protrasse per qualche anno, durante il quale Goldoni riprese con un certo successo, perfino economico, la sua professione di avvocato. Fu proprio in quel periodo che lo lasciò anche se solo per poco tempo e, accompagnata da un fratello, si recò a Genova. Rivedrà la sua città e i suoi parenti solo molti anni più tardi quando con il nipote e il marito si imbarcherà, proprio da qui, per la Francia e da Parigi non tornerà mai più.

 Non ebbero figli, ma Goldoni, di questo bisogna dargli atto, mai ne fece colpa o rimprovero alla moglie e non sembra che ne sentissero particolarmente la mancanza, soprattutto quando, dopo un’assenza di molti anni, ricomparve all’orizzonte il fratello scapestrato di Carlo, colui che lo aveva coinvolto nel disgraziatissimo affare del Raguseo e che poi si era involato. Nei dodici anni seguenti si era sposato, era rimasto vedovo con due figli a carico. Saranno i nipoti che Nicoletta accoglierà, fortunatamente per loro, come figli propri: All’inizio del 1754 ricevetti una lettera di mio fratello, dopo dodici anni che non avevo nuove da lui; me le dava dunque tutte in una volta, e cominciava dalla battaglia di Velletri cui si era trovato al seguito del duca di Modena, fino al giorno in cui gli era piaciuto scrivermi. La sua lettera proveniva da Roma, dove si era accasato con la vedova di un avvocato. Aveva due figli: un maschio di otto anni e una femmina di cinque. La moglie era morta. Annoiatosi di un paese ove i militari non si consideravano né eran riguardati per utili, desiderava vivamente avvicinarsi al fratello e presentargli i due rampolli della famiglia Goldoni. Ben lontano dall’offendermi di una dimenticanza e di un silenzio di dodici anni, m’adoprai subito per codesti due fanciulli che potevano aver bisogno della mia assistenza, e invitai mio fratello a ritornare liberamente nella mia casa. Scrissi senza interpor dilazione a Roma, che gli venisse fornito il denaro che poteva occorrergli; onde nel marzo dello stesso anno strinsi al seno con la più schietta soddisfazione questo fratello, stato sempre a me caro, unitamente ai due nipoti che adottai per miei propri figli. Mia madre, che era ancora in vita, ebbe un piacere stragrande di rivedere questo figlio, che già più non considerava nel numero dei viventi; e mia moglie, di cui la bontà e dolcezza non si smentirono mai, accolse i due fanciulli come se fossero i suoi, dandosi cura della loro educazione. E i nipoti le furono grati: il maggiore Antonio li seguirà in Francia e resterà con lei anche dopo la morte dello zio; la ragazzina, alla loro partenza, sarà posta, come allora era uso piuttosto comune, in un educandato e, non avendo mostrato alcuna inclinazione per la vita religiosa, troverà una dignitosa sistemazione matrimoniale. Quasi alla fine dei Memoires, Goldoni definirà il matrimonio di quest’ultima come assai felice. Tutto finisce bene allora, come nelle migliori commedie; non precisamente. Goldoni continuò per molto tempo a soffrire di depressione  e ancora una volta Nicoletta, savia e prudente, gli è accanto: Mia moglie, che ben conosceva la mia natura, procurò di calmarmi e mi consigliò un salasso. Credo che avrei fatto bene a seguire il suo consiglio, ma in mezzo ai fantasmi che mi soffocavano, riconoscevo la mia balordaggine e mi vergognavo di cedervi. Lo sconcerto stato sì forte che mi causò una malattia, e durai più fatica a risanar lo spirito che il corpo. Il dottor Baronio, mio medico, dopo aver adoperato per ristabilirmi i soccorsi della sua arte, mi tenne un giorno un discorso che mi risanò perfettamente. Voi dovete, mi disse, guardare il vostro male come un fanciullo che viene ad assalirvi con una spada; se starete in guardia non vi ferirà; ma se gli presentate il petto voi stesso, basterà un fanciullo ad uccidervi. Poi gli anni della vecchiaia a Parigi, dove l’Artista riscuote una certa fama, anche economica: la sua vita personale si fa più tranquilla ed egli riesce a inserirsi con successo nel mondo culturale vivissimo dell’epoca. Conosce Voltaire e Rousseau, per esempio, dopo aver imparato con facilità il francese, lingua che Nicoletta non padroneggerà mai, il che la escluderà da buona parte della vita sociale. Ma forse per lei non sarà un periodo infelice, gli ultimi accenni del marito saranno pieni di tenera vita domestica, con freschi particolari che la riguardano. Il marito torna la sera dai suoi impegni modani e i due si fermano a conversare tranquillamente fino al momento di andare a dormire e qui  Goldoni descrive una di quelle piccole speciali abitudini che sono il cemento di unioni lunghe e, tutto sommato, felici: di inverno dormono nello stesso letto, d’estate per colpa del caldo in due letti separati, ma, precisa puntigliosamente Carlo, sempre nella stessa stanza.

In fine nel 1793 il marito morirà, dopo aver attraversato un duro momento di miseria, con la rivoluzione francese infatti gli era stata ritirata la pensione una volta assegnatagli dalla casa reale. La Convenzione gliela renderà, per i suoi meriti artistici, su perorazione di Giuseppe Maria Chénier, il fratello di André, il poeta famoso, ma, beffa delle beffe, solamente il giorno dopo la sua morte. A Nicoletta tale pensione sarà confermata, anzi verrà organizzata da intellettuali dell’epoca una rappresentazione  del Burbero benefico il cui incasso le sarà devoluto perché possa onorare, anche se solo in parte, i debiti del marito. Morirà nel 1795, a settantotto anni, senza mai essere tornata in Italia e aver rivisto l’amata Genova, ma non sola, sarà insieme a quel nipote Antonio che aveva allevato come un figlio.

 

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