Su un nuovo testo di Giovanni Sessa

Di scolastiche e di possibili.

di Giovanni Damiano

Di scolastiche e di possibili.

Copertina del libro

Il pensiero di Tradizione, al centro dell’ultimo, importante libro di Giovanni Sessa (Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, 2015), si oppone frontalmente a ogni scolastica tradizionalista. Di contro alla sterile e autoreferenziale ripetizione del medesimo, tipica delle scolastiche tradizionaliste, il ‘pensiero di Tradizione’ andrà inteso, piuttosto, come un ‘dialettico’/dinamico poter-esssere-di-nuovo del “patrimonio ideale tradizionale” (p. 16). Per cui, lungi dal rinchiudersi in inviolabili vette metafisiche, il ‘pensiero di Tradizione’ non si sottrae al duro confronto con la storia, né ritiene precluso ogni suo possibile ‘incunearsi’ nel tempo, né tanto meno si abbandona alle usuali lamentazioni nostalgiche di condanna del ‘mondo moderno’. In altre parole, Sessa vuole preservare la forza del ‘pensiero di Tradizione’ e la sua attuale inattualità, evitando, al contempo, di ridurlo a mero reperto museale.

     Ma il ‘pensiero di Tradizione’ può conoscere nuovi inizi perché declinato nel senso del sempre possibile. È questa la decisiva mossa teoretica di Sessa che gli consente di sfuggire al rischio di consegnare il ‘pensiero di Tradizione’ a un destino paralizzante mascherato da eternità. Per sempre possibile non bisogna però intendere, a mio parere, il possibile puramente logico (cioè non contraddittorio), o il possibile come un che di compatibile con gli eventi fisico-naturali del nostro mondo, oppure il possibile diacronico (o condizionato/antecedente), destinato a estinguersi a un dato momento del tempo.                

     Piuttosto mi sembra che il sempre possibile possa essere accostato, in prima istanza, all’idea di possibilità sincroniche, ossia, per dirla con Massimo Mugnai (Possibile/necessario, Bologna 2013, p. 15), alla concezione relativa a “possibili stati di cose o eventi che, pur non realizzandosi, ‘sussistano’, in un certo senso, accanto agli stati o agli eventi che sono divenuti attuali, costituendo una sorta di ambito dei possibili non realizzati, alternativi a quel che esiste”; in particolare, poi, ma si tratta di accenni che meriterebbero ben altro spazio, si potrebbe considerare il sempre possibile ‘assonante’ col realismo modale, cioè con quella ontologia dei mondi possibili di cui parla sempre Mugnai (ma sull’argomento si possono proficuamente leggere anche due testi di Franca D’Agostini, I mondi comunque possibili, Torino 2012, e Realismo?, Torino 2013, e, per una prospettiva in parte diversa, il bel libro di Remo Bodei, Immaginare altre vite, Milano 2013).

     Una volta indicato, seppur in maniera assai cursoria, l’orizzonte di senso, la cornice teorica del libro di Sessa, è adesso il caso di passare a un’analisi più ravvicinata di alcuni dei singoli testi che lo compongono.

     Lo scritto che apre il testo di Sessa, dedicato al metodo tradizionale così com’è stato formulato da uno dei maggiori esponenti della cosiddetta ‘Scuola di Vienna’, ossia Walter Heinrich, mi sembra possa essere considerato la vera architrave su cui poggia l’intero libro. Attraverso una fittissima rete di rimandi a temi e autori, Sessa mostra infatti non solo la ricchezza argomentativa e tematica propria del metodo tradizionale, capace di far dialogare con profitto discipline quali la storia delle religioni e del mito, la filosofia, la critica letteraria e la storia, quanto soprattutto la sua caratteristica essenziale, consistente nel continuo, costitutivo, intersecarsi della dimensione della storia con quella della ‘metastoria’, al di là, quindi, sia di un ‘umano troppo umano’ appiattimento sul solo piano storico, sia di un asfittico e autoconsolatorio rifugiarsi nelle ‘torri d’avorio’ della metafisica.

     L’analisi di Sessa delle interpretazioni di Heidegger e Colli del frammento di Anassimandro mi sembra invece costituisca un davvero notevole esempio di ‘applicazione’ del metodo tradizionale ad uno dei vertici del pensiero filosofico arcaico europeo. Degna di nota è la conclusione di Sessa, che pare convergere verso una comune matrice ‘dionisiaca’, letta in parallelo all’emergere del momento aurorale della physis come incessante ‘produttrice’ di vita.

     Il testo di Sessa si chiude con tre lavori dedicati rispettivamente a Colli, Evola e Berto Ricci. Se quest’ultimo autore, a parere di chi scrive, sembra essere ‘fuori asse’, o comunque meno organico, rispetto al resto del volume, molto interessante mi è parsa invece l’intuizione di Sessa di stabilire un legame tra Evola e il cosiddetto ‘Romanticismo di Heidelberg’, in modo di dar vita a un altro, fruttuoso, collegamento capace di confermare la ricchezza e la ‘produttività’, in termini di guadagno conoscitivo, del metodo tradizionale.

     Ma è Giorgio Colli a rappresentare l’autore indubbiamente centrale nell’itinerario tracciato da Sessa. Anzi, io credo, in definitiva, che tutti i vari ‘sentieri’ del libro finiscano per trovare il loro ‘punto di confluenza’ nella figura e nell’opera del filosofo torinese. Così come penso che una delle mosse più riuscite di Sessa stia proprio nel tentativo di far rientrare (va detto, senza eccessive forzature o ansie di annessione ideologica) Colli nel ‘pensiero di Tradizione’[1]. A tal proposito, risultano preziose le osservazioni di Sessa (pp. 87-88) sulla del tutto peculiare ‘politicità’ di Colli, decisamente consonanti con un ‘pensiero di Tradizione’ non inteso in maniera astrattamente astorica ma neppure piegato ad esigenze ideologiche quali che siano.



[1] Non a caso, in uno dei pochi libri (e non dei migliori…) dedicati a Colli si poteva leggere che la ricerca da parte del filosofo torinese di “un proprio ‘sistema’ filosofico non [era] certo esente da rischi: fondamentale quello del recupero di una mitologia dell’originario e dell’autentico” (F. Montevecchi, Giorgio Colli. Biografia intellettuale, Torino 2004, pp. 67-68).

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