Il flauto rovescio

Una controstoria della letteratura italiana

di Giovanni Sessa

Una controstoria della letteratura italiana

La copertina del libro

Gli autori del pensiero non conforme lamentano da tempo l’assenza nel nostro paese di testi organici, capaci di contrapporsi alla vulgata intellettuale dominante, diffusa, innanzitutto dai manuali scolastici e dai docenti in servizio permanente effettivo dei potentati culturali. Eccoli finalmente accontentati! Marco Cimmino, storico e docente nelle scuole superiori, ha da poco pubblicato per Bietti Il flauto rovescio. Controstoria della letteratura italiana (per ordini: 02/29528929). Tranquilli, non si tratta di un manuale, noioso e prolisso come quelli che abbiamo incontrato sui banchi scolastici, dalle pagine paludate, la cui lettura anziché avvicinarci agli autori presentati, ce ne allontanava. Al contrario. L’autore, la cui prosa è coinvolgente ed affabulatoria, riesce a far vivere i protagonisti della storia letteraria patria, da Foscolo ai giorni nostri, in modo nitido e chiarificatore. Suo intento primario è svelare il canone critico grazie al quale alcuni letterati nostrani sono stati affrettatamente beatificati, mentre altri sono stati aprioristicamente esclusi, discriminati o, peggio, condannati alla damnatio memoriae.

    L’incipit del volume, dedicato al Foscolo, chiarisce come Cimmino, nella sua esegesi si serva, quale criterio discriminante, della coerenza tra il dire e il fare. In questo senso il poeta è antesignano del (mal)costume nazionale. In lui, ricorda l’autore: “…non possiamo fare a meno di sottolineare come ai grandi e nobili propositi e sentimenti espressi con voce altisonante in ogni sua opera non fecero mai seguito atti degni di tali proponimenti” (p. 9).  Ben diverso il caso di Leopardi, la cui opera è stata, il più delle volte, presentata dalla critica e dal canone interpretativo ufficiale, quale esito della condizione di patimento fisico, e/o letta quale risultato di problematiche psichiche analizzate in chiave psicanalitica. In realtà, il grande recanatese, è latore di un messaggio di dignità umana e civile, in un epoca nella quale la lamentazione romantica la faceva da padrona. Il realismo tragico delle pagine dello Zibaldone è alta testimonianza di dignitas spirituale: “…chi affronta la realtà e l’osserva senza timore, difficilmente potrà evitare di esprimere scetticismo sull’umana stupidità o, se si preferisce, sulle debolezze dell’uomo” (p. 71). E’, infatti, lungo la medesima linea interpretativa di Cimmino che, negli ultimi decenni, si è mossa la critica leopardiana più accorta, leggendo il poeta con strumentazione teoretica. Si pensi alle analisi puntuali di Cesare Galimberti, Severino, Givone e soprattutto Donà. Pertanto, rispetto al recanatese, sta cedendo l’asserto critico-canonico, di intellettuale schierato dalla parte delle sorti progressive dell’umanità.

    Un caso emblematico, a parere dello studioso, è rappresentato da Italo Svevo, il quale all’inizio della carriera letteraria non era stato baciato dal successo, che gli arrise grazie alla “conventicola” di amici italiani e francesi che iniziarono a parlare di lui, su riviste prestigiose. Cimmino ricorda la debolezza della scrittura sveviana sotto il profilo lessicale e morfo-sintattico ma riconosce al  triestino di aver espresso: “…i caratteri negativi dell’uomo moderno…Svevo scelse di raccontare l’apparente normalità del banale quotidiano che, a conti fatti, si rivela più angosciante della semplice follia” (p. 369). Dopo Svevo, le sorti di molti letterati del nostro paese saranno segnate dai giudizi, a seconda dei casi negativi o positivi, della conventicola (ben retribuita) dei critici che, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, sarà schierata in toto nella difesa del politicamente corretto. Innanzitutto, nella difesa di ciò che Renzo De Felice definì la “vulgata resistenziale”. Tale atteggiamento esegetico produsse l’esaltazione acritica di romanzi d’appendice, che toccarono i vertici delle classifiche di vendita e dai quali furono tratti molti “capolavori” del neorealismo cinematografico: “…solo perché ambientati tra partigiani o resistenti” (p. 612). Ciò produsse uno dei peggiori fenomeni culturali del dopoguerra: la disumanizzazione dell’avversario, del fascista, incarnazione del male assoluto. Al contrario, la letteratura direttamente legata: “…alla resistenza ebbe più pudore…attenuò con la valenza estetica…certe forzature inaccettabili” (p. 611). E’ il caso di Beppe Fenoglio che nella descrizione della Guerra civile, si attenne alla dimensione oggettiva e non fece mai banale apologia resistenziale.

   La letteratura sessantottesca fu: “…deiezione amorfa e iconoclasta di una generazione annoiata e borghesuccia che…decise di cimentarsi in una rivoluzione da operetta, senza rischi e senza sussulti” (p. 703). In linea, del resto, con l’esisto storico ed ormai acclarato della contestazione: non certo liberazione dal Capitale, ma liberazione definitiva del Capitale dagli ultimi vincoli sociali che ne frenavano l’espansione mondialista e omologante. Nella produzione poetica di tali autori, venne meno la tenue ispirazione delle neoavanguardie, la loro fu una poesia del tutto superflua. Purtroppo i tedofori dello sperimentalismo nato allora, sono i maestri dell’Italia contemporanea che, grazie all’autocitazione pretenziosa, sono divenuti: “…i modelli culturali della correttezza politica e dell’egemonia del pensiero unico” (p. 701). La loro azione ha occultato volutamente la produzione creativa di “eretici” quali Papini, Prezzolini, Bontempelli, Malaparte, solo per fare qualche nome. Il secolo breve, nato in tragedia, è così finito in farsa.

   Solo la riscoperta della dimensione estetica quale discrimine tra ciò che è arte e ciò che non lo è, può oggi, conclude Cimmino, ridare speranza. La cosa è stata compresa da Giuseppe Conte, poeta contemporaneo, che ha scritto: “Interrogo te, padre, a te chiedo/ la forza per lottare e per credere che il deserto si deve traversare/ che della sabbia si può fare mare/ e alzare vele e scegliersi una rotta/ per andare dove non importa” (p. 716). Per attraversare il mare, è necessario riscoprire i sentieri interrotti della Tradizione.

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