RITRATTO DI UNA GENERAZIONE MUTA: ROMANZO

Andavamo a letto dopo Carosello

Capitolo VII. Homo sapiens, di padre in figlio. III. Lettera di Congedo. IV. Per noi, l’unica meta possibile è l’Origine

di Giovanni F.  Accolla

Andavamo a letto dopo Carosello

 Homo sapiens… Homo sapiens… Dii estis et filii excelsi omnes…

Tornato a casa mi misi a scrivere una lettera, ecco il testo.

Io credo, aiuta la mia poca fede! (Marco 9, 24)

Mi appresto a scrivere quanto segue, figlio mio, con un senso di angoscia nuovo, starei per dire inedito: mai come ora, in questo specifico momento, dico, l’esperienza del limite ha preso un volto e una dimensione tanto chiara (forse basterebbe guardare uno specchio? Sei stato tu lo specchio?). È ciò di cui vorrei trattare che me ne dà la visione, la monumentale inviolabilità. Ti vorrei scrivere in versi, di solito mi viene meglio, ma l’argomento non può essere trattato altrimenti che non in prosa, in una prosa stentata e senza ornamenti. Neanche la poesia può approssimarsi alla verità, quando questa ha travolto gli argini estetici che la separano (seppur poco) dalla vita. E non ci basta una verità dialettica (per quanto sia l’unica praticabile) che nasconda la menzogna.

In alcuni casi gli strumenti che abbiamo a disposizione sono davvero inopportuni, confondono l’interpretazione. Comprendiamo per simboli e per simboli comunichiamo e così, non solo scrivere non basta, ma occulta il pensiero dietro ad un’inevitabile cifra estetica. La nostra personalità genera equivoci: non è un punto di forza ma un limite. Così, in questo caso, ti vorrei scrivere scevro di me stesso, ti vorrei scrivere dal luogo dell’oblio e dell’abbandono. Vorrei conoscere la lingua dei non nati, dei mai venuti al mondo e saperli dire cos’è davvero un uomo. Vorrei parlarti di Dio o, se preferisci, dell’innocenza.

Mi vengono in mente dei versi che non ho mai scritto e che rovinerà dicendoli: Vero e non reale: succede / di lottare per essere quel che si è. / Atti unici: ironia della morte. Come al solito, ora che l’ho scritti, non li capisco appieno, ma scrivere mi piace e, per quando mi laceri la paura di dire senza conoscere, mi emoziona come un bambino. Le illusioni prosperano col solo aiuto del respiro, siamo malati di vita: siamo relegati nel commento. “Lo spirito scopre l’identità; l’anima, la Noia; il corpo, la Pigrizia. È uno stesso principio di invariabilità espresso diversamente sotto le tre forme dello sbadiglio universale.” Così scrive Cioran, e a ragione.

Hai voluto chiamare la tua rivista Homo sapiens e ne ho, per certi versi, faticosamente compreso il senso. Tu rinvieni in quest’uomo, in questa tipologia primigenia di essere, i segni di una volontà intellettuale che si fa tutt’uno con una necessità fisiologica, ancestrale. Ed io comprendo e stimo questa idea come sacrosanta, come del resto trovo necessario, proprio in questo tempo di povertà e di progressivo impoverimento, lo scavo nel tempo (fuori dal tempo) in prossimità di quell’atavico nostro antenato. Ma subito, però, mentre gli occhi miei si poggiavano sulla carta per leggere il nome della rivista, nella mia testa è esploso, naturalmente (e come privo di causa) l’aggettivo faber da porre, non in contrapposizione antagonistica, ma in comunicazione, magari pur solo dialettica, con quel tuo sapiens.

Non saprei davvero dirti da dove nasca quest’idea. Vorrei invece, provare a scriverti cosa mi raccontano i due termini a confronto. Ecco, mi sembra che l’homo sapiens impoverisca la sua dose di umanità se lo si disgiunge dal suo, forse meno nobile, fratello faber : non è già solo un desiderio di unità, il mio, un desiderio che “antropomorfizza” il mondo per comprendere in una misura, come dire, carnale. Anzi, io credo che ostentando il limite della vita, gettandosi nell’inquietudine del fare che non giunge a serena conciliazione col pensare, si possa percepire, dolorosamente percepire, l’esistenza di Dio. La traccia mnestica, insomma, di Dio nell’uomo (la sua più autentica provenienza, il marchio di fabbrica, insomma).

Ho più volte avuto consapevolezza di non aver strumenti per conoscere neppure la conoscenza, che senza un dio (un dio in noi) mi è parsa solo una relazione: mi trovo ora a pensare che la fatica appaghi la vita e il sacrificio renda, in qualche modo, il dolore morale. Come poterci mai salvare, amico mio, dall’essere cosa tra le cose e non soggetti di una seppur muta, viva rappresentazione (seppur rappresentazione)?

La libertà stessa è condizionata dal tempo (e non ti parlo neppure di cosa penso sia la storia, il palcoscenico idiota dei peggiori criminali): cos’è mai libero senza la certezza dell’eternità? Sono guarito dal marxismo come da una malattia esantematica di cui, se non si è contagiati prima della maturità se ne possono subire gravi danni per il corpo come per la mente. Così, per quanto ancor oggi credo non esista nulla di più bello di ciò che è intelligente - e lo spettacolo di certo orgoglio umano è ineguagliabile - mi colma il cuore la maestà dell’Umiliazione volontaria, dell’oblio di sé. Il nulla, perfino, ha una sua ortodossia: una necessaria emancipazione dal singolo destino, l’abbraccio incondizionato alla rinuncia.

“I contemplativi - scrive Bernanos (chi si ricorda, oggi, di Bernanos?)- sono attrezzatissimi per fornirci dei bei fiori, dei fiori veri. Disgraziatamente, nei chiostri come altrove, spesso c’è sabotaggio: e troppo di frequente ci rifilano fiori di carta” E non stento a dargli ragione: come, allora, accontentarsi dell’homo sapiens e come, inversamente, riuscire a conservare l’innocenza primigenia se si sceglie la via del fare, del giudizio che sozza gli animi più del peccato che si voluto giudicare? Se la nostra specie un giorno perirà, sarà a causa del disgusto e della noia, non certo per la lotta né per il dolore. Tanto che la vita di ognuno - credo di averlo letto in un qualche libro di Andrè Breton - sembra potersi evincere dal modo in cui pare aver accettato l’inaccettabile condizione dell’uomo.

Ora, se io mi “fidassi” del solo homo sapiens, potrei elevare a modello, a dio perfino, Socrate, che nel pensiero ha scoperto l’etica. Ma non mi basta, non mi è sufficiente neppure sapere della sua “morte serena”, ed anzi proprio tale sua serenità me lo rende lontano, per certi versi, indifferente. È Cristo che più mi coinvolge, per nulla tranquillo nel suo trapasso da uomo a Dio: che, al suo confronto, Socrate è un eroe letterario. Ma non per questo posso dire che Cristo sia un homo faber, almeno nell’accezione che modernamente ha preso il termine faber. Figuriamoci, il figlio di Dio che diventa l’uomo della tecnica, il mago della cibernetica, della manipolazione genetica!

Nella storia dell’uomo c’è stato un solo unico momento, un solo attimo, in cui il tempo si coagulato in storia universale, non essendo - per dirla con Platone - in nessun tempo. Fuori, eppure dentro, creazione e origine, espressione pura sul crinale dell’essere e dell’annullamento: è stata quel frammento perfetto di un tutto, per certi versi, inesistente in cui Cristo sulla croce, al colmo della sofferenza umana, ha trovato la morte, l’abisso e la luce della ricongiunzione con il Padre. Ciò è non rappresentabile tanto è fuori da ogni apparenza, ciò è la salvezza nostra e il dolore quotidiano, il mistero e l’arcano di ogni mattino. Come vedi, non m’interesso a Dio, non ho tentazioni davvero mistiche e trascendenti: quel che mi occupa è ciò che avviene, ed è avvenuto, qui sulla terra. Io credo in Cristo, insomma, e non in Dio: o, almeno, non sento alcun bisogno di appellarmi ad un Dio tanto lontano, quando ho un esempio così esplicito e presente come quello dell’uomo‑dio.

Di qui e per questo (non so se ha davvero un senso tale mio tentativo di consequenzialità), non mi posso sentire d’aderire appieno a quell’idea di homo sapiens sotto l’egida del quale stiamo scrivendo. Dovrai, figlio e amico mio, coabitare con un compagno dubbioso che è fermo a metà strada tra la terra e il cielo, tra il pensiero e la cosa, l’uomo e dio e che consuma tutte le proprie energie - fisiche ed intellettuali - a diminuire, a riempire (per come può) quelle divaricazioni.


4. Per noi, l’unica meta possibile è l’Origine

Probabilmente il progetto più serio di arte è ascetismo, distacco dalla vita, allora io propongo un’arte che sia preghiera: che, seppur degrada il Verbo in parola, in ogni suo soffio ricerchi il Logos primigenio. Lo stesso Heidegger (quello che tra gli epigoni, o, per meglio dire, tra gli alessandrini, del Secolo trascorso mi pare il più grande) ha marcato la distinzione tra Wort e Gerede, ma in questo, mi pare, siamo praticamente d’accordo: non resta che augurarci un buon lavoro e che qualcuno, che sia in terra o in cielo, ce ne renda merito.

Per ciò che attiene alle mie personali idee estetiche, a quello che piacerebbe leggere su questa rivista, tu lo sai, mi interessa sopra ogni cosa che risponda ad un criterio soprattutto di necessità e di autenticità (uniche due muse che ancora abbiano un senso) e basta, e mi basta. Convinto come sono che, per avere gusto, bisogna avere cuore, da tempo coltivo (nel limite delle mie possibilità), la mia umanità in luogo di qualsivoglia teoria estetica. In verità m’accorgo di sentirmi naturalmente predisposto ad accordare maggiore importanza alle leggi non scritte piuttosto che a ogni dogma o verità formulata, così come all’intuizione invece che ad una improbabile illusione di conoscenza. Ed egualmente, in un campo più ampio, che sia politico o sociale, riconosco l’assoluta preminenza della legge morale su ogni logica e ragione prestabilite.

Pur detestando le manifestazioni di dilettanti allo sbaraglio, le false messe in scena di anime candide sofferenti, in letteratura (come nella vita) mi emoziona e mi suscita interesse ciò che esce dal calcolo, ciò che si libera dell’idea di un possibile soltanto fisico. Il termine realtà, realismo e affini non mi danno alcuna scossa, puzzano di falso fin dalle intenzioni: non c’è scrittore onesto che abbia mai prodotto niente del genere. L’unica cosa stampata che io riconosco come realista è l’elenco degli abbonati alla società dei telefoni (ed anche qui ci sarebbe di che dubitare) e sono assolutamente d’accordo con Camus quando dice che “il realismo è enumerazione indefinita”. Quello che chiamano realtà, io la chiamo vita: non propongo quindi una fuga, allora, ma una trasfigurazione.

Nella prigione del simbolo, l’unica via d’uscita è incarnare tale simbologia: recitare una parte fino ad essere intimamente il personaggio rappresentato. Scrivere ed essere la scrittura, insomma, amare ed essere l’amore. Perché l’amore non rincitrullisce la mente ma rende più limpido ciò che ci circonda e, nel contempo, fortifica la volontà di comprendere oltre l’apparenza della rappresentazione.

Terminata la lettera, che non firmai, cercai per parecchio tempo una scatola piena di fotografie. La trovai in un armadio pieno di vestiti mai più indossati e una volta aperta, la richiusi in fretta. Inutile cercare il fantasma che ero stato. Dal mio nulla, dal niente che il destino aveva dato alla mia generazione, non c’era più nulla di buono da provare a distillare. La mia mancata fortuna aveva, ora, le ali della speranza e l’ottimismo di mio figlio.

Ad un passo dall’oblio compresi che l’attesa è un dono del tempo e che ogni cosa che sfugge, prova l’eterno. Per noi, giovani che fummo, padri che dovremmo essere, è terminato il tempo che chiamammo inganno, è rimasta per chi ci crede ancora, la vita vera, quella da percorrere all’indietro. Per noi, l’unica meta possibile è l’Origine.

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Clicca qui per il I parag. -Cap. IV http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=6222&categoria=1&sezione=7&rubrica=27

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Clicca qui per il I parag. -Cap. III http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=6132&categoria=1&sezione=7&rubrica=27

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