Crime Scene do not Cross

Manuel Blanco Romasanta, il lupo-mannaro di Allariz - Seconda Parte-

Il caso di Romasanta ebbe un tale clamore che giunse all'orecchio di un certo Mr. Philips che viveva ad Algeri e diceva di essere professore di Elettro-biologia

di Massimo Melani

Manuel Blanco Romasanta, il lupo-mannaro di Allariz   - Seconda Parte-

Naturalmente i vicini e i familiari delle vittime chiesero notizie, e Romasanta disse loro che tutte stavano più che bene.

Strano comportamento: le persone mancanti scrivevano solo all’assassino, forse si erano dimenticate dei loro parenti? Nessuno, oltre a Romasanta, seppe più nulla di loro.  

A questo punto, il malefico orco, decise di fermarsi se non voleva che molti sguardi sospettosi cadessero su di lui, ma nonostante il pericolo di essere scoperto, identificò un altro bersaglio da colpire: Josefa García Blanco, una zitellona di quasi cinquanta anni che aveva un figlio di 21, il cui padre era ai più sconosciuto. Una facile preda, che Romasanta cominciò a visitare ogni giorno, così da farla innamorare. Quando l'ebbe definitivamente conquistata, fece la stessa proposta delle altre vittime: farle avere un impiego in un'altra località. Josefa di fronte all’allettante consiglio rimase indecisa, ma Romasanta, grazie alla sua perfida astuzia, nel novembre del 1850 gli proporrà di portare con sé il figlio Josè, affinché potesse visitare le sue zie e rendersi conto della grande possibilità di lavoro a Santander. La proposta verrà accettata e i due partiranno, con l’approvazione di Josefa. Il ragazzo si mostrò felicissimo di quest’avventura, e sua madre gli fece indossare  una cappa nuova di colore marrone tenue, fatta con panno di Tarragona. Circa tre o quattro giorni dopo, lo psicopatico verrà visto con il bel mantello marrone di José. L’indumento piacque molto al parroco che l’acquistò per 70reales, senza minimamente immaginarsi che il suo padrone era stato selvaggiamente assassinato e dopo gli fu tolto il grasso e lasciati i suoi resti come banchetto per i lupi. Ed effettivamente risultò alquanto difficile pensare che, con la sua statura di appena 1,37mt., Romasanta, potesse ammazzare tante persone e in modi così brutali.

Davanti all'assenza di José, sua madre credette che suo figlio fosse rimasto con le zie, perché la vita là era molto gradevole, con quegli impieghi ben pagati che Romasanta otteneva con impressionante abilità e facilità.

Inoltre, il viscido assassino, assicurò Josefa, di aver trovato un posto di domestico a Josè, nella casa di un ricco parroco che pagava i dipendenti con un'oncia d’oro all'anno.

Per rendere la cosa più credibile, il folle bugiardo mostrò a Josefa una lettera falsa del figlio, nella quale questi raccontava che tutto andava a meraviglia.

Ormai non c'era più tempo da perdere e la donna prese la decisione di unirsi al figlio per intraprendere con lui una vita migliore. Così, uno dei primi giorni del 1851, Josefa partì con Romasanta verso Santander. Indossò una gonna nera di lana e lino, un grembiule di picote, un corpetto di velluto, un fazzoletto di stame azzurro, e delle belle scarpe nuove.

Come sempre, Romasanta, ritornò indietro dopo tre o quattro giorni, e nel giro di due settimane riuscì a vendere, nelle parrocchie vicine, i vestiti ed altre appartenenze della sua più recente vittima.

Al culmine della sua , il sanguinario omicida, non vendette le scarpe di Josefa, ma le portò a Luis García Blanco, inventandogli che era un regalo di zia Josefa per sua figlia.

I sospetti non cominciarono a mancare però, in quanto le persone -da un po’ di tempo- avevano iniziato a dire di avere visto Romasanta con alcuni oggetti appartenenti a chi aveva accompagnato a Santander. Tuttavia, un episodio chiave fu quando José García Blanco, fratello delle García Blanco, andò a visitare Romasanta nella sua baitazione, e l’assassino gli tagliò un appetitoso e fresco pane con un grande coltello dal manico bianco e alcune macchie nere: era di sua sorella Josefa.

Fu in quel momento sinistramente rivelatore quando, vedendo la lama del coltello penetrare l’appetitoso pane, le dicerie che circolavano infiammarono il suo animo e, l'immagine del civilizzato Romasanta che divideva il pane, venne sostituita da un altro Romasanta, selvaggio e brutale che estirpava il grasso dai corpi martoriati delle sue vittime. Quel Romasanta doveva essere uno di quei “sacamantecas” (squartatori) dei quali si parlava tanto, l'altro Romasanta era il vero, il reale, assassino bugiardo.

Nel febbraio del 1852, Romasanta, si dimostrò così angosciato per le chiacchiere che lo volevano essere un sacamantecas, uno che aveva assassinato le sue vittime per toglierli il grasso e rivenderlo in Portogallo - paese situato abbastanza vicino a Rebordechao - che si fece produrre un certificato falso nel quale si fece chiamare Antonio Gómez, oriundo di Montederramo. Con quel documento sollecitò e ottenne un passaporto interno per viaggiare in Castiglia; ma, quando si trovò a Nombela all’interno di Toledo, tre compaesani lo riconobbero ed il sindaco dispose la sua detenzione nel Luglio del 1852. Innanzitutto, nel Tribunale di Escalona, Romasanta negò tutto, arrivando a dire che Manuel Blanco Romasanta era suo cugino, poiché ebbero a trovargli un documento con la sua vera identità.

Posteriormente, Romasanta, fu trasportato presso la corte di Verín, e lì confessò qualcosa di commovente che avrebbe fatto breccia nell'immaginario popolare per decadi e decadi. Ammise l’uccisione di tredici persone, ma disse che non fu colpa sua, poiché soffriva di una potentissima maledizione che lo trasformava in uomo lupo e che quelle metamorfosi lo torturavano da tredici anni, e che erano cessate, misteriosamente, solo tre giorni prima della sua detenzione.

Tra le sue elaborate fandonie, proferì frasi tanto deliranti come queste: “ Un giorno mi sono imbattuto in due lupi enormi e feroci. All'improvviso, caddi a terra, cominciai a sentire come delle convulsioni, mi rotolai più di tre volte senza controllo, e dopo pochi secondi io stesso divenni un lupo. Ho trascorso cinque giorni, appesa tra la vita e la morte, con gli altri due animali, fino a quando il mio corpo ha reagito e mi sono sentito meglio. Poi, signor giudice, mi accorsi che anche gli altri due lupi, si trasformavano in esseri umani. Erano due uomini di Valencia, uno dal nome Antonio e l’altro don Genaro. Anch’essi subirono la mia stessa maledizione. Per molto tempo ho errato con i due. Abbiamo attaccato e mangiato diverse persone perché avevamo fame”.

Dopo Verin, Romasanta fu trasferito alla Corte di Allariz, ove passerà alla storia come il mitico  Lupo mannaro di Allariz.

La scoperta di resti scheletrici, congiuntamente alle sue confessioni e ai referti medici, furono sufficienti perché, il 6 aprile 1853, Romasanta venisse condannato a morte attraverso la “garrota”. 

Ma dopo una consultazione durante l’Udienza di La Coruña, in prima istanza si revocò la pena in  ergastolo. Dopo, però, in un secondo processo indagatorio, gli fu nuovamente comminata la pena di morte: era il 23 marzo del 1854.

Il caso di Romasanta ebbe un tale clamore che giunse all'orecchio di un certo Mr. Philips che viveva ad Algeri e diceva di essere professore di Elettro-biologia. Questi chiese alla regina Isabella II, che gli venisse prestato Romasanta per farci degli esperimenti, in modo da confermare i suoi “recenti e avanzati studi” nel terreno dell'ipnosi, adducendo che Romasanta doveva soffrire “un tipo di monomania” catalogabile come “licantropia.”  Sommata alla volontà scientifica di Mr. Phillips, anche una lettera dell’avvocato dell’assassino fu inviata alla regina, nella quale il legale supplicò l’ indulgenza per l'accusato basandosi sul fatto che non esistevano prove definitive.

Per tutto questo, il 13 maggio 1854, un ordine della regina commutò la condanna a morte in ergastolo. Romasanta dunque fu salvato, ma l'eccentrico Mr. Philips non si presentò mai in Spagna per fare esperimenti sul licantropo assassino.

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